Venerdì, Settembre 21, 2018
   
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GUERRA NELLO YEMEN, GLI ASSASSINI CRIMINALI SONO ANCHE ITALIANI

 

bombe italia arabia saudita c ansa

Il silenzio-assenso del Governo (del non cambiamento)
di Giorgio Bongiovanni
Guerra, fame, pestilenze. Da anni lo Yemen, uno dei Paesi più poveri del mondo sito nella penisola arabica, sta vivendo una delle più tragiche crisi umanitarie, nel silenzio assordante delle Nazioni europee ed occidentali.
Lì, dal 2015, è in corso una guerra civile devastante con oltre 10mila persone uccise (due terzi delle quali civili), decine di migliaia ferite e altre ancora colpite dalla fame, dal colera e dalla difterite. Numeri impietosi, raccolti in questi mesi, che diventano ancora più drammatici se si considera che, secondo l'Unicef, ci sono 400mila bambini che rischiano di morire a causa della malnutrizione mentre oltre otto milioni di minori sono privati di acqua potabile. E nel conflitto che vede da una parte il governo riconosciuto del presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, appoggiato da una vasta coalizione militare guidata dall'Arabia Saudita, gli Stati Uniti e alcune Nazioni europee, e dall'altra i ribelli di religione sciita Houthi, sostenuti dall'Iran, sono all'ordine del giorni bombardamenti indiscriminati su scuole, ospedali e mercati, in cui hanno perso la vita migliaia di persone.

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CONCLUSA L'AUDIZIONE DEL MAGISTRATO DAVANTI AL CSM

(IN COLLABORAZIONE CON LA TESTATA ANTIMAFIA DUEMILA ONLINE DI PALERMO)

di matteo csm c imagoeconomica

"Su via d'Amelio mai così vicini alla verità"
di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari - Video/Audio integrale all'interno!
Sentito dal Csm il pm Nino Di Matteo fa tremare il potere occulto dello Stato. Si è conclusa da pochi minuti l'audizione del sostituto procuratore nazionale antimafia, nell'ambito dell'inchiesta sulle eventuali responsabilità in merito al depistaggio sulle indagini della strage di via d'Amelio. Rispondendo alle domande dei Consiglieri Di Matteo, con spiegazioni tecniche ed esaustive, ha chiarito tutti gli aspetti che lo hanno riguardato rispetto i processi e le indagini sull'attentato. "Sulla strage di via d'Amelio siamo a un passo dalla verità. Mai come ora siamo vicini alla verità. Il depistaggio cominciò con il furto dell’agenda rossa. E non furono i mafiosi" ha detto con forza. "Io e i miei familiari abbiamo pagato un prezzo altissimo per il mio impegno - ha aggiunto - e ora siamo a un passo dalla verità anche grazie a me e ad altri magistrati. Non è giusto essere accostati anche strumentalmente all'ipotesi di depistaggio". "Non è vero che in 25 anni non si è fatto niente, ci sono 26 condanne mai messe in discussione. Non c'è strage in Italia che abbia un numero così alto di condannati definitivi, non è vero che sono stati 25 anni persi, ci sono 26 affermazioni di penale responsabilità per concorso in strage su cui non c'è alcun dubbio". Seguiranno articoli sull'audizione.ASCOLTA L'AUDIO INTEGRALE: Clicca qui!
Audizione del pm Di Matteo davanti alla I commissione del CSM nell'ambito del fascicolo sulle indagini sulla strage di via D'AmelioFoto © ImagoeconomicaVIDEO Guarda il servizio del TG2 al minuto 21 e 55 secondi: Clicca qui!ARTICOLI CORRELATIStrage Borsellino, Di Matteo al Csm va oltre il depistaggio ScarantinoNino Di Matteo: tutta la verità di fronte al Csm

 

PIANETA OGGI REPORTER - SETTIMANALE

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PAPA FRANCESCO CONTRO I MAFIOSI: "CONVERTITEVI! O LA VOSTRA VITA ANDRA' PERSA"

 

 

papa farancesco comm puglisi

Ricordato anche l'impegno di don Pino Puglisi: "Ci fa chiedere, cosa posso fare io?"
di Aaron Pettinari - Video-intervento!
“Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore. Oggi abbiamo bisogno di uomini d’amore, non di uomini d’onore; di servizio, non di sopraffazione; di camminare insieme, non di rincorrere il potere. Agli altri la vita si dà, non si toglie. Non si può credere in Dio e odiare il fratello, togliere la vita con l'odio: Dio-amore ripudia ogni violenza e ama tutti gli uomini. Perciò la parola odio va cancellata dalla vita cristiana; perciò non si può credere in Dio e sopraffare il fratello. Ai mafiosi dico: cambiate fratelli e sorelle! Smettete di pensare a voi stessi e ai vostri soldi, convertitevi al vero Dio di Gesù Cristo! Altrimenti, la vostra stessa vita andrà persa e sarà la peggiore delle sconfitte. Se la litania mafiosa è: 'Tu non sai chi sono io', quella cristiana è: 'Io ho bisogno di te'. Se la minaccia mafiosa è: 'Tu me la pagherai', la preghiera cristiana è: 'Signore, aiutami ad amare'. Voi sapete che il sudario non ha tasche - ha insistito Francesco - non si può portare niente".Papa Francesco, così come aveva fatto nel 2014 scomunicando i mafiosi, torna a condannare pesantemente la criminalità organizzata, ricordando, nella sua omelia, quanto l'essere mafiosi sia incompatibile con il cristianesimo.
Un'omelia emozionante davanti una folla di fedeli. Quasi 80mila le persone che hanno raggiunto Palermo e che lo hanno accolto mentre passava per le vie del Foro Italico di Palermo. Durante la messa, il Papa ha voluto rendere omaggio a tutte le vittime di mafia ed in particolare ha ricordato il sacrificio l'impegno di don Pino Puglisi, di cui oggi ricorre la commemorazione: “C’è da scegliere: amore o egoismo - ha detto il Santo Padre - L’egoista pensa a curare la propria vita e si attacca alle cose, ai soldi, al potere, al piacere. Allora il diavolo ha le porte aperte. Il diavolo entra dalle tasche. Se tu sei attaccato ai soldi c’è il diavolo. Fa credere che va tutto bene ma in realtà il cuore si anestetizza. L'egoismo è un anestetico molto potente”.
Quindi ha avvertito: "Questa via finisce sempre male: alla fine si resta soli, col vuoto dentro, circondati solo da chi vuole ereditare. È come il chicco di grano del Vangelo: se resta chiuso in sé rimane sotto terra solo. Se invece si apre e muore, porta frutto in superficie". "Chi vive per sé, chi moltiplica i suoi fatturati, chi ha successo, chi soddisfa pienamente i propri bisogni appare vincente agli occhi del mondo - ha aggiunto - La pubblicità ci martella con questa idea, idea di cercare il 'proprio', dell'egoismo, eppure Gesù non è d'accordo e la ribalta. Secondo lui chi vive per sé non perde solo qualcosa, ma la vita intera; mentre chi si dona trova il senso della vita e vince".Il ricordo di Pino Puglisi
Parlando di don Pino Puglisi ha detto: "Cari fratelli e sorelle, oggi siamo chiamati a scegliere da che parte stare: vivere per sé, con la mano chiusa, o donare la vita, la mano aperta. Solo dando la vita si sconfigge il male. Don Pino (Puglisi, ndr) lo insegna: non viveva per farsi vedere, non viveva di appelli anti-mafia, e nemmeno si accontentava di non far nulla di male, ma seminava il bene, tanto bene. La sua sembrava una logica perdente, mentre pareva vincente la logica del portafoglio. Ma padre Pino (Puglisi, ndr) aveva ragione: la logica del dio-denaro è perdente. Guardiamoci dentro. Avere spinge sempre a volere: ho una cosa e subito ne voglio un'altra, e poi un'altra ancora, sempre di più, senza fine. Più hai, più vuoi: è una brutta dipendenza, è come una droga. Chi si gonfia di cose scoppia. Chi ama, invece, ritrova se stesso e scopre quanto è bello aiutare, servire; trova la gioia dentro e il sorriso fuori, come è stato per don Pino".
Poi ha aggiunto: "Venticinque anni fa come oggi, quando morì nel giorno del suo compleanno, coronò la sua vittoria col sorriso, con quel sorriso che non fece dormire di notte il suo uccisore, il quale disse: 'c'era una specie di luce in quel sorriso'". "Padre Pino era inerme, ma il suo sorriso trasmetteva la forza di Dio: non un bagliore accecante, ma una luce gentile che scava dentro e rischiara il cuore - ha detto proseguendo nella messa al Foro Italico -. È la luce dell'amore, del dono, del servizio. Abbiamo bisogno di tanti preti del sorriso, di cristiani del sorriso non perché prendono le cose alla leggera, ma perché sono ricchi soltanto della gioia di Dio, perché credono nell'amore e vivono per servire. È dando la vita che si trova la gioia, perché c'è più gioia nel dare che nel ricevere". Il Papa ha quindi chiesto: "Volete vivere anche voi così? Volete dare la vita, senza aspettare che gli altri facciano il primo passo? Volete fare il bene senza aspettare il contraccambio, senza attendere che il mondo diventi migliore? Volete rischiare per il Signore?".
"Don Pino - ha proseguito Papa Francesco - sapeva che rischiava, ma sapeva soprattutto che il pericolo vero nella vita è non rischiare, è vivacchiare tra comodità, mezzucci e scorciatoie. Dio ci liberi dal vivere al ribasso, accontentandoci di mezze verità. le mezze verità non saziano il cuore, non fanno del bene. Dio ci liberi da una vita piccola, che gira attorno ai 'piccioli'. Ci liberi dal pensare che tutto va bene se a me va bene, l'altro che si arrangi. Ci liberi dal crederci giusti se non facciamo nulla per contrastare l'ingiustizia. Chi non fa nulla per contrastare l'ingiustizia non è un uomo o una donna giusto. Ci liberi dal crederci buoni solo perché non facciamo nulla di male. E' cosa buona diceva un santo non fare il male, ma è cosa brutta non fare il bene", ha detto. "Signore, donaci il desiderio di fare il bene; di cercare la verità detestando la falsità; di scegliere il sacrificio, non la pigrizia; l'amore, non l'odio; il perdono, non la vendetta", ha invocato il Pontefice.
"Non si può seguire Gesù con le idee, bisogna darsi da fare. 'Se ognuno fa qualcosa, si può fare molto', ripeteva don Pino" - ha nuovamente ricordato Papa Francesco. Poi ha domandato: "Quanti di noi mettono in pratica queste sue parole? Oggi, davanti a lui domandiamoci: 'Che cosa posso fare io? Che cosa posso fare per gli altri, per la Chiesa?'. Non aspettare che la Chiesa faccia qualcosa per te, comincia tu. Non aspettare la società, inizia tu! Non pensare a te stesso, non fuggire dalla tua responsabilità, scegli l'amore!".

 

 

 

PIANETA OGGI REPORTER - SETTIMANALE

INTERVISTA ALL'ARTISTA GERARDO POZZI,

IN ANTEPRIMA SOLIDARIETA' ALLA TELEVISIONE DI GORIZIA TELEMARE, DAL 1° SETTEMBRE LA REDAZIONE E' A CASA,

A CURA DI M. BONELLA DIR. DI PIANETA OGGI TV ALLNEWS

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OUR VOICE PRESENTA

 

''E' tempo di essere luce'' - Majano, 15 Settembre

Sabato 15 settembre alle ore 20.30 presso l'Auditorium di Majano (UD) in via Pietro Zorutti 14 si terrà il nuovo spettacolo del Movimento culturale giovane internazionale Our Voice dal titolo "E' tempo di essere luce" con la collaborazione e il sostegno della presidente dell'associazione "Il teatro del silenzio" Federica Sansevero. Lo spettacolo vertira sul delicato tema del disagio giovanile, ricercando le possibili cause. Attraverso l'arte del canto del ballo e della recitazione, il protagonista della storia portata in scena, giungerà a comprendere il significato del lavoro interiore e a riaprire il dialogo con la sua parte più profonda. Questo evento è stato promosso dalla Regione Friuli Venezia Giulia in collaborazione con: l'associazione culturale Mandi Dal Cil, Funima International Onlus, Proloco Pro Majano, Liceo Caterina Percoto Magistrale, Accademia Musicale Città di Palmanova, il Comune di Udine, il Comune di Gemona e la Scuola primaria di secondo grado di Caporetto.
Coordina i lavori Federica Sansevero con l'accompagnamento alla chitarra di Matteo Comar.

L'evento facebook.com/events/452364145275229


Info: ourvoice.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL PATTO SPORCO

 

il patto sporco integraleIl nuovo libro di Saverio Lodato e Nino Di Matteo
di Giorgio Bongiovanni
Esce martedì, 18 settembre, il nuovo libro del pm Nino Di Matteo scritto insieme al nostro editorialista, il giornalista scrittore, Saverio Lodato. Un libro necessario e importante per tutto ciò che sta accadendo in queste settimane nel nostro Paese dopo la sentenza di condanna al processo sulla trattativa Stato-mafia. I protagonisti dell’accusa: il pm Di Matteo, insieme ai suoi colleghi Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e Vittorio Teresi, hanno di fatto chiesto ed ottenuto condanne severissime da parte della Corte d'Assise di Palermo, presieduta dal giudice Alfredo Montalto, nei confronti di alti funzionari di Stato, politici e boss di Cosa nostra.
Un libro fondamentale per poter capire cosa sia successo realmente nel terribile biennio ‘92/’94 nel quale si consumarono alcune delle stragi più efferate del nostro Paese. Leggendo queste pagine si può comprendere perchè oggi continua ad essere posta in essere una vera e propria persecuzione ai danni del dottor Di Matteo, pm di punta di quel processo. A tutti i costi si vuole fargli pagare il coraggio di essere andato avanti, insieme ai suoi colleghi, nella ricerca dei mandanti occulti delle stragi e di quegli apparati di Stato che, appunto, come dice il titolo del libro, fecero dei patti sporchi con la mafia.
Un libro tutto da leggere.
Nino Di Matteo
Saverio Lodato
IL PATTO SPORCO
Il processo Stato-Mafia nel racconto di un suo protagonista
Chiarelettere 2018, collana Principio Attivo, pagine 224, prezzo 16,00 €“Chiediamoci perché politica, istituzioni, cultura, abbiano avuto bisogno delle parole dei giudici per cominciare finalmente a capire... Un manipolo di magistrati e di investigatori ha dimostrato di non aver paura a processare lo Stato. Ora anche altri devono fare la loro parte”.
Nino Di Matteo“Volevo che nelle pagine di questo libro parlasse il magistrato, parlasse l’uomo, protagonista e testimone di un processo destinato a lasciare il segno”.

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LE INGIUSTIZIE DEL CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA

 

scorta di matteo c imagoeconomica

Il colpo di coda della Casta
di Giorgio Bongiovanni
Domani, il Sinedrio della magistratura, ovvero il Consiglio superiore della magistratura, ha convocato il pm Antonino Di Matteo (oltre a lui anche i magistrati Anna Maria Palma e Carmelo Petralia), per audirlo e valutare eventuali responsabilità in merito al depistaggio sulle indagini della strage di via d'Amelio. A ventisei anni dall'attentato che uccise il giudice Borsellino e gli agenti della sua scorta accade anche questo, che un servitore dello Stato che si è impegnato nella ricerca della verità sui mandanti esterni di quel efferato delitto viene perseguitato e messo impunemente sotto accusa. Non è la prima volta che il Csm, l'organo che dovrebbe garantire l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, si presta a clamorosi errori.
Basti ricordare quel che avvenne nei confronti di giudici come Giovanni Falcone, con mancate nomine a consigliere istruttore, a procuratore del tribunale di Palermo e ad alto commissario antimafia e Paolo Borsellino. Anche loro furono messi sotto provvedimento disciplinare così come nel recente passato è capitato a magistrati come Roberto Scarpinato, Vittorio Teresi, Antonio Ingroia e, appunto, lo stesso Di Matteo. Il minimo comune denominatore è che si tratta di pm, o ex pm, che si sono impegnati a fondo proprio in quella ricerca della verità sul biennio delle stragi del 1992-1993 e contro quei poteri che le hanno non solo appoggiate, ma anche ordinate. Sono queste le indagini di cui si sono occupate le inchieste sui Sistemi criminali, sulla trattativa Stato-mafia, sui mandanti esterni, sulla presenza in via d'Amelio dei Servizi di sicurezza, su Bruno Contrada, su Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi.
Così il Csm, anziché plaudire e manifestare il proprio appoggio a certe indagini diventa "braccio armato" per punire quei magistrati onesti che hanno sacrificato se stessi per la ricerca della verità.

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PARLA SALVINI, SENTI BERLUSCONI. L'ATTACCO DEL MINISTRO, CONTRO I PM

(IN COLLABORAZIONE CON LA TESTATA ANTIMAFIA DUEMILA ONLINE DI PALERMO, www.antimafiaduemila.com)

 

di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari
“Qui c’è la certificazione che un organo dello Stato indaga un altro organo dello Stato. Con la differenza che questo ministro è stato eletto da voi e gli avete chiesto di limitare gli sbarchi e di espellere i clandestini, quindi vi ritengo miei amici, miei sostenitori e miei complici. Altri non sono stati eletti da nessuno e non rispondono a nessuno”. Ecco l'attacco alla magistratura per bocca del Ministro degli Interni Matteo Salvini, che ieri ha ricevuto la notifica dell’avviso di garanzia dalla Procura di Palermo per il caso Diciotti. In un colpo solo sembra di essere tornati indietro di vent'anni quando a scatenare la polemica tra politica e magistratura non erano i “leghisti” ma l'ex premier Silvio Berlusconi. Anche B. lanciava proclami ed invettive ricordando di essere eletto dal popolo. Se l'ex Premier usava le proprie reti televisive, il leader della Lega punta con decisione sui social, leggendo in diretta ai 25mila utenti collegati la comunicazione del Procuratore Lo Voi, giunta al Viminale. Nella sua invettiva, come B., anche Salvini se la prendeva con le “toghe rosse”. Un termine che non usa ma che si legge tra le righe delle sue parole (“alcuni magistrati che hanno una cultura politica di sinistra”) offrendo l'assist per un nuovo scontro istituzionale. Poco importa se il ruolo istituzionale di Salvini come Ministro degli Interni, per legge (art.92 della Costituzione), viene assegnato non dal Popolo ma dal Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio.

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IN PRIMO PIANO: RICORDARE DALLA CHIESA, PADRE DELLA PATRIA, ALLA RICERCA DEI MANDANTI ESTERNI

 

dalla chiesa carlo alberto c ansa 850di Giorgio Bongiovanni
3 settembre 1982. In via Isidoro Carini, a Palermo, un commando di Cosa Nostra uccide il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo. Tutti trucidati a colpi di kalashnikov AK-47. Trentasei anni sono passati da quella sera. Qualche anno fa Totò Riina, in uno dei suoi “racconti” al compagno d'ora d'aria pugliese, Alberto Lorusso, aveva raccontato gli attimi dell'eccidio, dimostrando tutta la propria ferocia: “Appena è uscito lui con sua moglie, lo abbiamo seguito a distanza. Potevo farlo là, per essere più spettacolare, nell’albergo, però queste cose a me mi danno fastidio… L’indomani gli ho detto: 'Pino, Pino (si riferisce a Pino Greco detto "Scarpuzzedda", uno dei più famigerati killer di Cosa Nostra) vedi di andare a cercare queste cose che … prepariamo armi'. A primo colpo, a primo colpo ci siamo andati noi altri… eravamo qualche sette, otto di quelli terribili, eravamo terribili. Nel frattempo lui era morto ma pure che era morto gli abbiamo sparato là dove stava, appena è uscito fa… ta… ta..., ta… ed è morto”.
Quelle parole si aggiungono alle testimonianze di collaboratori di giustizia come Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo che già avevano raccontato agli investigatori le dinamiche dell'agguato, consentendo di identificare i killer ed i vertici di Cosa Nostra che ordinarono l’azione omicida.
Ganci e Anzelmo, per la morte del generale hanno dovuto scontare 14 anni di reclusione. Così si è saputo che l'A112, su cui si trovavano il prefetto e la moglie, venne affiancata e superata da una Bmw 518 su cui viaggiavano Antonino Madonia e Calogero Ganci. A fare fuoco con un kalashnikov fu Madonia. Una seconda vettura, guidata da Anzelmo, seguiva il prefetto, pronta ad intervenire per bloccare l'eventuale reazione dell'agente di scorta. Russo fu assassinato da Pino Greco “Scarpuzzedda che seguiva i suoi complici a bordo di una moto. La A112, dopo essere stata investita dal fuoco del kalashnikov, sbandò, costringendo l'auto dei killer a sterzare bruscamente a destra. I mandanti del massacro, più di quindici anni fa, sono stati tutti condannati al maxiprocesso alla mafia iniziato nell'86 e conclusosi il 17 dicembre del 1987. E il carcere a vita, con sentenza divenuta definitiva nel '92, venne comminato ai massimi vertici della Cupola fra cui Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò e Michele Greco mentre fu condannato, in primo grado, ma poi assolto in appello Nitto Santapaola, capo della mafia catanese. Due dei killer, Vincenzo Galatolo e Nino Madonia, sono stati condannati all'ergastolo. Successivamente la Corte d'Assise di Palermo, presieduta da Claudio Dall'Acqua, condannò sempre all'ergastolo gli ultimi due componenti del gruppo di fuoco, Giuseppe Lucchese, boss di Brancaccio, e Raffaele Ganci, capomafia del quartiere Noce.
Ricostruito il delitto sono ancora molti i misteri in particolare quelli che riguardano i mandanti occulti, cioè coloro che “ispirarono” Cosa Nostra. A tal proposito vale la pena ricordare l'intercettazione ambientale dove il boss Giuseppe Guttadauro, uomo di fiducia del superlatitante Bernardo Provenzano e in quel momento reggente del mandamento di Brancaccio, mentre parla con Salvatore Aragona, anche lui medico e mafioso, dichiarava: "Salvatore… ma tu partici dall’ottantadue, invece… ma chi cazzo se ne fotteva di ammazzare a dalla Chiesa… andiamo parliamo chiaro…”. “E che perché glielo dovevamo fare qua questo favore…”. Ad intercettare le parole del boss, nel 2001, sono i magistrati di Palermo coordinati dal pm Nino Di Matteo, che indagano sull’ex governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro, poi condannato in via definitiva per favoreggiamento aggravato alla mafia.dalla chiesa carlo alberto saluto 850Rileggendo quelle parole una domanda è spontanea: a chi doveva essere fatto questo favore?
Lo stesso Francesco Paolo Anzelmo aveva dichiarato che quell'eccidio non era stato determinato dalla guerra di mafia, ma era “una cosa che era restata fuori” e successivamente anche i collaboratori di giustizia Tullio Cannella e Gioacchino Pennino fornirono ulteriori spunti. Il primo, vicino a Pino Greco Scarpuzzedda, che si sarebbe lamentato con lui per avere dovuto organizzare il delitto (“Stu omicidio dalla Chiesa non ci voleva... Ci vorranno minimo dieci anni per riprendere bene la barca”); mentre il secondo aveva parlato di convergenza di interessi esterni a Cosa Nostra. Una pista seguita a suo tempo anche dai giudici del primo maxiprocesso. Tanto che gli stessi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino parlavano proprio di “convergenza di interessi tra Cosa Nostra e settori politici ed economici”.
Certo è che dalla Chiesa viene ucciso appena cento giorni dopo il suo arrivo a Palermo in veste di Prefetto a cui erano stati promessi dal ministro Rognoni “poteri straordinari”. “Poteri” che non gli furono mai “concretamente” assegnati. Quel che avrebbe fatto con questi “poteri” dalla Chiesa lo aveva detto a Giulio Andreotti, poco prima di partire per la Sicilia: “Non avrò alcun riguardo per la parte inquinata della sua corrente”. Un'affermazione che fece addirittura “sbiancare” il Sette volte Premier. Ma il generale, che aveva già combattuto contro il Terrorismo Rosso, non si sarebbe certo fermato a questo. Avrebbe fatto il suo dovere contro Cosa nostra, indagando affondo sui legami che l’organizzazione criminale stava portando avanti con gli altri segmenti del potere, quello della politica, dell’economia fino ad arrivare ai segmenti deviati.
Per questo è stato fermato.

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