Sabato, Febbraio 23, 2019
   
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A CHI SERVE ORA LA NUOVA NATO ARABA?

 

A chi serve ora la nuova NATO araba?

di Margherita Furlan

“L’Iran è la principale minaccia in Medio Oriente e affrontare la Repubblica islamica è la chiave per arrivare alla pace nell’intera regione”. Mentre il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, pronunciava queste parole in Polonia, nelle stesse ore, il 13 febbraio scorso, l’Iran veniva colpito da un attentato kamikaze: 42 i pasdaran morti nella provincia sud-orientale del Sistan e Balucistan. La rivendicazione è arrivata dal gruppo jihadista sunnita Jaish al-Adl che ha deciso di colpire mentre il paese celebrava il 40esimo dalla Rivoluzione islamica. Nel silenzio quasi totale dei media nostrani. “Non è una coincidenza che l’Iran venga colpito dal terrore nel giorno in cui inizia il circo di Varsavia - ha scritto in un tweet il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif - soprattutto quando sostenitori degli stessi terroristi applaudono dalle strade di Varsavia.” A Zarif non dev’essere sfuggita la presenza dell’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, alle proteste dei Mojahedin-e Khalq lungo le vie della capitale polacca, mentre si svolgeva la "Conferenza per la stabilizzazione del Medio Oriente”, voluta e organizzata dagli Stati Uniti. Scopo dichiarato: creare un fronte unito contro l’Iran. Presenti il vice presidente americano Mike Pence, il segretario di Stato, Mike Pompeo, e il consigliere per i temi mediorientali, oltre che genero, dell'inquilino della Casa Bianca, Jared Kushner. A Varsavia c’era anche, in qualità di ministro della Difesa e degli Esteri ad interim, il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Al summit, che ha riunito più di 50 Paesi, hanno assistito delegazioni guidate da ministri di Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrein, Marocco, Oman, Yemen, Giordania. Mentre Egitto e Tunisia hanno inviato dei viceministri. Facendo il conto degli assenti, Teheran può contare sul sostegno o la neutralità di Algeria, Libia, Sudan, Libano, Siria, Iraq, Kuwait, Qatar, oltre che su quello della Turchia, potenza sunnita non araba. In concomitanza con il vertice polacco, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan si trovava a Sochi con i suoi omologhi di Iran e Russia, Hassan Rohani e Vladimir Putin, lì riuniti per un nuovo incontro del terzetto di Astana sulla Siria. D’altronde, dopo la sconfitta di Daesh in Siria, Stati Uniti e Israele non si rassegnano all’influenza della mezzaluna rossa sciita e della Russia, che ora si espande dal cuore della Mesopotamia al Mediterraneo. Non sarà allora che il vertice di Varsavia era diretto non solo contro l’Iran ma anche contro la Russia di Putin e contro la Cina?

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TELEFRIULI HD

TG F.V.G. EDIZ. DI PN, ALL'INTERNO L'INTERVISTA AL PM ANTONINO DI MATTEO A CURA DELLA NOSTRA TESTATA GIORNALISTICA IN COLLABORAZIONE CON TELEFRIULI.

 

LODATO: "LA SENTENZA TRATTATIVA? UN'OTTIMA BASE PER CERCARE LA VERITA' NON SOLO SU VIA D'AMELIO MA SU TUTTE"

 

lodato

di AMDuemila - Video e Foto
“I giornali italiani non hanno dato una notizia e non hanno mai raccontato i fatti che stavano emergendo in quel processo. In un paese normale quegli stessi giornali avrebbero dovuto dedicare pagine di commenti alle 5mila pagine di motivazione e raccontato come si è arrivati alla colpevolezza di Subranni, Mori, De Donno, Marcello Dell’Utri e i boss. Ma siccome questo non è un Paese normale, è sufficiente che all’indomani della sentenza non si parli più dell’argomento”. A dirlo è il giornalista e scrittore Saverio Lodato presentando il libro "Il Patto Sporco" scritto assieme al pm Nino Di Matteo. Lodato ha detto che l’ottimismo oggi “viene dal fatto che l’opinione pubblica partecipa a questi dibattiti nella condizione che bisogna conoscere quello che è emerso”. Ma per poter far questo “abbiamo bisogno anche di uno sforzo supplementare di tutti i famigliari delle vittime di mafia che devono giungere alla consapevolezza che bisogna chiedere la verità su tutte le stragi e delitti perché non esistono stragi di serie A e B”. Riferendosi in particolare a quella di via D’Amelio, il giornalista ha detto che “quella di Borsellino è una strage apicale in quanto fa seguito a quella di Capaci e viene prima di quelle di Roma, Firenze e Milano” e che “se ci fosse una maggiore consapevolezza” si comprenderebbe che “non è vero che non si è fatto niente, ma che da questa sentenza si può ripartire per andare avanti e rivendicare l’accertamento della verità”.
Il giornalista ha poi concluso, ricordando le parole di Rita Borsellino a commento della sentenza sulla Trattativa Stato-Mafia: “Poco prima di morire disse che la sentenza della trattativa doveva diventare la base della lotta alla mafia. E io penso che le parole di Rita per noi possano essere un ottimo viatico, perché Rita non cercava la verità solo sulla strage di Via D’Amelio”
Lodato: “La sentenza trattativa ha svelato l’intreccio perverso tra la mafia e gli apparati deviati dello Stato”
di AMDuemila
“Domandatevi se questo documentario fosse trasmesso in TV quale impatto sugli italiani potrebbe avere. Perchè racconta la storia di un paese che non è normale. Di un Paese che dopo Portella della Ginestra fino ai giorni nostri è stato falciato da decine e centinaia di stragi e delitti politici”. E’ così che il giornalista Saverio Lodato, autore insieme al pm Nino Di Matteo de “Il Patto Sporco”, ha iniziato il suo intervento alla presentazione del libro all’Università di Catania.
Lodato ha ricordato come il documentario proiettato all’inzio dell’evento “racconta la storia di un paese anomalo” visto che è comunque capace di “arrivare alla verità dopo un quarto di secolo, come nel caso della sentenza sulla trattativa Stato-Mafia”. Per lo scrittore non è possibile che un “imputato-condannato in una sentenza di primo grado, generale dei carabinieri e rappresentante dei servizi segreti può andare in una scuola e partecipare a un dibattito di legalità”. Non solo questo. Ma che in quella circostanza “auguri la morte ai suoi nemici e che non si parli più dei fatti che riguardano la sentenza”.
Il giornalista ha poi detto a gran voce che “noi questa sera continueremo a parlare di questi fatti fin quando in questo Paese, dopo le stragi che ci sono state e una sentenza dopo 25 anni di ritardo, non accada più che un imputato, invitato dalla preside di una scuola che a sua volta è la sorella di un co-imputato condannato, vada in una scuola a parlare di legalità”. “Com'è possibile che telegiornali non ne hanno parlato o non è stata fatta un'interrogazione parlamentare?” si è chiesto lo scrittore. “In questo Paese - ha continuato - quando qualche vecchietto delle Brigate Rosse va nelle università italiane e giustamente ci si indigna se i cattivi maestri del terrorismo tornano in cattedra, ma poi nessuno dice niente se un condannato, seppur in primo grado, come Mori augura la morte ai suoi accusatori e parla di legalità nelle scuole”.relatori pubblicoLodato si è chiesto “come è possibile che da circa 60 anni esiste una commissione parlamentare antimafia che indaga sul fenomeno da prima che crollasse il muro di Berlino?” e che da “sempre indaga e danno dati”. E riguardo a questo ha spiegato come “il maxiprocesso di Falcone e Borsellino durò meno di un anno e mezzo” e che “fino a quel momento, prima del pool antimafia, si negava l’esistenza della mafia”. Inoltre, il giornalista ha rammentato anche la durata del processo a Giulio Andreotti, che è durato 7 anni, e quello sulla Trattativa Stato-Mafia, durato più di 5 anni. Questo per dire che “quando si voleva apparentemente liquidare la mafia militare perchè il paese era stato messo in ginocchio con le stragi si poteva scegliere una strada sbrigativa”, ma nel momento in cui “i magistrati decisero di guardare ai rapporti tra mafia e potere allora a quel punto bisognava mettere parecchi guanti di vari colori”. “E’ con questi dati - ha poi proseguito - che oggi dicono che di questa sentenza non si vuole più parlare, perché ha svelato la fine di una favoletta. In Italia è esistito un potere criminale che si era fatto da solo ma che si è rapporto in un intreccio perverso con lo Stato e i suoi apparati deviati. Ecco perché la fine di quella favoletta, determina la fine della retorica che ci porta ogni anno per il ricordo della strage di Capaci ad avere tutte le tv che parlano di mafia con le navi della legalità, con finanziamenti a centri studi intitolati a vittime di mafia, ma in un contesto in cui la verità non si vuole raccontare”.
Lo scrittore ha poi concluso ricordando quei soggetti che in qualche maniera avevano scritto contro il processo mentre questo era ancora in pieno svolgimento. Da Giuliano Ferrara, a Giuseppe Sottile, passando per Giorgio Mulé, Enrico Deaglio, Pino Arlacchi, Marcelle Padovani ed Eugenio Scalfari.

Di Matteo: ''La magistratura non agisca secondo logiche diopportunità politica''di matteo 1

di AMDuemila
"La magistratura non deve mai valutare l'opportunità politica del proprio agire ma deve semplicemente valutare la doverosità dell'azione penale perché altrimenti noi stessi ci consegnamo alla volontà di tanta parte del potere politico, e non solo, che ci vuole far diventare un potere collaterale rispetto a quello esecutivo". A dirlo è il magistrato Nino Di Matteo, intervenendo alla presentazione a Catania del libro da lui scritto assieme a Saverio Lodato, "Il Patto Sporco", edito da Chiarelettere. Il sostituto Procuratore nazionale antimafia ha poi aggiunto: "Se il Csm scegliesse a chi dare gli incarichi degli uffici direttivi valutando i criteri di affidabilità significa che si tiene conto se uno si avventura o meno nel fare certe inchieste o se tiene conto degli equilibri politici del Paese. E se continua così non avremmo perso noi magistrati ma il Paese e, soprattutto, sarebbe a rischio non solo il principio di separazione dei poteri ma anche libertà e l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge".
Infine Di Matteo si è detto convinto che "questo processo abbia offerto gli elementi per compiere ulteriori passi in avanti per capire i motivi delle stragi e soprattutto delineare la strada da percorrere per dare un nome e un cognome a chi insieme a Cosa nostra ha voluto e organizzato le stragi del 1992 e del 1993".

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INTERVISTA A CARLO COLOMBO

"PIANETA OGGI REPORTER"

INTERVISTA AL NOTO ARTISTA CARLO COLOMBO, A CURA DI ROSARIO MORENO EDITORE DI RST SAIUZ

PROGRAMMA IN COLLABORAZIONE CON R.D.E. DIFFUSIONE EUROPEA IN AM 1584 / 819 KHZ

 

 

PRESENTAZIONE DEL LIBRO "IL PATTO SPORCO" - CATANIA, 11 FEBBRAIO

 

20190211 patto sporco catania defLunedì 11 febbraio alle ore 18 presso l’Aula Magna del Rettorato dell’Università di Catania in Piazza Università 2 si terrà la presentazione del libro “Il Patto Sporco” (ed. Chiarelettere) scritto da Nino Di Matteo, sostituto procuratore nazionale antimafia, e il giornalista e scrittore, Saverio Lodato.
Insieme agli autori, interverranno Alfia Milazzo, presidente fondazione “La città invisibile”, Felice Lima, magistrato, Enzo Guarnera, avvocato, i prof. Giuseppe Mulone e Anna Maria Maugeri dell’Università di Catania.
Ospite della serata il direttore di ANTIMAFIADuemila, Giorgio Bongiovanni.
La presentazione sarà accompagnata dalle letture di Carmelo Galati e Paride Benassai.
L’incontro sarà introdotto dalle note musicali dell'Orchestra giovanile "Falcone Borsellino".
L’evento è realizzato dalla Fondazione "La città invisibile", con l'adesione delle associazioni "Agende rosse Catania Gruppo Francesca Morvillo", "Antimafia e Legalità", "Città insieme", "Cives pro civitate", "Scorta Civica Catania". Media Partner. ANTIMAFIADuemila e Radio Voce della Speranza di Catania.

Ingresso libero.L’evento sarà trasmesso in diretta streaming!L'evento facebook.com/events/1038769476306153
IL LIBRO
Gli attentati a Lima, Falcone, Borsellino, le bombe a Milano, Firenze, Roma, gli omicidi di valorosi commissari di polizia e ufficiali dei carabinieri. Lo Stato in ginocchio, i suoi uomini migliori sacrificati. Ma mentre correva il sangue delle stragi c’era chi, proprio in nome dello Stato, dialogava e interagiva con il nemico.
La sentenza di condanna di Palermo, contro l’opinione di molti “negazionisti”, ha provato che la trattativa non solo ci fu ma non evitò altro sangue. Anzi, lo provocò. Come racconta il pm Di Matteo a Saverio Lodato in questa appassionata ricostruzione, per la prima volta una sentenza accosta il protagonismo della mafia a Berlusconi esponente politico, e per la prima volta carabinieri di alto rango, Subranni, Mori e De Donno, sono ritenuti colpevoli di aver tradito le loro divise. Troppi i non ricordo e gli errori di politici e forze dell’ordine dietro vicende altrimenti inspiegabili come l’interminabile latitanza (43 anni!) di Provenzano, la cattura di Riina e la mancata perquisizione del suo covo, il siluramento del capo delle carceri, Nicolò Amato, la sospensione del carcere duro per 334 boss mafiosi.
Anni di silenzi, depistaggi, pressioni ai massimi livelli (anche dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano), qui documentati, finalizzati a intimidire e a bloccare le indagini. Ora, dopo questa prima sentenza che si può dire storica, le istituzioni appaiono più forti e possono spazzare via per sempre il tanfo maleodorante delle complicità e della convivenza segreta con la mafia.“Chiediamoci perché politica, istituzioni, cultura, abbiano avuto bisogno delle parole dei giudici per cominciare finalmente a capire... Un manipolo di magistrati e di investigatori ha dimostrato di non aver paura a processare lo Stato. Ora anche altri devono fare la loro parte”.
Nino Di Matteo“Volevo che nelle pagine di questo libro parlasse il magistrato, parlasse l’uomo, protagonista e testimone di un processo destinato a lasciare il segno”.
Saverio Lodato

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STRAGI DEL '93 E MANDANTI ESTERNI, PARLA GIOVANNA MAGGIANI CHELLI

 

chelli strage georgofili

"Nino Di Matteo un valido magistrato che non è accusabile di nulla". "In alcune esternazioni di Fiammetta Borsellino rischio di strumentalizzazioni per delegittimare altri processi”
di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari - Intervista
"Mori dovrebbe chiedere scusa alle vittime di via dei Georgofili”

"Le stragi in Continente erano qualcosa fuori Cosa nostra; ci stavamo portando dietro dei morti che non ci appartenevano". Gaspare Spatuzza, ex boss di Brancaccio, con queste parole ha descritto più volte le stragi compiute nel 1993. Attentati che hanno colpito al cuore un intero Paese già traumatizzato dagli eccidi di Capaci e via d'Amelio, nell'anno precedente. In totale, tra Firenze-Roma e Milano, furono 10 i morti e 95 i feriti, vittime di quel piano stragista che si inseriva in una strategia ancora più grande.
A Firenze l’autobomba provocò un cratere della lunghezza di 4 metri e 20, profondo un metro e 30, spazzando via la vita dell'intera famiglia dei custodi dell'Accademia dei Georgofili (Fabrizio Nencioni, 39 anni, sua moglie Angela Fiume, di 36 e le due bambine, Nadia di 8 anni e mezzo e Caterina di appena 50 giorni) e di Dario Capolicchio. Assieme a quest'ultimo vi era anche Francesca Chelli, la fidanzata, che porta ancora i segni di un'invalidità permanente e che ha visto bruciare il suo ragazzo davanti ai propri occhi. Oltre a lei rimasero ferite altre 47 persone. Abbiamo raggiunto telefonicamente la madre di Francesca, Giovanna Maggiani Chelli, Presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della Strage di via dei Georgofili, che da ventisei anni grida e lotta affinché sia completamente fatta giustizia su quell'attentato.

Venticinque anni sono passati dalla strage della notte tra il 27 e il 28 maggio del 1993, secondo lei a che punto siamo nella ricerca della verità?
Ci sono già stati processi importanti che hanno stabilito una parte di verità sulle modalità di quell'attentato e sulle responsabilità dei mafiosi che hanno compiuto il delitto. Adesso però vogliamo andare oltre e contiamo fortemente sulle indagini in corso alla procura di Firenze. Lo scorso 27 maggio il Procuratore capo di Firenze, che ha in mano le indagini sulle stragi del 1993, ha parlato di significativi indizi rispetto ai nuovi elementi emersi sui mandanti esterni. Noi contiamo su questi affinché si arrivi finalmente ad un processo per stabilire quel che avvenne. La verità è una e va trovata completa.

Quali sono le domande che attendono una risposta?
Sono diverse le cose che vogliamo sapere. Tra tante c'è un dubbio che ci assale da tempo. Vorremmo un confronto tra Giovanni Brusca e Monticciolo con quest'ultimo che al Procuratore di Firenze Gabriele Chelazzi, nel 1999, parlò di un viaggio in Lombardia a Milano. Brusca sul punto non ha mai detto nulla mentre Monticciolo, successivamente, ha ritrattato quel verbale che per un vizio di forma non è potuto entrare nel processo trattativa. Chelazzi, infatti, non chiese al tempo a Monticciolo se intendeva avvalersi della facoltà di non rispondere. Dal 2015 è stata disposta una legge retroattiva per cui anche per i verbali effettuati prima del 2001 quella formula doveva essere obbligatoria. Così sul punto non c'è mai stato uno sviluppo. Noi siamo convinti che qui, invece, possa esserci una chiave importante di verità.

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CASO MANCA, ANGELINA: "CHI SA PARLI! A BONAFEDE E A FICO CHIEDO DI STARCI VICINO"

 

manca angelina attilio homepage

La madre del giovane urologo ai figli di Provenzano: “E’ a noi che è stato dato il 41 bis”
di Lorenzo Baldo - IntervistaE’ il grido di una madre che si rivolge al Presidente della Camera e al ministro della Giustizia per chiedere giustizia e verità sulla morte del figlio. Sono passati 15 anni da quel 12 febbraio 2004 quando fu ritrovato il cadavere di Attilio Manca. A tutt’oggi ci sono persone che potrebbero raccontare dettagli importanti su questo mistero ma che tacciono per paura. Ed è anche a loro che Angelina si rivolge “come una madre consapevole di non avere più tanto tempo”. E se la verità dovesse arrivare quando lei e suo marito non ci saranno più non importa: “Non è mai troppo tardi. Quello che conta è restituire giustizia ad Attilio”. In risposta alle dichiarazioni di Angelo Provenzano sul padre morto al 41 bis le parole di questa donna sono inappellabili: “A loro dico che noi familiari delle vittime viviamo tutta la vita al 41 bis e niente e nessuno potrà mai liberarci”.

In questi 15 anni dalla morte di Attilio, dopo un iter giudiziario controverso, abbiamo assistito alla sentenza di condanna nei confronti di Monica Mileti, unica imputata nell'inchiesta di Viterbo, e poi all'archiviazione del fascicolo - per omicidio di mafia - di cui si era occupata la procura di Roma. Come è cambiata per lei e per la sua famiglia la ricerca della verità dopo questi eventi?
Dalla Procura di Roma non ci aspettavamo nulla, ma ci siamo illusi fino alla fine che la dott.ssa Tamburelli ci concedesse la riesumazione della salma. Il giorno in cui abbiamo appreso la notizia dell'archiviazione definitiva del fascicolo è stata l'ennesima dura prova. Per qualche istante ho pensato di abbandonare l'impari lotta, ma poi ho capito che non era giusto per Attilio e per tutti coloro a cui viene negata la verità. D'altronde se Davide ha vinto contro Golia, perché non sperare?

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CRISI DELLE RTV LOCALI, IN COLLABORAZIONE CON LA R.E.A.

Il giornalista Fabrizio De Jorio (Televideo 7 Rai/News) nel prendere spunto dal Video 'ONU e Nuove Tecnologie: vera sfida per Guterres' si sofferma sull'importanza del fattore umano, soprattutto per quanto riguarda l'informazione locale.

 

 

PIANETA OGGI REPLAY 2018

RICORRENZA DELLE STRAGI DI MAFIA, IMMAGINI DA VIA D'AMELIO ED INTERVISTE A NOTI PERSONAGGI TRA I QUALI IL

PM ANTONINO DI MATTEO.

IN COLLABORAZIONE CON RST SAIUZ ED IL CIRCUITO RTV D.T. CON TELEIDEA.

 

PIANETA OGGI REPORTER, APPROFONDIMENTO

DA PORTOGRUARO, INTERVISTA A GIOVANNI BONGIOVANNI COORDINATORE DI FUNIMA INTERNATIONAL ASSOCIAZIONE ONLUS, SUGLI AIUTI CHE VENGONO PORTATI NELLE ANDE ARGENTINE PER LA TUTELA DEI BAMBINI E LE POPOLAZIONI LOCALI.

www.funimainternational.org

PROGRAMMA IN COLLABORAZIONE CON IL CIRCUITO RTV - WEB INTERREGIONALE E CON R.D.E. AM

SI RINGRAZIA PER LA COLLABORAZIONE L'ASSOCIAZIONE "TERRA MATER" DI BRUGNERA - PN

 

LA FRECCIA, DI MARGHERITA FURLAN

INTERVISTA A MANLIO DINUCCI La «sospensione» del Trattato Inf, annunciata il 1° febbraio dal segretario di stato americano Mike Pompeo, avvia il conto alla rovescia che, entro sei mesi, porterà gli Stati Uniti a uscire definitivamente dal Trattato. Già da oggi, comunque, Washington si ritiene libera di testare e schierare armi della categoria proibita dal Trattato: missili nucleari a gittata intermedia (tra 500 e 5500 km), con base a terra. Il Trattato sulle Forze nucleari intermedie, firmato nel 1987 dai presidenti Gorbaciov e Reagan, eliminava tutti i missili di tale categoria, compresi quelli schierati a Comiso. Il Trattato Inf è stato messo in discussione da Washington quando gli Stati uniti hanno visto diminuire il loro vantaggio strategico su Russia e Cina.

 

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