Mercoledì, Maggio 22, 2019
   
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A CHI SERVE ORA LA NUOVA NATO ARABA?

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A chi serve ora la nuova NATO araba?

di Margherita Furlan

“L’Iran è la principale minaccia in Medio Oriente e affrontare la Repubblica islamica è la chiave per arrivare alla pace nell’intera regione”. Mentre il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, pronunciava queste parole in Polonia, nelle stesse ore, il 13 febbraio scorso, l’Iran veniva colpito da un attentato kamikaze: 42 i pasdaran morti nella provincia sud-orientale del Sistan e Balucistan. La rivendicazione è arrivata dal gruppo jihadista sunnita Jaish al-Adl che ha deciso di colpire mentre il paese celebrava il 40esimo dalla Rivoluzione islamica. Nel silenzio quasi totale dei media nostrani. “Non è una coincidenza che l’Iran venga colpito dal terrore nel giorno in cui inizia il circo di Varsavia - ha scritto in un tweet il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif - soprattutto quando sostenitori degli stessi terroristi applaudono dalle strade di Varsavia.” A Zarif non dev’essere sfuggita la presenza dell’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, alle proteste dei Mojahedin-e Khalq lungo le vie della capitale polacca, mentre si svolgeva la "Conferenza per la stabilizzazione del Medio Oriente”, voluta e organizzata dagli Stati Uniti. Scopo dichiarato: creare un fronte unito contro l’Iran. Presenti il vice presidente americano Mike Pence, il segretario di Stato, Mike Pompeo, e il consigliere per i temi mediorientali, oltre che genero, dell'inquilino della Casa Bianca, Jared Kushner. A Varsavia c’era anche, in qualità di ministro della Difesa e degli Esteri ad interim, il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Al summit, che ha riunito più di 50 Paesi, hanno assistito delegazioni guidate da ministri di Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrein, Marocco, Oman, Yemen, Giordania. Mentre Egitto e Tunisia hanno inviato dei viceministri. Facendo il conto degli assenti, Teheran può contare sul sostegno o la neutralità di Algeria, Libia, Sudan, Libano, Siria, Iraq, Kuwait, Qatar, oltre che su quello della Turchia, potenza sunnita non araba. In concomitanza con il vertice polacco, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan si trovava a Sochi con i suoi omologhi di Iran e Russia, Hassan Rohani e Vladimir Putin, lì riuniti per un nuovo incontro del terzetto di Astana sulla Siria. D’altronde, dopo la sconfitta di Daesh in Siria, Stati Uniti e Israele non si rassegnano all’influenza della mezzaluna rossa sciita e della Russia, che ora si espande dal cuore della Mesopotamia al Mediterraneo. Non sarà allora che il vertice di Varsavia era diretto non solo contro l’Iran ma anche contro la Russia di Putin e contro la Cina?

 

Andiamo con ordine e ritorniamo per un istante a Varsavia. Non è un caso che gli Stati Uniti abbiano scelto una location così a nord e al tempo stesso così a est per parlare di Medio Oriente. Washington infatti ha promesso a Varsavia di aumentare il numero delle truppe di ”Fort Trump” contro l’annunciato (in realtà solo dalla potente forza comunicativa della NATO) pericolo d’invasione russa. A una condizione: che il governo polacco annulli i contratti già siglati con la cinese Huawei per lo sviluppo della rete 5G. Washington sa bene che chi vince la guerra delle comunicazioni si prende il mondo. Così a Varsavia, mentre soddisfa i desideri belligeranti di Bibi, rafforza la NATO ai confini con la Russia, oramai accerchiata, protegge la sua oramai caduca egemonia dal celeste impero che avanza, e divide, ancora una volta, l’Europa. L’est asiatico è ora la minaccia numero uno per Washington ma gli investimenti che gravitano attorno alla nuova Via della Seta fanno gola a Bruxelles che, in piena crisi economica, oltre che istituzionale, non è neppure disposta a interrompere gli scambi commerciali con l’Iran. Significativa è stata l'assenza a Varsavia dell'Alto Rappresentante per la Politica Estera dell'Ue, Federica Mogherini, che sta lavorando a un nuovo meccanismo finanziario che aggiri le sanzioni USA contro Teheran. L’Italia, invece, pur esentata dalle sanzioni USA, ha già congelato gli acquisti di petrolio iraniano (forse spera ancora nei pozzi petroliferi della Libia?), e ha supinamente e immediatamente risposto all’appello degli USA inviando a Varsavia il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi. Tra i paesi europei, oltre all'Italia, era presente con il ministro degli Esteri, Jeremy Hunt, solo la Gran Bretagna, tra l’altro in odore di “hard Brexit”. Altri paesi europei hanno deciso di esserci ma con delegazioni di più basso profilo. D’altronde, gli stessi servizi segreti militari israeliani - fa notare il Washington Post che così mette in evidenza anche un ulteriore divario di approccio all’interno dell’establishement americano - rivelano proprio il 13 febbraio che l’Iran “non ha violato l’accordo sul nucleare”, confermando quanto dichiarato dall’intelligence americana alcuni giorni prima.

Parrebbe quindi che questa volta gli efficientissimi servizi d’intelligence israeliani abbiano ritardato a fornire l’informazione a Netanyahu che d’impulso ha twittato: “Ciò che è importante in questo incontro – e non è segreto, perché ce ne sono molti – è che questo è un incontro aperto con i rappresentanti dei principali paesi arabi, che stanno sedendo insieme a Israele per far avanzare l’interesse comune: la guerra all’Iran.” Ma poi qualcuno è intervenuto a calmierare la spasmodica frenesia di Bibi e il tweet, con la stessa velocità con cui era stato pubblicato, è sparito negli oscuri sotterranei del world wide web. Il premier israeliano nel suo intervento a Varsavia si è così limitato a parlare della necessità di “combattere l’Iran”, incassando, tra l’altro, la prossima apertura di relazioni diplomatiche da parte di diversi paesi arabi, tra cui Yemen, Oman, Bahrein. Il piano Tcefoah di Jared Kushner, atteso da due anni, è passato quasi inosservato: la questione palestinese, un tempo divisiva, è diventata quasi irrilevante.

Da Varsavia, nota un tempo per l’alleanza militare tra gli ex paesi del Blocco sovietico, ora parrebbero muoversi i primi passi della nuova NATO araba in chiave anti Iran. Il piano, conosciuto come l’Alleanza Strategica del Medio Oriente (MESA) punterebbe sui pesi massimi del Golfo, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. La creazione di uno scudo regionale di difesa antimissile, che gli Stati Uniti e i paesi del Golfo hanno discusso per anni senza risultati, sarebbe ora un obiettivo raggiungibile. A guidare il piano ci pensa Israele. Cosa possiamo attenderci? Il peggio.

 

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