Domenica, Ottobre 22, 2017
   
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Osservatorio Planetario

DALLA CHIESA, VIA CARINI E LA STRAGE DI STATO

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Dalla Chiesa, via Carini e la strage di Stato

03 Settembre 2016

Trentaquattro anni dopo quello che non si può dimenticare
di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari
“Appena è uscito lui con sua moglie, lo abbiamo seguito a distanza. Potevo farlo là, per essere più spettacolare, nell’albergo, però queste cose a me mi danno fastidio… L’indomani gli ho detto: ‘Pino, Pino (si riferisce a Pino Greco detto "Scarpuzzedda", uno dei più famigerati killer di Cosa Nostra) vedi di andare a cercare queste cose che … prepariamo armi'. A primo colpo, a primo colpo ci siamo andati noialtri… eravamo qualche sette, otto di quelli terribili, eravamo terribili. Nel frattempo lui era morto ma pure che era morto gli abbiamo sparato là dove stava, appena è uscito fa… ta… ta..., ta… ed è morto”.

Così il boss corleonese Totò Riina, indiscusso capo di Cosa nostra, ha descritto l’omicidio del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso il 3 settembre 1982, assieme alla giovane moglie, Emanuela Setti Carraro, e all’agente di scorta, Domenico Russo. Un massacro avvenuto in pochi attimi quando i killer della mafia hanno affiancato le auto in movimento sparando all’impazzata con i kalashnikov AK-47.

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Diretta da Monte Urano (FM)

Conferenza: la presenza degli esseri di luce nel vangelo e la seconda venuta di Cristo.

relatori: Flavio Ciucani ricercatore storico

             Pier Giorgio caria ricercatore documentarista

             Giorgio Bongiovanni stigmatizzato a Fatima

Ingresso libero.

 

 

 

SISMA IN CENTRO ITALIA, INIZIATIVA A MONTEPULCIANO (SI)

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Bravìo delle Botti 2016 – Montepulciano (SI)

 

Comune di Montepulciano                                          Magistrato delle Contrade

 

COMUNICATO STAMPA

 

Domani, 28 agosto, la rievocazione storica porterà i segni del lutto

Le iniziative del Bravìo delle Botti di Montepulciano per i terremotati

In tutte le contrade Pici all’amatriciana a scopo benefico e raccolta di fondi

Il Bravìo delle Botti, la tipica rievocazione storica della Montepulciano del ‘300, riconosciuta “Patrimonio d’Italia” dal Ministero dei beni culturali e del turismo, si schiera con azioni concrete di solidarietà e sostegno al fianco delle popolazioni colpite dal terremoto del 24 agosto.

Domenica 28 agosto, in occasione della 43.a edizione della sfida tra le otto contrade cittadine, saranno attuate una serie di iniziative che da una parte esprimeranno la partecipazione al lutto dell’intera comunità e da un’altra punteranno ad offrire un aiuto tangibile ai terremotati.

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FIGURA DI CRISTO APRE E CHIUDE GLI OCCHI

DA MISTERIO CANAL

El 12 de diciembre fue grabado este video por turistas que visitaban la ciudad de Morelia Michoacán. Aparentemente ellos se dan cuenta del movimiento de la figura, pero después descubrieron que era una figura sin movimientos. Desconocemos la veracidad del mismo: no sabemos si se trata de un montaje, marioneta o un verdadero milagro pero te compartimos el material y al final tu tienes la última palabra.

 

 

PIANETA OGGI REPORTER SETTIMANALE

DA MEOLO (VENEZIA) INCONTRO CON L'ARTISTA VENEZIANA IRINA ZANIN

IN OCCASIONE DELLA SUA ULTIMA OPERA, "IL CASTELLANO", UN GRANDE SUCCESSO ALLE MOSTRE D'ARTE.

A CURA DI MASSIMO BONELLA.

IN COLLABORAZIONE CON IL CIRCUITO RTV INTERREGIONALE TERRESTRE E RADIO SAIUZ NETWORK.

 

 

LO GIUDICE: "FACCIA DA MOSTRO DIETRO VIA D'AMELIO"

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di AMDuemila - 09 Agosto 2016
Il pentito calabrese: "Fu lui a premere il pulsante per la strage"

Un altro pentito torna a parlare di "faccia da mostro", l'uomo dei servizi che secondo alcuni collaboratori di giustizia (tra cui i siciliani Vito Galatolo e Vito Lo Forte, e il calabrese Consolato Villani) avrebbe preso parte a molte stragi ed omicidi eccellenti. È Nino "il nano" Lo Giudice, scrive Il Fatto Quotidiano, a parlare nuovamente di quel personaggio che sarebbe stato riconosciuto nell'ex poliziotto Giovanni Aiello. “È stato il poliziotto Giovanni Aiello, alias 'faccia da mostro', a far saltare in aria Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta" ha detto il pentito calabrese, aggiungendo che "fu lui a schiacciare il pulsante in via d’Amelio" e a confidarglielo è stato, ha precisato, "Pietro Scotto quando eravamo in carcere all’Asinara. E anni dopo me lo confermò Aiello in persona" ma "quando ho raccontato tutto sono stato minacciato dai servizi”. Scotto, condannato in primo grado ma poi assolto in appello per aver intercettato i telefoni di casa Borsellino, è fratello di Gaetano, imputato per l’omicidio dell'agente Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio, uccisi da Cosa nostra nel 1989, oggi in libertà.

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IL PM CHE SMASCHERA I POTENTI DELLA 'NDRANGHETA

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IN COLLABORAZIONE CON LA TESTATA GIORNALISTICA ANTIMAFIA DUEMILA

di Giorgio Bongiovanni
La Calabria è una delle regioni dove più si tocca con mano il problema della povertà e della disoccupazione. Eppure, per il giro di denaro prodotto, questa stessa regione si qualifica come la più ricca, superiore persino alla California (lo stato più ricco degli Usa con un Pil di circa 2,2 trilioni di dollari). Parliamo di decine di miliardi di euro, cifre da capogiro di cui però la punta del nostro stivale non vede che le briciole. Perché quei miliardi sono gestiti in toto dai capi della 'Ndrangheta, i veri padroni della Calabria, che dispongono di pacchetti azionari nelle banche off shore e non solo di tutto il mondo, e denaro liquido ricavato dal traffico di droga (in particolare cocaina, di cui le cosche calabresi detengono il monopolio nel mondo occidentale). Da tempo ormai la 'Ndrangheta ha scalato la classifica nel settore del narcotraffico piazzandosi al primo posto, per anni occupato da Cosa nostra. Oggi, dai confini dell'ex Jugoslavia al Portogallo, dall'Alaska alla Terra del Fuoco, la polvere bianca viaggia per mare, terra e aria sotto l'occhio vigile dei calabresi. La 'Ndrangheta "fattura" ogni anno 70/80 miliardi di euro solo in traffico di droga. Sono dati in realtà forfettari, ricavati dai maggiori esperti a seguito dei sequestri di stupefacenti. Ma molti di più sono i carichi di cocaina purissima che riescono a passare inosservati, continuando ad alimentare quello che è il settore criminale di gran lunga più redditizio.

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IN PRIMO PIANO: STRAGE DI BOLOGNA, 36 ANNI DOPO IL DEPISTAGGIO E' LEGGE

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di Francesca Mondin
Oggi, in occasione nel giorno della memoria, il reato entra ufficialmente nel codice

2 agosto 1980. Ore 10.25 un gran boato travolge la stazione di Bologna. Un'esplosione tanto forte da investire il treno in sosta al primo binario e distruggere l’ala della sala d’aspetto, la pensilina e il parcheggio dei taxi. Ottantacinque le vite umane spezzate in un soffio, duecento le persone ferite. Un'altra tragica ferita segna l'Italia.
C'erano già state le stragi di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre '69), quella di Piazza della Loggia a Brescia e la strage dell'Italicus nella linea ferroviaria Firenze-Bologna rispettivamente 28 maggio e 4 agosto 1974. Qualche anno più in là ci sarà la strage del Rapido 904. Altre vite umane spazzate via, ancora “strategia della tensione”. E poi, come la storia insegna per molti fatti tragici italiani, ci furono depistaggi, inter giudiziari interminabili e mandanti invisibili, ancora senza volto dopo 36 anni.
Nel 2007 la Cassazione stabilì che a portare all'interno della stazione la valigia con l'esplosivo fu Luigi Ciavardini. Assieme a lui condannati definitivamente come esecutori materiali nel '95 Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, tutti ex terroristi neri dei Nar (nuclei armati rivoluzionari). Un inter giudiziario lungo e difficile che vide molte piste d'indagine aprirsi in uno scenario alquanto torpido. Tra le persone condannate, per aver depistato le indagini emerge il nome di Licio Gelli il fondatore della loggia massonica P2.

Un 2 agosto di speranza
Oggi però, a distanza di 36 anni, l'Italia può ricordare quella strage con la speranza che le cose possano cambiare. Finalmente dopo oltre “23 anni di attese” e ostacoli, la legge sul reato di depistaggio proprio oggi entra in vigore. "Più bello di così. Se avessimo cercato di farlo apposta non ci saremmo riusciti...una cosa eccezionale" ha detto Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione delle vittime del 2 agosto e deputato Pd, nonché primo firmatario della legge, alla celebrazione del 36° anniversario a Palazzo d'Accursio nei giorni scorsi.
Una legge ottenuta con molta fatica attraverso un iter fatto di lunghe pause e attese. Basti pensare che come ha spiegato Bolognesi

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A VERY SICILIAN JUSTICE - UNA VERA GIUSTIZIA SICILIANA

IN COLLABORAZIONE CON ANTIMAFIA DUEMILA

Il documentario sulla mafia realizzato dal regista inglese Paul Sapin e dal produttore Toby Follet.Al centro, il processo sulla trattativa Stato-mafia attraverso il racconto del Pm Nino Di Matteo e altre numerose testimonianze.

   

L'ANGELO DEL MALE

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IN COLLABORAZIONE CON ANTIMAFIA DUEMILA

Morto Provenzano, il boss sanguinario di Cosa nostra
di Giorgio Bongiovanni
Sarà anche stato l'alter ego “ragioniere” della “belva”, ovvero di Totò Riina. Ma Bernardo Provenzano, deceduto oggi al San Paolo di Milano, rimane comunque boss sanguinario di Cosa nostra, colui che non si è opposto e anzi sposò la terribile strategia stragista del compaesano corleonese, u' curtu. Del resto, il conto che gli è stato addebitato dalla giustizia è tra i più salati: venti ergastoli, 33 anni e 6 mesi di isolamento diurno, 49 anni e un mese di reclusione e 13mila euro di multa. Tra i delitti per i quali “Binnu u' Tratturi” era stato condannato ci sono la strage di Capaci, la strage di via d'Amelio, le stragi di Firenze, Milano e Roma del 1993 e altri delitti eccellenti come quello del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, di Rocco Chinnici, Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Cesare Terranova. Nel 2009 Provenzano era stato condannato all'ergastolo anche per la strage di viale Lazio, datata 1969 e uno dei più cruenti regolamenti di conti della storia di Cosa nostra.
E proprio nel rammentare questo suo essere sia stratega politico che autore e mandante di stragi e omicidi ci sovviene alla mente un'altra figura sanguinaria, diversa per contesto e tempo storico: quella di Heinrich Himmler, comandante della Gestapo del Terzo Reich (nominato dallo stesso Hitler, di cui era braccio destro, ministro dell'interno nel 1943) nonché uno dei maggiori responsabili dell'instaurazione del nazionalsocialismo.

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CACCIATE FUORI I SOLDI DI PROVENZANO

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IN COLLABORAZIONE CON ANTIMAFIA DUEMILA ONLINE

Un tesoro di miliardi di euro
di Saverio Lodato
Ora che Bernardo Provenzano è morto, qualche riflessione si impone. Abbiamo letto avidamente cronache e ritratti, analisi e opinioni, ricostruzioni della storia che fu e previsioni sul prossimo futuro, perché quando un gran capo muore nessun vuole mancare all'appuntamento, partecipando alle esequie mediatiche, dicendo la sua, perfino tirando ad indovinare. Non c'è da scandalizzarsi, Bernardo Provenzano avendo fatto notizia sia da vivo, sia da morto.
C'è chi lo ha descritto come la copia conforme di Totò Riina.
C'è chi lo ha rappresentato come figura silente, ma antitetica, per decenni, a quella di Riina.
Chi ha intravisto nella sua scomparsa la fine di un'epoca di Cosa Nostra.
C'è chi è convinto che il suo erede sarà naturalmente Matteo Messina Denaro e chi invece non è propenso a credere che si verificherà una sostituzione meccanica e scontata.
Tutte opinioni accettabilissime, legittime, visto e considerato che degli oltre quarant'anni vissuti in latitanza dal soggetto in questione non si sa nulla.
Persino il presidente del Senato, Piero Grasso, che l'argomento lo conosce essendosi occupato di Provenzano prima da procuratore di Palermo poi da procuratore nazionale antimafia, ha desolatamente ammesso che il morto illustre si è portato nella tomba segreti e chiavi di quei segreti. Se lo dice lui, del vero ci sarà.
Ma - e questo è ciò che adesso ci preme di più - si sarebbe persino portato dietro la chiave di quello scrigno in cui custodiva gelosamente i tesori insanguinati accumulati in mezzo secolo di Onorata Carriera Criminale.

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16 LUGLIO 2016, L'UNIONE ITALIANA COMPIE 25 ANNI

Il 16 luglio 1991 al Palazzo Modello di Fiume nasceva la nuova Unione Italiana.
25 anni fa, dopo una netta rottura con la UIIF, iniziava un nuovo percorso di emancipazione e di crescita della Comunità Nazionale Italiana, attraverso un profondo rinnovamento dell’assetto organizzativo e un necessario ricambio generazionale, a seguito delle prime libere, pluralistiche e democratiche elezioni a suffragio universale tra tutti gli appartenenti alla Comunità Nazionale Italiana della allora Jugoslavia.
Sono disponibili online nelle pagine de La Voce del Popolo, della rivista Panorama e sul profilo Facebook dell'UI, gli interventi del Presidente dell’Unione Italiana, On. Furio Radin e dal Presidente della Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana, Maurizio Tremul, in cui raccontano di questi importanti 25 anni a cavallo tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo.

   

DIRETTA DA PALERMO

 

''Verità, non vendetta''. Via d'Amelio 24 anni dopo, le risposte che mancano - Palermo, 18 Luglio

Diretta streaming!
Palermo
, lunedì 18 luglio 2016 ore 20:30, presso l'atrio della Facoltà di Giurisprudenza (via Maqueda, 172) avrà luogo la conferenza “Verità, non vendetta. Via d'Amelio 24 anni dopo, le risposte che mancano”, organizzata dall'Associazione Culturale Falcone e Borsellino assieme all’associazione ContrariaMente-Rete Universitaria Mediterranea, in occasione del 24° anniversario della strage di via d'Amelio.

A tanti anni di distanza sono davvero molteplici gli interrogativi che restano su quanto avvenuto in quel 19 luglio '92, quando l’esplosione di una 126 imbottita di tritolo uccise il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Claudio Traina. I processi di Palermo e Caltanissetta, in questi anni hanno contribuito a far emergere contorni sempre più evidenti di un accordo, stretto tra Cosa nostra e altri poteri in nome dei medesimi interessi.

Anche di questo si parlerà durante il dibattito in cui interverranno in qualità di relatori Salvatore Borsellino, fondatore del movimento Agende Rosse e fratello di Paolo; Giuseppe Lombardo, pm di Reggio Calabria; Antonio Ingroia, ex pm e avvocato; i giornalisti e scrittori Giuseppe Lo Bianco e Stefania Limiti; Giorgio Bongiovanni, direttore della rivista Antimafia Duemila.

Modera l’incontro Lorenzo Baldo, vicedirettore di Antimafia Duemila.

Durante il dibattito verrà proiettato un estratto del docu-film “A Very Sicilian Justice”

L’ingresso è libero.

L'evento facebook.com/events/1081352875286785

L'evento sarà trasmesso in diretta streaming!

 

 

 

   

E' MORTO IL BOSS CORLEONESE BERNARDO PROVENZANO

 

Il capomafia, detenuto al 41 bis, si è spento nel carcere di San Vittore
di Miriam Cuccu e Aaron Pettinari - 13 Luglio 2016
E’ morto qualche ora fa, all’età di 83 anni, il capomafia corleonese Bernardo Provenzano. “Binnu u tratturi” (così era anche chiamato) era detenuto in regime carcerario 41 bis nel reparto ospedaliero San Paolo di Milano. Qui si trovava ormai da due anni a causa di una grave malattia (gli era stato diagnosticato un cancro alla vescica). Provenzano era ricoverato nella struttura sanitaria dal 9 aprile 2014, proveniente dal centro clinico degli istituti penitenziari di Parma. I familiari del boss, giunti a Milano il 10 luglio, lo hanno incontrato prima della morte. Diverse perizie lo indicavano come poco più di un vegetale e più volte i familiari e i legali del capomafia hanno chiesto la revoca del carcere duro. Lo scorso aprile il ministro di grazia e giustizia Orlando aveva prorogato il 41 bis nonostante il parere favorevole di diverse procure e anche della Direzione nazionale antimafia.

Storia criminale

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PIANETA OGGI REPORTER - SETTIMANALE

INTERVISTA AL FILOSOFO ESPERTO IN SPIRITUALITA' LUCIANO DE BEI - PARTE 1

IN COLLABORAZIONE CON IL CIRCUITO RTV-WEB INTERREGIONALE.

   

PIANETA OGGI REPORTER - SETTIMANALE

INTERVISTA AL FILOSOFO ESPERTO IN SPIRITUALITA' LUCIANO DE BEI - PARTE 2

IN COLLABORAZIONE CON IL CIRCUITO RTV-WEB INTERREGIONALE

   

I BASTARDI DI FERMO

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In collaborazione con Antimafia Duemila

 

di Nando dalla Chiesa
Che un giovane africano sfugga per miracolo a tutte le sventure della terra per poi, giunto in terra civile e pacifica, trovare sulla sua strada i bastardi di Fermo è qualcosa che grida vendetta al cielo, se qualcuno da lassù è in grado di ascoltare. Intanto però proviamo a pensarci noi. Qui all’appello non sfugge proprio nessuno. La più nera delle provincie marchigiane, con le sue imbecillità da tempo libero. Il calcio con i suoi cosiddetti ultrà, sempre accolti generosamente, ed è una delle ragioni per cui del nostro calcio non mi occupo più, mi fa schifo come i suoi protagonisti. Però chiamiamoli nazisti prima che ultrà. Non dimentichiamo gli “ultrà” che hanno generato i massacri jugoslavi. E soprattutto non sfugge il linguaggio degli animali politici (nel senso scientifico di “animal spirit”) che per raccattar voti, ossia per la loro poltrona, fomentano odi e incitano gli uomini a essere bestie (nel senso scientifico di bestie), chiamando scimmie degli esseri umani. A loro piccola attenuante sta il fatto che, a causa della propria ignoranza, non sanno misurare l’effetto delle parole. Non capiscono che spesso, passando di bocca in bocca, il fiato genera mostri.

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EMMANUEL, MORTO DI RAZZISMO. COSA RESTA DELL'ACCOGLIENZA?

 

Fuga da Boko Haram, poi ucciso a Fermo: la moglie racconta l'inferno sul barcone
di AMDuemila - Video e fotogallery all'interno!
Quanto è accaduto a Fermo chiama in causa tutti in prima persona. La tragica morte di Emmanuel Chidi Nnamdi, scampato alla violenza terroristica di Boko Haram insieme all'amata moglie Chimiary, morto per mano di un ultra' fermano, non può che interrogarci su quale accoglienza siamo in grado, come comunità locale, di offrire a coloro che dai barconi approdano in terra marchigiana. Emmanuel e Chimiary dopo aver perso casa e famiglia in Nigeria volevano ricominciare un'altra vita in un'altra terra. Erano persino riusciti farsi sposare da don Vinicio Albanesi, che li ha accolti presso il seminario arcivescovile, nonostante ancora non disponessero di documenti regolari. Poi quell'incontro: “Scimmia africana” così la apostrofa uno dei due ultrà mentre Chimiary passeggiava in compagnia del marito. Dopo i diverbi, la colluttazione: Emmanuel (al di là delle dinamiche dell'accaduto che saranno chiarite dalle indagini) è in fin di vita ed entra in coma irreversibile. Il cuore batte, ma l'attività cerebrale non c'è più. E dopo le ore necessarie per attendere l'accertamento del coma si decreta ufficialmente la morte.

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DI MATTEO, LA CONDANNA A MORTE E IL PROCESSO TRATTATIVA

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“A very Sicilian Justice”, il docu-film di Al Jazeera
di Giorgio Bongiovanni - 08 Luglio 2016
Ci voleva un'emittente televisiva come Al-Jazeera per realizzare un docu-film serio, profondo, basato su fatti veri, per far conoscere la storia di un magistrato condannato a morte come il sostituto procuratore di Palermo Nino Di Matteo. Un documentario in cui, attraverso le parole dello stesso magistrato, di giornalisti come Saverio Lodato, Salvo Palazzolo e Lorenzo Baldo, di familiari di vittime di mafia come Salvatore Borsellino, e poi ancora collaboratori di giustizia e testimoni del tempo si illustra il palcoscenico criminale che ha visto Palermo e la Sicilia come protagoniste e che si è sviluppato nel corso del tempo fino ad arrivare ai fatti del processo trattativa Stato-mafia.
Tanti pezzi di una storia che viene sapientemente messa in evidenza grazie alla straordinaria regia di Paul Sapin, al lavoro di produzione di Toby Follett, senza trascurare i dettagli della sceneggiatura e della fotografia. Un lavoro avvalorato dalla presenza del Premio Oscar Helen Mirren, voce narrante capace di trasmettere tutto il proprio sentimento e passione (così come ha espresso nell'intervista che leggerete anche nel nostro giornale) arrivando ad esprimere la propria solidarietà a tutti quei magistrati che rischiano la morte e che sono in prima linea nella lotta contro la mafia e la corruzione, come Nino Di Matteo.

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QUANDO LA FOTO DEL MORTO PARLA

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ARTICOLI TRATTI DALLA TESTATA GIORNALISTICA ANTIMAFIA DUEMILA

www.antimafiaduemila.com

 

Il libro di Lorenzo Baldo sulla fine di Attilio Manca
di Saverio Lodato
Prima o poi sarà introdotto il divieto di "fotografare il morto", di lasciare a futura memoria l’immagine dello scempio di chi si è accanito, di documentare gli effetti delle torture di uomini su altri uomini, perché il Potere non può più concedersi il lusso di essere clamorosamente smentito nelle sue versioni ufficiali, imbastite sulla menzogna e nel categorico rifiuto di prendere atto della verità. Il "morto", infatti, può parlare, può indicare la colpa e i colpevoli, può smentire all’infinito i Burocrati del Terrore quando si danno da fare, sui giornali, in televisione, o nelle aule di tribunali e corti d’assise, per troncare e sopire, dichiarando che "non è successo nulla".
Forse questa è una previsione paradossale, avveniristica. Ma in cosa differisce dall’eterno tentativo del Potere, della Politica, del Governo, di regolamentare, tacitare, rendere inutilizzabili, mettere al bando le intercettazioni telefoniche perché raccontano ai cittadini quanto accadde, cosa si dissero i coinvolti, e perché svelano contenuti scabrosi che è meglio rimangano all’oscuro nelle segrete stanze? Se la gente non deve sentire, la gente non deve neanche vedere.
Una foto, un clic, un’istantanea, raggiungono il bersaglio più di un milione di editoriali e di articolesse.

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