Sabato, Ottobre 20, 2018
   
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Osservatorio Planetario

IN PRIMO PIANO, IL RICORDO DEL GIORNALISTA, NOSTRO AMICO, PABLO MEDINA

LA LUCHA CONTRA LA MAFIA EN PARAGUAY - CONGRESO NACIONAL

 

 

IN PRIMO PIANO, IL RICORDO DEL GIORNALISTA, NOSTRO AMICO, PABLO MEDINA

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La vittoria dei giusti

medina pablo bongiovanni giorgioL'anniversario dell'assassinio del giornalista Pablo Medina
di Giorgio Bongiovanni - Video
Io e Pablo eravamo amici. Pablo per me è stato un maestro di giornalismo per quel suo modo di operare sul campo, accompagnato immancabilmente dalla sua macchina fotografica. Pablo riusciva a scovare le notizie quando queste venivano celate dai più; intervistando collaboratori di giustizia, investigatori e con un confronto diretto e costante con le proprie fonti. Gli articoli di Pablo erano diretti, senza peli sulla lingua. Pablo scriveva quello che vedeva in maniera meticolosa senza mai essere smentito nelle informazioni che dava su mafiosi, narcotrafficanti o potenti di turno. Pablo Medina è stato ucciso il 16 ottobre 2014 insieme alla sua giovane assistente Antonia Almada lungo una strada rurale di Villa Ygatimí, nel dipartimento di Canindeyú al confine con il Brasile. E' morto sul campo, mentre svolgeva il suo lavoro di inchiesta su quell'area di snodo del narcotraffico paraguayano e brasiliano.
A commissionare l’assassinio del giornalista, ucciso sotto i colpi di una calibro 9 mm, è stato Vilmar “Neneco” Acosta, politico del ‘partito colorado’, ripetutamente denunciato dal giornalista Pablo Medina, corrispondente di ABC Color, come uomo vicino al narcotraffico della zona e coinvolto in altri delitti. Acosta è stato condannato a 39 anni di carcere che sta trascorrendo presso il Penitenziario Nazionale di Tacumbú.

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PIANETA OGGI REPORTER

"UFOLOGIA"

INTERVISTA AD ANTONIO URZI TESTIMONE DI MIGLIAIA DI AVVISTAMENTI U.F.O.

IN COLLABORAZIONE CON IL CIRCUITO RTV INTERREGIONALE DT / AM RDE DIFFUSIONE EUROPEA

A CURA DI MASSIMO BONELLA "DIRETTORE DI PIANETA OGGI TV ALLNEWS"

 

 

GUERRA NUCLEARE IL GIORNO PRIMA

L'analisi di Giulietto Chiesa
da
pandoratv.it
Al Festival Firenze Libro Aperto (28-30 settembre), il Comitato No Guerra No Nato ha gestito lo stand dell’editore Zambon e curato la presentazione di alcuni libri contro la guerra: “Progetto Apocalisse” di Paul Jonhstone (Zambon), presentato da Jean Toschi Marrazzani Visconti e Manlio Dinucci, e “Lo Stato Profondo” (Imprimatur) presentato dall’autrice Germana Leoni von Dohnanyi; “Guerra nucleare - il giorno prima” (Zambon) e “Diario di guerra” (Asterios) presentati da Giulietto Chiesa e l’autore Manlio Dinucci. All’incontro, apertosi con il saluto dello storico Franco Cardini, è stato proiettato il video di Pandora TVPacco bomba nucleare dagli Usa”.Tratto da: pandoratv.it

 

BUSTA CON PROIETTILI A CLAUDIO FAVA

 

fava claudio web15di AMDuemila
Avviate le indagini della Digos
Una busta, con all'interno proiettile calibro 7,65, questa mattina è stata recapitata al presidente della commissione regionale Antimafia Claudio Fava, presso gli uffici della Commissione antimafia che si trovano al piano basso di Palazzo dei Normanni, sede dell'Assemblea Regionale Siciliana. Ad aprire il plico sono stati alcuni collaboratori di Fava, che hanno immediatamente avvertito la Digos. Gli agenti sono entrati a Palazzo e hanno sequestrato la busta; oltre al proiettile non ci sarebbe stato altro all'interno.
Da parte sua il figlio del celebre direttore de “I siciliani”, Pippo Fava, ha dichiarato: "In questo momento non ho commenti da fare. Posso solo dire che si va avanti nonostante le intimidazioni".
La Commissione regionale Antimafia sotto la sua guida, si sta occupando di diverse istruttorie, tra cui quelle sul cosiddetto "sistema Montante", dall'ex presidente di Sicindustria arrestato per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, e sul depistaggio nella strage di via d'Amelio. E proprio nei giorni scorsi aveva annunciato che nei prossimi mesi verranno presentate le relazioni conclusive su queste due istruttorie. Non solo, entro fine anno si ripropone di presentare un nuovo codice etico per deputati e amministratori.
Inoltre, lo scorso 4 ottobre, l'Ars ha approvato il disegno di legge presentato dallo stesso Fava che obbliga i politici a rendere nota la loro adesione alla massoneria. Intervistato da LiveSicilia aveva ricordato con soddisfazione che questa Regione "è la prima che si è impegnata su un senso di trasparenza così puntuale. Peraltro, questo è ancora più importante avendo in Sicilia una tradizione spesso molesta tra massonerie, logge, politica, funzione pubblica, amministrazione. Non dimentichiamo che nel decreto di scioglimento del consiglio comunale di Castelvetrano si fa riferimento alla circostanza che buona parte di giunta e consiglio sia composta da iscritti alla massoneria e non perché gli ideali mazziniani siano lì radicati". Infine, sempre nelle scorse settimane, Fava aveva fatto dei commenti importanti sul sequestro del quotidiano "La Sicilia" nei confronti dell'editore Mario Ciancio. Così come ha scritto il giornalista Riccardo Orioles, esprimendo la sua solidarietà su Facebook, è possibile che "uno di questi casi, o tutti, o altri ancora, ha prodotto un avviso. Lui però non è solo".Foto © Imagoeconomica

Da parte di tutta la redazione di ANTIMAFIADuemila va la più profonda solidarietà a Claudio Fava nella speranza che le autorità preposte possano presto far luce su questo increscioso atto intimidatorio.

 

 

P2 MAI SCONFITTA: I DIARI SEGRETI DI TINA ANSELMI PER TROVARE LE RISPOSTE

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p2 tina anselmi bndi Lorenzo Baldo
La nuova edizione del libro di Anna Vinci, biografa dell’ex staffetta partigiana

“Che cosa resta, a trent’anni da quell’inizio degli anni Ottanta, delle parole del potere che emergono dai preziosi foglietti di Tina, questo segreto diario, che ci proietta sul palcoscenico dell’Italia di ieri e che ci spinge a riflettere sull’Italia di oggi? Una testimonianza di persona onesta che si trova davanti alle menzogne, ai sotterfugi, alle compromissioni di un potere segreto e maligno che s’insinua nelle istituzioni e riesce troppo spesso a corrompere quello che c’è ancora di sano nel paese. Le armi per combattere questi orrori stanno in altre mani. A lei non resta che il racconto dei fatti, con il rischio sempre di non essere creduta”. E’ un rischio concreto quello paventato dalla scrittrice Dacia Maraini nell’introduzione della nuova edizione dello splendido libro di Anna Vinci "La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi" (Chiarelettere). E alla effettiva possibilità di non essere creduti si aggiunge una consapevolezza oggettiva, lacerante, cruda: la P2 ha saputo cambiare pelle ed è ancora viva e operante sotto altre forme. “L’uso distorto delle parole – scrive nel capitolo “A volte ritornano” Giovanni Di Ciommo, ex segretario della Commissione parlamentare sulla P2 –, che Gianrico Carofiglio chiama la «manomissione delle parole», è la prima e la più perniciosa fra tutte: la corruzione delle menti. Chi ne vuole un esempio, legga la lettera di Licio Gelli indirizzata al presidente della Repubblica Francesco Cossiga, e mentre la legge ponga mente alla discrasia tra le parole altisonanti del testo e la realtà, ben meno nobile, a esse sottostante”. “Come ha potuto permettersi di scrivere una tale lettera? – si chiede sgomenta Anna VinciIl fatto che Gelli avesse la spudoratezza di scrivere, di tirare fuori la testa, significava che i tempi erano veramente cambiati e quella lettera non era una delle tante,

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VAJONT, STORIA DI UNA STRAGE DI STATO DIMENTICATA

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vajont c ansaAcqua, soldi e complicità: la diga maledetta
di Mattia Fossati
9 ottobre 1963, ore 22:39. Dal Monte Toc si stacca una frana di 260 milioni di metri cubi di roccia che precipita nel bacino artificiale del Vajont sollevando un’onda di oltre 200 metri d’altezza. Una massa indicibile di acqua che oltrepassa la diga e casca come un Niagara sul fondovalle spazzando via cinque paesi, Longarone, Pirago, Rivalta, Codissago, Maè. 2000 i morti, alcuni dei quali mai ritrovati.
È la più grande tragedia civile mai avvenuta in Italia. Una tragedia prevista e troppo spesso dimenticata.
La storia parte negli anni ’20, quando la veneziana Sade, una delle più importanti società idroelettriche italiane, individua un sito perfetto per ospitare un nuovo lago artificiale. È una profonda gola nelle Prealpi a confine tra Veneto e Friuli: la valle del Vajont, dal nome del torrente che bagna la vallata. La nuova struttura serviva alla compagnia della Serenissima come bacino di riserva, una sorta di salvadanaio dal quale attingere nei periodi di siccità del fiume Piave che conferiva acqua a tutti gli altri impianti veneti.
58 milioni di metri cubi doveva essere la capacità iniziale del serbatoio del Vajont protetti da una diga alta 200 metri incastonata tra i Monti Toc e Salta.
Con l’avvento al potere del fascismo in Italia, la Sade ha la strada spianata. Il proprietario della società, Giuseppe Volpi Conte di Misurata, riesce a strappare un posto nel governo Mussolini come ministro delle Finanze e come uno dei suoi primi atti riesce a convincere il Duce a varare una legge che conferisce finanziamenti del 50% a fondo perduto ai costruttori di nuovi impianti idroelettrici, quindi anche alla sua società. Il progetto per la costruzione della diga viene presentato nel 1940 però verrà approvato dalla Quarta commissione dei lavori pubblici solo il 15 settembre 1943 con l’Italia nel caos e senza neanche aver raggiunto il numero legale per la votazione.
Ed è in questo modo truffaldino che la Sade, con la caduta del regime e il trionfo della Repubblica, riesce ad ottenere il beneplacito per iniziare l’edificazione dell’impianto. La società veneziana, da quando negli anni Cinquanta apre il cantiere nella valle, crea non pochi problemi agli abitanti di Erto e Casso, il paese situato sulla punta del monte Toc. In primis, espropria ai contadini i terreni sui versanti delle due montagne pagandoli a prezzi stracciati oppure, per chi non cede alle offerte in denaro, applica la vendita forzosa. Inoltre spinge in avanti i lavori di costruzione della diga anche se le autorizzazioni ministeriali non sono ancora state concesse. “Tanto arriveranno” – dicevano gli operai al cantiere.
I lavori procedono senza sosta ma nessuno tiene in considerazione che l’unica perizia effettuata sulle sponde del serbatoio risaliva al 1937 a firma dell’esperto geologo Giorgio Dal Piaz. Nessuno dal Ministero dei lavori pubblici va a controllare il procedere dei lavori al Vajont.
Ci vanno solo i membri della commissione di collaudo nominata dal ministero democristiano Togni nel 1959. Però non obiettano nulla e addirittura spacciano i dati tecnici forniti dalla Sade come loro relazione. Risultato? Lo Stato stacca un altro assegno a fondo perduto per la diga del Vajont.
Le cose, da quel momento, inizieranno a precipitare. Nella diga di Pontesei, a pochi chilometri da quella del Vajont, i geologi notano delle fessurazioni sulle sponte del lago e constatano lo scivolamento in avanti di uno dei versanti della montagna. Si decide così di abbassare il livello d’acqua del serbatoio artificiale per evitare che in caso di frana questa potesse tracimare scavalcando la diga. Accade però un fatto imprevisto. Più tolgono acqua e più la frana scivola in avanti.
Il 22 marzo 1959 la sponda cede e un’onda di dieci metri travolge Arcangelo Tiziano, il custode che stava monitorando l’attività del lago. Non verrà mai ritrovato.
Lo stesso anno dell’incidente a Pontesei, la diga del Vajont è ancora in costruzione ma la Sade spinge per effettuare già le prime prove d’invaso, cioè iniziare a riempire d’acqua il serbatoio. Man mano che il livello del bacino sale, il monte Toc inizia a scuotersi, a provocare dei tonfi sordi e una grossa crepa si crea nelle zone vicine alla vetta della montagna. Sono gli stessi sintomi che aveva avuto la diga di Pontesei. Un sentore mette in allarme più di tutti gli altri. Il 4 aprile 1960 un costone del versante della montagna piomba nelle acque del lago del Vajont. È un segnale: un modo per dire che anche sul Toc c’è una frana enorme.
Lo certifica anche Leopold Muller, geologo della scuola di Salisburgo, chiamato dai progettisti della diga per una nuova relazione geologica sulle sponde del bacino. Nonostante l’allarmante relazione dello specialista austriaco, le prove d’invaso continuano senza sosta. Motivo? È il 1961 ed è arrivata la nazionalizzazione delle industrie idroelettriche quindi la Sade deve cedere l’impianto all’Enel ma, per poterlo liquidare al miglior prezzo, deve completare il collaudo.

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OUR VOICE ALLA PERUGIA - ASSISI PER LA MARCIA DELLA PACE

di AMDuemila - Video
E' tutto pronto per la Marcia della pace Perugia Assisi 2018, che si terrà il 7 ottobre e che vedrà la partecipazione di 170 scuole, con oltre 10mila bambini e ragazzi, 500 associazioni locali e nazionali e 250 enti locali. Tra queste, come ogni anno, parteciperà anche il Movimento Culturale Internazionale "Our Voice" che con questo video invita tutti ad unirsi "per una società più libera e giusta". Va anche ricordato che alla vigilia della marcia, il 5 e il 6 ottobre, si svolgerà a Perugia il Meeting nazionale della pace e dei diritti umani, per riflettere su ciò che sta accadendo in Italia e fuori. Un programma fitto di incontri, dialoghi e laboratori sui temi del lavoro, delle povertà, delle migrazioni, delle città e dell’Europa, al termine dei quali sarà scritta l’Agenda della pace, intesa come rispetto della dignità e dei diritti umani di tutti.Il video sulla pagina ufficiale di Our Voice
facebook.com/PassionForJustice/videos/2152678191665102Info:perugiassisi.org - ourvoice.it

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Marcia PerugiAssisi della pace e della fraternità 2018 - dal 5 al 7 Ottobre E' tempo. L'inno della Marcia PerugiAssisi della pace e della fraternita'

 

   

UFO: RHO (MI) AVVISTAMENTO DI MASSA DURANTE UN CONVEGNO

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30 SETTEMBRE 2018

Era in corso un convegno dedicato alla vita extraterrestre organizzato dal C.UFO.M, tra gli ospiti il contattato Antonio Urzi e un protagonista del Caso Amicizia, Gaspare De Lama. Alle 16:40 circa un oggetto ha catturato l'attenzione dei presenti che sono usciti dall'auditorium per osservarlo e riprenderlo. Era ad alta quota, inizialmente sembrava fermo ed è rimasto visibile per circa 30 minuti, poi si è dileguato. L'immagine trema perché lo zoom era al massimo e non avevo il treppiedi. Avvistamenti UFO Italia 2018. UFO - OVNI - Italy - 2018 - Ripreso con Panasonic HC-V160

   

ESTERI: IL CONGRESSO USA NELLE MANI DI ISRAELE

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 DI MARGHERITA FURLAN

 

La Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una straordinaria decisione politica ed economica, totalmente suggerita e predisposta dalle lobbies sioniste americane. Si tratta del più gigantesco finanziamento di uno stato estero, letteralmente a fondo perduto, che gli Stati Uniti abbiano mai elargito in tutta la loro storia, un “prestito” di 33 miliardi di dollari, che si aggiunge ai 5 miliardi di dollari già approvati. 7.230 dollari al minuto che senza alcun ostacolo transiteranno da Washington a Tel Aviv, con buona pace del contribuente americano.

Il nuovo disegno di legge regala a Israele un minimo di 3,8 miliardi di dollari all'anno fino al 2028, con un drammatico allontanamento dal già fantastico memorandum d’intesa (cosiddetto MOU) siglato da Obama nel 2016. Quest’ultimo, nonostante per la prima volta comprendesse aiuti economici a Israele destinati alla difesa missilistica, tuttavia consentiva al Presidente in carica di porre limitazioni all’ammontare del finanziamento annuo. Ora, senza un limite prestabilito e con le incessanti pressioni da parte di Israele e dei suoi sponsors acciambellati nelle segrete stanze degli Stati Uniti, l'ammontare del “prestito” a favore d’Israele potrebbe, senza colpo ferire, raddoppiare da qui ai prossimi 10 anni.

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A SARTEANO, PRESENTAZIONE DEL LIBRO "MORO IL CASO NON E' CHIUSO"

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COMUNICATO STAMPA del 26 settembre 2018

VogliAmo leggere”, rassegna d’incontri con l’autore a Sarteano

A QUARANT’ANNI DALLA MORTE DI ALDO MORO E DI PAOLO VI, PRESENTAZIONE DEL LIBRO "MORO IL CASO NON E’ CHIUSO”.IL VATICANO, LE BRIGATE ROSSE, LO IOR

Sabato 29 settembre(ore 17.30), al teatro degli Arrischianti

SARTEANO (SIENA) - A pochi giorni dalla proclamazione a santo di Papa Paolo VI e a quarant’anni da una vicenda che ha segnato il destino dell’Italia, sabato 29 settembre (ore 18) alTeatro degli Arrischianti di Sarteano verrà presentato il libro “Moro, il caso non è chiuso“(Lindau) alla presenza di Maria Antonietta Calabrò(coautore insieme aGiuseppe Fioroni, presidente della Commissione d’inchiesta sul rapimento di Aldo Moro nella XVII legislatura). Ci sarà anche monsignor Fabio Fabbri, a quei tempi numero due dei cappellani delle carceri e testimone diretto della trattativa che lo stesso Paolo VI tentò per salvare il suo amico Moro, il cui esito negativo accelerò la morte del Pontefice. 

Nel capitolo “La Villa Pontificia” del libro “Moro, il caso non è chiuso” si ricostruisce per la prima volta - al di là di ogni ragionevole dubbio, e nonostante anche alcune recenti ricostruzioni contrarie - che questa trattativa vaticana c’è stata ed è durata fino al 9 maggio, giorno dell’assassinio di Moro, e che si è svolta proprio nella residenza estiva dei Papi a Castelgandolfo, anche con la raccolta di dieci miliardi delle vecchie lire per un eventuale riscatto da pagare alle Brigate Rosse, di cui ha testimoniato monsignor Fabbri in Commissione.

Nel libro si ricostruisce Il ruolo vaticano nei 55 giorni, che fu tra luci ed ombre, visto che dai lavori della Commissione è emerso che la prima prigione di Moro fu certamente in un palazzo di proprietà dello Ior, la cosiddetta banca vaticana, e uno dei membri del commando era Alessio Casimirri, figlio del numero due della Sala stampa vaticana fino al 1972, tuttora latitante. Paolo VI morì di fatto di crepacuore tre mesi dopo Moro, il 6 agosto 1978. 

A differenza di altre pubblicazioni edite in occasione del quarantennale dell’assassinio di Moro, “Moro il caso non è chiuso” è basata solo su fatti e documenti raccolti e vagliati dalla Commissione parlamentare d’inchiesta, per quattro anni, dopo la desecretazione di un milione di file di documenti da parte di servizi segreti, forze dell’ordine, e da parte dei vari ministeri coinvolti in base a una legge del 2014. Un contributo essenziale alla ricostruzione della verità.

L’iniziativa è solo il primo appuntamento di “VogliAmo leggere”, cartellone organizzato dal Comune, dall’associazione Sarteanoviva e dal circolo Arci: si spaziadalla grande storia, ai racconti sullo sport, fino alla scoperta delle radici della mezzadria.In programmacinque presentazioni dislocate in diversi luoghi della socialità e della cultura di Sarteano, nei mesi di settembre ed ottobre.

 

   

GUERRA NELLO YEMEN, GLI ASSASSINI CRIMINALI SONO ANCHE ITALIANI

 

bombe italia arabia saudita c ansa

Il silenzio-assenso del Governo (del non cambiamento)
di Giorgio Bongiovanni
Guerra, fame, pestilenze. Da anni lo Yemen, uno dei Paesi più poveri del mondo sito nella penisola arabica, sta vivendo una delle più tragiche crisi umanitarie, nel silenzio assordante delle Nazioni europee ed occidentali.
Lì, dal 2015, è in corso una guerra civile devastante con oltre 10mila persone uccise (due terzi delle quali civili), decine di migliaia ferite e altre ancora colpite dalla fame, dal colera e dalla difterite. Numeri impietosi, raccolti in questi mesi, che diventano ancora più drammatici se si considera che, secondo l'Unicef, ci sono 400mila bambini che rischiano di morire a causa della malnutrizione mentre oltre otto milioni di minori sono privati di acqua potabile. E nel conflitto che vede da una parte il governo riconosciuto del presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, appoggiato da una vasta coalizione militare guidata dall'Arabia Saudita, gli Stati Uniti e alcune Nazioni europee, e dall'altra i ribelli di religione sciita Houthi, sostenuti dall'Iran, sono all'ordine del giorni bombardamenti indiscriminati su scuole, ospedali e mercati, in cui hanno perso la vita migliaia di persone.

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CONCLUSA L'AUDIZIONE DEL MAGISTRATO DAVANTI AL CSM

(IN COLLABORAZIONE CON LA TESTATA ANTIMAFIA DUEMILA ONLINE DI PALERMO)

di matteo csm c imagoeconomica

"Su via d'Amelio mai così vicini alla verità"
di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari - Video/Audio integrale all'interno!
Sentito dal Csm il pm Nino Di Matteo fa tremare il potere occulto dello Stato. Si è conclusa da pochi minuti l'audizione del sostituto procuratore nazionale antimafia, nell'ambito dell'inchiesta sulle eventuali responsabilità in merito al depistaggio sulle indagini della strage di via d'Amelio. Rispondendo alle domande dei Consiglieri Di Matteo, con spiegazioni tecniche ed esaustive, ha chiarito tutti gli aspetti che lo hanno riguardato rispetto i processi e le indagini sull'attentato. "Sulla strage di via d'Amelio siamo a un passo dalla verità. Mai come ora siamo vicini alla verità. Il depistaggio cominciò con il furto dell’agenda rossa. E non furono i mafiosi" ha detto con forza. "Io e i miei familiari abbiamo pagato un prezzo altissimo per il mio impegno - ha aggiunto - e ora siamo a un passo dalla verità anche grazie a me e ad altri magistrati. Non è giusto essere accostati anche strumentalmente all'ipotesi di depistaggio". "Non è vero che in 25 anni non si è fatto niente, ci sono 26 condanne mai messe in discussione. Non c'è strage in Italia che abbia un numero così alto di condannati definitivi, non è vero che sono stati 25 anni persi, ci sono 26 affermazioni di penale responsabilità per concorso in strage su cui non c'è alcun dubbio". Seguiranno articoli sull'audizione.ASCOLTA L'AUDIO INTEGRALE: Clicca qui!
Audizione del pm Di Matteo davanti alla I commissione del CSM nell'ambito del fascicolo sulle indagini sulla strage di via D'AmelioFoto © ImagoeconomicaVIDEO Guarda il servizio del TG2 al minuto 21 e 55 secondi: Clicca qui!ARTICOLI CORRELATIStrage Borsellino, Di Matteo al Csm va oltre il depistaggio ScarantinoNino Di Matteo: tutta la verità di fronte al Csm

   

PAPA FRANCESCO CONTRO I MAFIOSI: "CONVERTITEVI! O LA VOSTRA VITA ANDRA' PERSA"

 

 

papa farancesco comm puglisi

Ricordato anche l'impegno di don Pino Puglisi: "Ci fa chiedere, cosa posso fare io?"
di Aaron Pettinari - Video-intervento!
“Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore. Oggi abbiamo bisogno di uomini d’amore, non di uomini d’onore; di servizio, non di sopraffazione; di camminare insieme, non di rincorrere il potere. Agli altri la vita si dà, non si toglie. Non si può credere in Dio e odiare il fratello, togliere la vita con l'odio: Dio-amore ripudia ogni violenza e ama tutti gli uomini. Perciò la parola odio va cancellata dalla vita cristiana; perciò non si può credere in Dio e sopraffare il fratello. Ai mafiosi dico: cambiate fratelli e sorelle! Smettete di pensare a voi stessi e ai vostri soldi, convertitevi al vero Dio di Gesù Cristo! Altrimenti, la vostra stessa vita andrà persa e sarà la peggiore delle sconfitte. Se la litania mafiosa è: 'Tu non sai chi sono io', quella cristiana è: 'Io ho bisogno di te'. Se la minaccia mafiosa è: 'Tu me la pagherai', la preghiera cristiana è: 'Signore, aiutami ad amare'. Voi sapete che il sudario non ha tasche - ha insistito Francesco - non si può portare niente".Papa Francesco, così come aveva fatto nel 2014 scomunicando i mafiosi, torna a condannare pesantemente la criminalità organizzata, ricordando, nella sua omelia, quanto l'essere mafiosi sia incompatibile con il cristianesimo.
Un'omelia emozionante davanti una folla di fedeli. Quasi 80mila le persone che hanno raggiunto Palermo e che lo hanno accolto mentre passava per le vie del Foro Italico di Palermo. Durante la messa, il Papa ha voluto rendere omaggio a tutte le vittime di mafia ed in particolare ha ricordato il sacrificio l'impegno di don Pino Puglisi, di cui oggi ricorre la commemorazione: “C’è da scegliere: amore o egoismo - ha detto il Santo Padre - L’egoista pensa a curare la propria vita e si attacca alle cose, ai soldi, al potere, al piacere. Allora il diavolo ha le porte aperte. Il diavolo entra dalle tasche. Se tu sei attaccato ai soldi c’è il diavolo. Fa credere che va tutto bene ma in realtà il cuore si anestetizza. L'egoismo è un anestetico molto potente”.
Quindi ha avvertito: "Questa via finisce sempre male: alla fine si resta soli, col vuoto dentro, circondati solo da chi vuole ereditare. È come il chicco di grano del Vangelo: se resta chiuso in sé rimane sotto terra solo. Se invece si apre e muore, porta frutto in superficie". "Chi vive per sé, chi moltiplica i suoi fatturati, chi ha successo, chi soddisfa pienamente i propri bisogni appare vincente agli occhi del mondo - ha aggiunto - La pubblicità ci martella con questa idea, idea di cercare il 'proprio', dell'egoismo, eppure Gesù non è d'accordo e la ribalta. Secondo lui chi vive per sé non perde solo qualcosa, ma la vita intera; mentre chi si dona trova il senso della vita e vince".Il ricordo di Pino Puglisi
Parlando di don Pino Puglisi ha detto: "Cari fratelli e sorelle, oggi siamo chiamati a scegliere da che parte stare: vivere per sé, con la mano chiusa, o donare la vita, la mano aperta. Solo dando la vita si sconfigge il male. Don Pino (Puglisi, ndr) lo insegna: non viveva per farsi vedere, non viveva di appelli anti-mafia, e nemmeno si accontentava di non far nulla di male, ma seminava il bene, tanto bene. La sua sembrava una logica perdente, mentre pareva vincente la logica del portafoglio. Ma padre Pino (Puglisi, ndr) aveva ragione: la logica del dio-denaro è perdente. Guardiamoci dentro. Avere spinge sempre a volere: ho una cosa e subito ne voglio un'altra, e poi un'altra ancora, sempre di più, senza fine. Più hai, più vuoi: è una brutta dipendenza, è come una droga. Chi si gonfia di cose scoppia. Chi ama, invece, ritrova se stesso e scopre quanto è bello aiutare, servire; trova la gioia dentro e il sorriso fuori, come è stato per don Pino".
Poi ha aggiunto: "Venticinque anni fa come oggi, quando morì nel giorno del suo compleanno, coronò la sua vittoria col sorriso, con quel sorriso che non fece dormire di notte il suo uccisore, il quale disse: 'c'era una specie di luce in quel sorriso'". "Padre Pino era inerme, ma il suo sorriso trasmetteva la forza di Dio: non un bagliore accecante, ma una luce gentile che scava dentro e rischiara il cuore - ha detto proseguendo nella messa al Foro Italico -. È la luce dell'amore, del dono, del servizio. Abbiamo bisogno di tanti preti del sorriso, di cristiani del sorriso non perché prendono le cose alla leggera, ma perché sono ricchi soltanto della gioia di Dio, perché credono nell'amore e vivono per servire. È dando la vita che si trova la gioia, perché c'è più gioia nel dare che nel ricevere". Il Papa ha quindi chiesto: "Volete vivere anche voi così? Volete dare la vita, senza aspettare che gli altri facciano il primo passo? Volete fare il bene senza aspettare il contraccambio, senza attendere che il mondo diventi migliore? Volete rischiare per il Signore?".
"Don Pino - ha proseguito Papa Francesco - sapeva che rischiava, ma sapeva soprattutto che il pericolo vero nella vita è non rischiare, è vivacchiare tra comodità, mezzucci e scorciatoie. Dio ci liberi dal vivere al ribasso, accontentandoci di mezze verità. le mezze verità non saziano il cuore, non fanno del bene. Dio ci liberi da una vita piccola, che gira attorno ai 'piccioli'. Ci liberi dal pensare che tutto va bene se a me va bene, l'altro che si arrangi. Ci liberi dal crederci giusti se non facciamo nulla per contrastare l'ingiustizia. Chi non fa nulla per contrastare l'ingiustizia non è un uomo o una donna giusto. Ci liberi dal crederci buoni solo perché non facciamo nulla di male. E' cosa buona diceva un santo non fare il male, ma è cosa brutta non fare il bene", ha detto. "Signore, donaci il desiderio di fare il bene; di cercare la verità detestando la falsità; di scegliere il sacrificio, non la pigrizia; l'amore, non l'odio; il perdono, non la vendetta", ha invocato il Pontefice.
"Non si può seguire Gesù con le idee, bisogna darsi da fare. 'Se ognuno fa qualcosa, si può fare molto', ripeteva don Pino" - ha nuovamente ricordato Papa Francesco. Poi ha domandato: "Quanti di noi mettono in pratica queste sue parole? Oggi, davanti a lui domandiamoci: 'Che cosa posso fare io? Che cosa posso fare per gli altri, per la Chiesa?'. Non aspettare che la Chiesa faccia qualcosa per te, comincia tu. Non aspettare la società, inizia tu! Non pensare a te stesso, non fuggire dalla tua responsabilità, scegli l'amore!".

 

 

   

OUR VOICE PRESENTA

 

''E' tempo di essere luce'' - Majano, 15 Settembre

Sabato 15 settembre alle ore 20.30 presso l'Auditorium di Majano (UD) in via Pietro Zorutti 14 si terrà il nuovo spettacolo del Movimento culturale giovane internazionale Our Voice dal titolo "E' tempo di essere luce" con la collaborazione e il sostegno della presidente dell'associazione "Il teatro del silenzio" Federica Sansevero. Lo spettacolo vertira sul delicato tema del disagio giovanile, ricercando le possibili cause. Attraverso l'arte del canto del ballo e della recitazione, il protagonista della storia portata in scena, giungerà a comprendere il significato del lavoro interiore e a riaprire il dialogo con la sua parte più profonda. Questo evento è stato promosso dalla Regione Friuli Venezia Giulia in collaborazione con: l'associazione culturale Mandi Dal Cil, Funima International Onlus, Proloco Pro Majano, Liceo Caterina Percoto Magistrale, Accademia Musicale Città di Palmanova, il Comune di Udine, il Comune di Gemona e la Scuola primaria di secondo grado di Caporetto.
Coordina i lavori Federica Sansevero con l'accompagnamento alla chitarra di Matteo Comar.

L'evento facebook.com/events/452364145275229


Info: ourvoice.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   

IL PATTO SPORCO

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il patto sporco integraleIl nuovo libro di Saverio Lodato e Nino Di Matteo
di Giorgio Bongiovanni
Esce martedì, 18 settembre, il nuovo libro del pm Nino Di Matteo scritto insieme al nostro editorialista, il giornalista scrittore, Saverio Lodato. Un libro necessario e importante per tutto ciò che sta accadendo in queste settimane nel nostro Paese dopo la sentenza di condanna al processo sulla trattativa Stato-mafia. I protagonisti dell’accusa: il pm Di Matteo, insieme ai suoi colleghi Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e Vittorio Teresi, hanno di fatto chiesto ed ottenuto condanne severissime da parte della Corte d'Assise di Palermo, presieduta dal giudice Alfredo Montalto, nei confronti di alti funzionari di Stato, politici e boss di Cosa nostra.
Un libro fondamentale per poter capire cosa sia successo realmente nel terribile biennio ‘92/’94 nel quale si consumarono alcune delle stragi più efferate del nostro Paese. Leggendo queste pagine si può comprendere perchè oggi continua ad essere posta in essere una vera e propria persecuzione ai danni del dottor Di Matteo, pm di punta di quel processo. A tutti i costi si vuole fargli pagare il coraggio di essere andato avanti, insieme ai suoi colleghi, nella ricerca dei mandanti occulti delle stragi e di quegli apparati di Stato che, appunto, come dice il titolo del libro, fecero dei patti sporchi con la mafia.
Un libro tutto da leggere.
Nino Di Matteo
Saverio Lodato
IL PATTO SPORCO
Il processo Stato-Mafia nel racconto di un suo protagonista
Chiarelettere 2018, collana Principio Attivo, pagine 224, prezzo 16,00 €“Chiediamoci perché politica, istituzioni, cultura, abbiano avuto bisogno delle parole dei giudici per cominciare finalmente a capire... Un manipolo di magistrati e di investigatori ha dimostrato di non aver paura a processare lo Stato. Ora anche altri devono fare la loro parte”.
Nino Di Matteo“Volevo che nelle pagine di questo libro parlasse il magistrato, parlasse l’uomo, protagonista e testimone di un processo destinato a lasciare il segno”.

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LE INGIUSTIZIE DEL CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA

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scorta di matteo c imagoeconomica

Il colpo di coda della Casta
di Giorgio Bongiovanni
Domani, il Sinedrio della magistratura, ovvero il Consiglio superiore della magistratura, ha convocato il pm Antonino Di Matteo (oltre a lui anche i magistrati Anna Maria Palma e Carmelo Petralia), per audirlo e valutare eventuali responsabilità in merito al depistaggio sulle indagini della strage di via d'Amelio. A ventisei anni dall'attentato che uccise il giudice Borsellino e gli agenti della sua scorta accade anche questo, che un servitore dello Stato che si è impegnato nella ricerca della verità sui mandanti esterni di quel efferato delitto viene perseguitato e messo impunemente sotto accusa. Non è la prima volta che il Csm, l'organo che dovrebbe garantire l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, si presta a clamorosi errori.
Basti ricordare quel che avvenne nei confronti di giudici come Giovanni Falcone, con mancate nomine a consigliere istruttore, a procuratore del tribunale di Palermo e ad alto commissario antimafia e Paolo Borsellino. Anche loro furono messi sotto provvedimento disciplinare così come nel recente passato è capitato a magistrati come Roberto Scarpinato, Vittorio Teresi, Antonio Ingroia e, appunto, lo stesso Di Matteo. Il minimo comune denominatore è che si tratta di pm, o ex pm, che si sono impegnati a fondo proprio in quella ricerca della verità sul biennio delle stragi del 1992-1993 e contro quei poteri che le hanno non solo appoggiate, ma anche ordinate. Sono queste le indagini di cui si sono occupate le inchieste sui Sistemi criminali, sulla trattativa Stato-mafia, sui mandanti esterni, sulla presenza in via d'Amelio dei Servizi di sicurezza, su Bruno Contrada, su Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi.
Così il Csm, anziché plaudire e manifestare il proprio appoggio a certe indagini diventa "braccio armato" per punire quei magistrati onesti che hanno sacrificato se stessi per la ricerca della verità.

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PARLA SALVINI, SENTI BERLUSCONI. L'ATTACCO DEL MINISTRO, CONTRO I PM

(IN COLLABORAZIONE CON LA TESTATA ANTIMAFIA DUEMILA ONLINE DI PALERMO, www.antimafiaduemila.com)

 

di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari
“Qui c’è la certificazione che un organo dello Stato indaga un altro organo dello Stato. Con la differenza che questo ministro è stato eletto da voi e gli avete chiesto di limitare gli sbarchi e di espellere i clandestini, quindi vi ritengo miei amici, miei sostenitori e miei complici. Altri non sono stati eletti da nessuno e non rispondono a nessuno”. Ecco l'attacco alla magistratura per bocca del Ministro degli Interni Matteo Salvini, che ieri ha ricevuto la notifica dell’avviso di garanzia dalla Procura di Palermo per il caso Diciotti. In un colpo solo sembra di essere tornati indietro di vent'anni quando a scatenare la polemica tra politica e magistratura non erano i “leghisti” ma l'ex premier Silvio Berlusconi. Anche B. lanciava proclami ed invettive ricordando di essere eletto dal popolo. Se l'ex Premier usava le proprie reti televisive, il leader della Lega punta con decisione sui social, leggendo in diretta ai 25mila utenti collegati la comunicazione del Procuratore Lo Voi, giunta al Viminale. Nella sua invettiva, come B., anche Salvini se la prendeva con le “toghe rosse”. Un termine che non usa ma che si legge tra le righe delle sue parole (“alcuni magistrati che hanno una cultura politica di sinistra”) offrendo l'assist per un nuovo scontro istituzionale. Poco importa se il ruolo istituzionale di Salvini come Ministro degli Interni, per legge (art.92 della Costituzione), viene assegnato non dal Popolo ma dal Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio.

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IN PRIMO PIANO: RICORDARE DALLA CHIESA, PADRE DELLA PATRIA, ALLA RICERCA DEI MANDANTI ESTERNI

 

dalla chiesa carlo alberto c ansa 850di Giorgio Bongiovanni
3 settembre 1982. In via Isidoro Carini, a Palermo, un commando di Cosa Nostra uccide il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo. Tutti trucidati a colpi di kalashnikov AK-47. Trentasei anni sono passati da quella sera. Qualche anno fa Totò Riina, in uno dei suoi “racconti” al compagno d'ora d'aria pugliese, Alberto Lorusso, aveva raccontato gli attimi dell'eccidio, dimostrando tutta la propria ferocia: “Appena è uscito lui con sua moglie, lo abbiamo seguito a distanza. Potevo farlo là, per essere più spettacolare, nell’albergo, però queste cose a me mi danno fastidio… L’indomani gli ho detto: 'Pino, Pino (si riferisce a Pino Greco detto "Scarpuzzedda", uno dei più famigerati killer di Cosa Nostra) vedi di andare a cercare queste cose che … prepariamo armi'. A primo colpo, a primo colpo ci siamo andati noi altri… eravamo qualche sette, otto di quelli terribili, eravamo terribili. Nel frattempo lui era morto ma pure che era morto gli abbiamo sparato là dove stava, appena è uscito fa… ta… ta..., ta… ed è morto”.
Quelle parole si aggiungono alle testimonianze di collaboratori di giustizia come Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo che già avevano raccontato agli investigatori le dinamiche dell'agguato, consentendo di identificare i killer ed i vertici di Cosa Nostra che ordinarono l’azione omicida.
Ganci e Anzelmo, per la morte del generale hanno dovuto scontare 14 anni di reclusione. Così si è saputo che l'A112, su cui si trovavano il prefetto e la moglie, venne affiancata e superata da una Bmw 518 su cui viaggiavano Antonino Madonia e Calogero Ganci. A fare fuoco con un kalashnikov fu Madonia. Una seconda vettura, guidata da Anzelmo, seguiva il prefetto, pronta ad intervenire per bloccare l'eventuale reazione dell'agente di scorta. Russo fu assassinato da Pino Greco “Scarpuzzedda che seguiva i suoi complici a bordo di una moto. La A112, dopo essere stata investita dal fuoco del kalashnikov, sbandò, costringendo l'auto dei killer a sterzare bruscamente a destra. I mandanti del massacro, più di quindici anni fa, sono stati tutti condannati al maxiprocesso alla mafia iniziato nell'86 e conclusosi il 17 dicembre del 1987. E il carcere a vita, con sentenza divenuta definitiva nel '92, venne comminato ai massimi vertici della Cupola fra cui Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò e Michele Greco mentre fu condannato, in primo grado, ma poi assolto in appello Nitto Santapaola, capo della mafia catanese. Due dei killer, Vincenzo Galatolo e Nino Madonia, sono stati condannati all'ergastolo. Successivamente la Corte d'Assise di Palermo, presieduta da Claudio Dall'Acqua, condannò sempre all'ergastolo gli ultimi due componenti del gruppo di fuoco, Giuseppe Lucchese, boss di Brancaccio, e Raffaele Ganci, capomafia del quartiere Noce.
Ricostruito il delitto sono ancora molti i misteri in particolare quelli che riguardano i mandanti occulti, cioè coloro che “ispirarono” Cosa Nostra. A tal proposito vale la pena ricordare l'intercettazione ambientale dove il boss Giuseppe Guttadauro, uomo di fiducia del superlatitante Bernardo Provenzano e in quel momento reggente del mandamento di Brancaccio, mentre parla con Salvatore Aragona, anche lui medico e mafioso, dichiarava: "Salvatore… ma tu partici dall’ottantadue, invece… ma chi cazzo se ne fotteva di ammazzare a dalla Chiesa… andiamo parliamo chiaro…”. “E che perché glielo dovevamo fare qua questo favore…”. Ad intercettare le parole del boss, nel 2001, sono i magistrati di Palermo coordinati dal pm Nino Di Matteo, che indagano sull’ex governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro, poi condannato in via definitiva per favoreggiamento aggravato alla mafia.dalla chiesa carlo alberto saluto 850Rileggendo quelle parole una domanda è spontanea: a chi doveva essere fatto questo favore?
Lo stesso Francesco Paolo Anzelmo aveva dichiarato che quell'eccidio non era stato determinato dalla guerra di mafia, ma era “una cosa che era restata fuori” e successivamente anche i collaboratori di giustizia Tullio Cannella e Gioacchino Pennino fornirono ulteriori spunti. Il primo, vicino a Pino Greco Scarpuzzedda, che si sarebbe lamentato con lui per avere dovuto organizzare il delitto (“Stu omicidio dalla Chiesa non ci voleva... Ci vorranno minimo dieci anni per riprendere bene la barca”); mentre il secondo aveva parlato di convergenza di interessi esterni a Cosa Nostra. Una pista seguita a suo tempo anche dai giudici del primo maxiprocesso. Tanto che gli stessi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino parlavano proprio di “convergenza di interessi tra Cosa Nostra e settori politici ed economici”.
Certo è che dalla Chiesa viene ucciso appena cento giorni dopo il suo arrivo a Palermo in veste di Prefetto a cui erano stati promessi dal ministro Rognoni “poteri straordinari”. “Poteri” che non gli furono mai “concretamente” assegnati. Quel che avrebbe fatto con questi “poteri” dalla Chiesa lo aveva detto a Giulio Andreotti, poco prima di partire per la Sicilia: “Non avrò alcun riguardo per la parte inquinata della sua corrente”. Un'affermazione che fece addirittura “sbiancare” il Sette volte Premier. Ma il generale, che aveva già combattuto contro il Terrorismo Rosso, non si sarebbe certo fermato a questo. Avrebbe fatto il suo dovere contro Cosa nostra, indagando affondo sui legami che l’organizzazione criminale stava portando avanti con gli altri segmenti del potere, quello della politica, dell’economia fino ad arrivare ai segmenti deviati.
Per questo è stato fermato.

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GIUDICE VILLANUEVA DISPONE LA CATTURA DI MAPUCHE E NORMA RIOS DI APDH FA VISITA AL LONKO

di Jean Georges Almendras
Quando arriverà il giorno in cui il destino dei popoli originari avrà sapore di libertà e di rispetto dei loro diritti? Quando arriverà il giorno in cui l’uomo bianco deporrà i suoi maligni strumenti di potere per garantire la pace a queste comunità sulle cui spalle grava la pesante maledizione del saccheggio e dell’abuso degli uomini bianchi di altre epoche e di oggi? Quando arriverà il giorno in cui gli argentini che beneficiano delle loro finanze, della loro educazione, delle loro università e delle loro libertà (che dall’altra parte vengono calpestate progressivamente dai governanti di turno nonostante essi siano uomini bianchi) possano riuscire a comprendere (capire) che nella convivenza umana, in un regime democratico (democratico?) e civilizzato, hanno come dovere fondamentale attuare la tolleranza tra le collettività umane, senza discriminazione alcuna, razzismo o emarginazione?
Quando si smetterà di esercitare il cinismo e l’ipocrisia? Quando?
Negli ultimi giorni, da queste stesse pagine, riferivamo che nel Tribunale Federale di Barilo che si erano incontrati il Giudice Gustavo Villlanueva, la presidente di APDH (Associazione di Diritti Umani) Norma Ríos e l’avvocato di APDH Sebastián Feudal, e in quella occasione il colloquio si era svolto in armonia, senza per nulla presagire alcun contrattempo.
Contrattempo che si è puntualmente presentato quando il giudice, inaspettatamente, ha respinto la querela presentata da APDH nella causa attinente l’assassinio di Rafael Nahuel. Il magistrato ha stabilito che “il fatto oggetto di indagine non costituisce reato di lesa umanità e nemmeno una grave violazione dei diritti umani”.
Con questo atto, il giudice Villanueva ha messo in chiaro la propria posizione. Ha messo in chiaro la posizione del suo governo. Ha messo in chiaro che la dottrina dell’ubbidienza dovuta non riguardava soltanto il dominio militare.
Dopo questo atto l’APDH è ricorsa in appello ritenendo la decisione di Villanueva vergognosa e che ubbidisce “alla politica di governo che ha voluto creare un nuovo nemico interno, effetto della Dottrina di Sicurezza Nazionale, inasprendo la repressione e la persecuzione contro la comunità mapuche, e impedendoci di espletare il nostro ruolo come organismo di diritti umani”, come si legge nel comunicato ufficiale firmato dalle tre presidenti di APDH.
Nelle ultime ore sono sopraggiunti altri colpi bassi: il giudice Gustavo Villanueva ha disposto l’arresto dei giovani mapuche Fausto Jones Huala e Lautaro González (che quel 25 novembre trasportarono il corpo del moribondo Rafael Nahuel dalla montagna della comunità Lafken Wilkul Mapu di Villa Mascardi, fino alla strada 40) e ha inoltre sollecitato nuove perizie sugli indumenti dei due giovani mapuche e della vittima (Rafael Nahuel) alla ricerca di residui di polvere da sparo.
Come se a distanza di 9 mesi dai fatti, dopo aver sequestrato gli indumenti dei mapuche e di funzionari del gruppo Albatros non fossero già stati eseguiti numerosi analisi per determinare la presenza di polvere da sparo su di essi.
Secondo quanto riferito dai media locali la perizia in questione è stata affidata alla Direzione di Criminalistica e Studi Forensi della Gendarmeria Nazionale. Perizie eseguite sotto la giurisdizione di una forza di sicurezza strettamente legata alle politiche di governo della titolare del Ministero di Sicurezza, Patrizia Bullrich; e ciò che è ancora più grave: una forza di sicurezza che ha agito in modo palesemente discutibile (sospettoso, per meglio dire), in tutto ciò che riguarda il caso Santiago Maldonado.
È evidente quindi che è compito del governo, rafforzare sottilmente e allo scoperto la teoria dello scontro con urgenza. Vale a dire, la versione ufficiale cerca di alimentare l’idea che quel 25 novembre gli agenti furono attaccati a colpi da arma da fuoco. Ciò non è vero, perché i mapuche si sono difesi come sempre avviene quando vengono repressi: con pietre, fionde o con la fuga.
Non bisogna dimenticare, e lo ricordiamo al lettore, che già in precedenza, così come riferito dalla stampa libera e non da portavoci del governo - quelli indumenti furono analizzati da tecnici del laboratorio del Ministerio Público Fiscal della Provincia di Salta e i risultati hanno escluso completamente la teoria dello scontro. Furono portati in laboratorio filmati della perizia e il materiale digitalizzato, consolidandosi il sospetto di un possibile inquinamento delle cinghie di carbonio dovuto all’uso degli stessi guanti in latex per la manipolazione dei campioni.
Da qui la difesa dei giovani chiese la nullità dell’analisi.
Per quanto riguarda il recente ordine di cattura dei due giovani mapuche che portarono il corpo ferito di Rafael Nahuel, i dottori Matías Schraer e Sonia Ivanoff hanno dichiarato al quotidiano Pagina 12: “Preso atto dell’ordine di cattura emesso dal Giudice Villanueva contro Fausto Jones Huala e Lautaro González vogliamo denunciare che si intensifica ancora di più la criminalizzazione, la violenza, la persecuzione e la negazione dell’identità culturale. Situazione che si ripresenta sistematicamente contro gli indigeni che partecipano a manifestazioni o altro per il recupero territoriale che riguarda terre di elevato valore economico, turistico, estrattivo e idroelettrico, tra l’altro”.
I due giovani sono accusati di usurpazione. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il reclamo presentato da Schraer e Ivanoff che ricorreranno in appello dopo l’ordine di cattura emesso da Villanueva dinnanzi il Tribunale di General Roca.
È emerso anche che in questo contesto il Giudice Villanueva ha formalizzato due convocazioni. Dovranno comparire dinnanzi al Tribunale di Bariloche due membri del gruppo Albatros, della Prefettura Navale Argentina: il Primo Caporale Francisco Antonio Lezcano e il Primo Ufficiale Pablo Rubén Berra, il 24 agosto e 7 settembre, rispettivamente. Presenzieranno le udienze il pubblico ministero Silvia Little e gli avvocati rappresentanti delle parti. Lezcano fece parte del contingente di prefetti che partecipò allo sgombero, ma non fece uso di armi da fuoco. Mentre Berra, capo dell’operazione, non prese parte all’irruzione nella comunità mapuche.
La teoria dello scontro continua a insinuarsi nei fatti accaduti a Villa Marcardi.
Un’insinuazione lacerante.
Spudorata.
Come lo è il fatto che il fascicolo dell’assassinio di Rafael Nahuel continua a essere classificato: “Fausto Jones Huala / morte

dubbiosa”.rios lonko incontro

Norma Rios visita il Lonko Facundo Jones Huala
Previa autorizzazione - concessa espressamente dal giudice Gustavo Villanueva - la presidente dell’Assemblea Permanente di Diritti umani (APDH) Norma Ríos ha fatto visita al Lonko Facundo Jones Huala presso il domicilio dove è agli arresti domiciliari, in attesa della decisione della Corte Suprema di Giustizia, sulla sua estradizione in Cile. Parallelamente c’è un ricorso in appello, sollecitando anche la sua scarcerazione.
Benché inamovibili gli uomini e donne della giustizia argentina di fronte agli appelli e alle multipli mobilitazioni popolari che rivendicano - coscientemente e con occhio critico - la libertà del Lonko, finalmente sono stati concessi allo stesso gli arresti domiciliari, argomento che abbiamo già trattato in un nostro precedente articolo dal titolo “Huala ai domiciliari”.
Indossando un braccialetto elettronico (che ovviamente monitora ognuno dei suoi movimenti, dentro l’abitazione di un parente stretto, nella quale vive dal momento in cui lasciò l'Unità Penale di Esquel, in provincia di Chubut), Facundo Jones Huala ha incontrato la presidente di APDH, Norma Ríos.
L’incontro è avvenuto prima di venire a conoscenza della decisione del giudice Gustavo Villanueva di rifiutare l’APDH come querelante nel caso Rafael Nahuel, e prima che lo stesso magistrato emettesse l’ordine di arresto del fratello del Lonko, Fausto Jones Huala e del giovane Lautaro González.
Norma Ríos, dall'Argentina ha raccontato sinteticamente ad Antimafia Dos Mil gli aspetti rilevanti del recente incontro con il Lonko: “L’ho trovato molto bene, si sta recuperando fisicamente, soprattutto dopo lo sciopero della fame. Era con Andrea, la sua compagna. Le visite e le sue dichiarazioni ai mezzi stampa sono soggetti ad una serie di restrizioni. I suoi avvocati Sonia Ivanoff ed Elisabeth Gómez si stanno occupando di questo aspetto. Dal punto di vista umano, il Lonko è sempre fermo nella lotta che porta avanti da tempo. Fermo politicamente e ha ben chiara l'idea che la lotta deve continuare, come il primo giorno. Io comprendo che ha dei validi motivi per continuare a lottare, e non abbiamo dubbi che è incarcerato ingiustamente”. Foto di copertina: www.diariospatagonicos.comFoto 2: Gentilezza di Norma Ríos di APDHARTICOLI CORRELATINora Cortiñas: ''Questo governo vuole negare la tragedia di Santiago Maldonado''

 

   

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