Sabato, Febbraio 24, 2018
   
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Antimafia Duemila & Terzo Millennio

SPECIALE PANDORA TV, 19 LUGLIO 1992 - 2017 IN CHE STATO E' LA MAFIA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

(IN COLLABORAZIONE CON PANDORA TV ALLNEWS DI ROMA)

A 25 anni dalla bomba che uccise Paolo Borsellino insieme agli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, resta ancora senza volto chi, dietro Cosa nostra, volle e ordinò l'eliminazione del magistrato a soli 57 giorni dalla strage di Capaci. Ferite ancora aperte, che non potranno essere sanate fino a che non sarà data piena risposta a questi interrogativi irrisolti.

 

FALCONE, MANNOIA E L'APPUNTO SU BERLUSCONI, PARLA L'AUTORE DEI VERBALI

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

(IN COLLABORAZIONE CON LA TESTATA GIORNALISTICA ONLINE ANTIMAFIA DUEMILA ALL NEWS DI PALERMO).

 

di Aaron Pettinari

L’ex ispettore Ortolan: “Il pentito disse: Andate a vedere Berlusconi come ha fatto i soldi”


“Il pentito Francesco Marino Mannoia mi disse: Andate a vedere come ha fatto i primi soldi. Non aggiunse altro”. A raccontarlo è Maurizio Ortolan, ispettore in pensione della polizia, agente di scorta del pentito Mannoia e poi, nel 2006, componente della squadra che arrestò il boss Bernardo Provenzano. E’ un testimone oculare degli interrogatori che Giovanni Falcone tenne con il collaboratore di giustizia. Il giornalista di La Repubblica, Salvo Palazzolo, lo ha raggiunto dopo il ritrovamento da parte di uno dei più stretti collaboratori del magistrato, Giovanni Paparcuri, dell’appunto di un foglio di block notes all’interno dell’ufficio-museo al Tribunale di Palermo. Un documento in cui è scritto “Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni a Grado e anche a Vittorio Mangano“. Nomi che compariranno anche nell’inchiesta che ha portato alla condanna di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa.

Oggi Ortolan, che si era anche occupato della protezione di Mannoia e che scrisse diversi verbali degli interrogatori, racconta: “Fu il pentito Francesco Marino Mannoia a parlare di Berlusconi al dottore Falcone, che chiedeva di grosse estorsioni, di imprenditori che pagavano. Eravamo alla fine del 1989. Mi sembra di ricordare che quel giorno Mannoia faceva riferimento a soldi pagati da Berlusconi per proteggere i ripetitori tv in Sicilia. Il pentito parlò e il giudice prese un appunto su un foglio”.

Secondo il racconto del testimone quando Mannoia parlò del Cavaliere di Arcore Falcone chiese: “Di quello che lei mi sta raccontando c’è la possibilità di trovare il riscontro?" Mannoia si mise a ridere e commentò: “Dottore, Cosa nostra non è come un’assemblea di condominio, che per ogni cosa si fa un verbale. Falcone prese nota su un foglio, ma non verbalizzò”. Il poliziotto spiega anche il motivo di quell’azione: “Il giudice prendeva sempre appunti prima di dettare ciò che dovevo scrivere. Voleva essere sicuro che ogni dichiarazione del pentito si potesse provare attraverso i necessari riscontri che poi il nostro nucleo doveva cercare. Falcone era ossessionato dai riscontri, diceva: Altrimenti, fanno passare per matto me e pure il collaboratore”. Negli anni successivi il pentito non parlò più di Berlusconi, neanche quando testimoniò al processo Dell’Utri. E quelle parole stavano per essere dimenticate finché non è riemerso l’appunto tra i verbali degli interrogatori conservati al “bunkerino”.

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PROCESSO TRATTATIVA STATO-MAFIA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

(IN COLLABORAZIONE CON ANTIMAFIADUEMILA ALLNEWS)

 

TRATTATIVA, DI MATTEO: "CIANCIMINO TESTE PRIVILEGIATO. DICHIARAZIONI DA VIVISEZIONE".

“Suo contributo non è 'oro colato' ma neppure da cestinare pregiudizialmente”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
Massimo Ciancimino ha evidenti e molto gravi colpe, ma è stato un testimone importante, un teste privilegiato. Il suo contributo dichiarativo non deve essere esaltato o preso come 'oro colato'. Ugualmente non può essere pregiudizialmente cestinato buttando via il bambino insieme con l'acqua sporca ma va vivisezionato e valutato con approccio laico. Diverse sue dichiarazioni risultano riscontrate dalle parole di altri soggetti, collaboratori di giustizia e non”. Il sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, sceglie con attenzione le parole, durante il terzo giorno di udienza dedicato alla requisitoria del processo sulla trattativa tra Stato e mafia, in corso davanti alla Corte d'assise di Palermo, per affrontare la delicata questione del contributo offerto dal figlio dell'ex sindaco di Palermo. “Questo non è un processo imbastito sulle sole dichiarazioni di Ciancimino - ribadisce in aula il pm - ma ci sono diversi elementi di prova che riscontrano proprio quanto detto da quest'ultimo. Elementi di prova che fanno affermare con certezza che quella trattativa iniziò e si sviluppò in maniera significativa nel periodo tra la strage di Capaci e quella di via d'Amelio”.
Ribadendo il ruolo avuto dai carabinieri del Ros nell'avviamento di quel dialogo con Cosa nostra, Di Matteo evidenzia come nel corso della trattativa tra Stato e mafia “tra la strage di Capaci e la strage di via D'Amelio” il boss mafioso Totò Riina “venne sostituito da Bernardo Provenzano” perché ritenuto “più affidabile” e “più malleabile”.
“Nell'ultima parte della scorsa udienza ho ricordato e sottolineato come i primi a parlare, in termini espliciti, di una trattativa avviata con Vito Ciancimino, sono stati gli imputati Mario Mori e Giuseppe De Donno - spiega il pm Di Matteo

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TRATTATIVA, DI MATTEO: "CIANCIMINO TESTE PRIVILEGIATO. DICHIARAZIONI DA VIVISEZIONARE"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

“Suo contributo non è 'oro colato' ma neppure da cestinare pregiudizialmente”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
Massimo Ciancimino ha evidenti e molto gravi colpe, ma è stato un testimone importante, un teste privilegiato. Il suo contributo dichiarativo non deve essere esaltato o preso come 'oro colato'. Ugualmente non può essere pregiudizialmente cestinato buttando via il bambino insieme con l'acqua sporca ma va vivisezionato e valutato con approccio laico. Diverse sue dichiarazioni risultano riscontrate dalle parole di altri soggetti, collaboratori di giustizia e non”. Il sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, sceglie con attenzione le parole, durante il terzo giorno di udienza dedicato alla requisitoria del processo sulla trattativa tra Stato e mafia, in corso davanti alla Corte d'assise di Palermo, per affrontare la delicata questione del contributo offerto dal figlio dell'ex sindaco di Palermo. “Questo non è un processo imbastito sulle sole dichiarazioni di Ciancimino - ribadisce in aula il pm - ma ci sono diversi elementi di prova che riscontrano proprio quanto detto da quest'ultimo. Elementi di prova che fanno affermare con certezza che quella trattativa iniziò e si sviluppò in maniera significativa nel periodo tra la strage di Capaci e quella di via d'Amelio”.
Ribadendo il ruolo avuto dai carabinieri del Ros nell'avviamento di quel dialogo con Cosa nostra, Di Matteo evidenzia come nel corso della trattativa tra Stato e mafia “tra la strage di Capaci e la strage di via D'Amelio” il boss mafioso Totò Riina “venne sostituito da Bernardo Provenzano” perché ritenuto “più affidabile” e “più malleabile”.
“Nell'ultima parte della scorsa udienza ho ricordato e sottolineato come i primi a parlare, in termini espliciti, di una trattativa avviata con Vito Ciancimino, sono stati gli imputati Mario Mori e Giuseppe De Donno - spiega il pm Di Matteo - Nel

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FALCONE, MANNOIA E L'APPUNTO SU BERLUSCONI, PARLA L'AUTORE DEI VERBALI

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

(IN COLLABORAZIONE CON ANTIMAFIA DUEMILA ALLNEWS)

di Aaron Pettinari

L’ex ispettore Ortolan: “Il pentito disse: Andate a vedere Berlusconi come ha fatto i soldi”

“Il pentito Francesco Marino Mannoia mi disse: Andate a vedere come ha fatto i primi soldi. Non aggiunse altro”. A raccontarlo è Maurizio Ortolan, ispettore in pensione della polizia, agente di scorta del pentito Mannoia e poi, nel 2006, componente della squadra che arrestò il boss Bernardo Provenzano. E’ un testimone oculare degli interrogatori che Giovanni Falcone tenne con il collaboratore di giustizia. Il giornalista di La Repubblica, Salvo Palazzolo, lo ha raggiunto dopo il ritrovamento da parte di uno dei più stretti collaboratori del magistrato, Giovanni Paparcuri, dell’appunto di un foglio di block notes all’interno dell’ufficio-museo al Tribunale di Palermo. Un documento in cui è scritto “Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni a Grado e anche a Vittorio Mangano“. Nomi che compariranno anche nell’inchiesta che ha portato alla condanna di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa.

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PROCESSO 'NDRANGHETA STRAGISTA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

VILLANI: "SERVIZI DEVIATI POSSONO AVER A CHE FARE CON GLI AGGUATI AI CARABINIERI"

Il killer dei Carabinieri Fava e Garofalo: “Paolo Romeo e Giorgio De Stefano, sono i massoni 'ndranghetisti per eccellenza” 

di Francesca Mondin

Gli attentati ai carabinieri tra dicembre 1993 e febbraio 1994, in cui morirono i due agenti Fava e Garofalo, secondo quanto raccontato dal pentito Consolato Villani, sarebbero “stati voluti anche” da  “falsi rappresentanti dello Stato che fanno parte dei servizi segreti deviati e che hanno partecipato anche a livello organizzativo alle stragi in Sicilia” e che il suo superiore in grado Nino Lo Giudice gli aveva raccontato poter “avere a che fare anche con gli agguati ai carabinieri”. Lo ha raccontato stamane  il collaboratore di giustizia chiamato a testimoniare al processo 'Ndrangheta stragista in cui sono imputati Rocco Filippone, per gli inquirenti all’epoca dei fatti a capo del mandamento tirrenico della ’ndrangheta reggina ed il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, già all'ergastolo per le stragi del 1992-1993.

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PROCESSO TRATTATIVA: "DELL'UTRI OPZIONE POLITICA PER RIINA GIA' NEL 1992"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

(IN COLLABORAZIONE CON ANTIMAFIA DUEMILA ALLNEWS)

Mafia-appalti, “Sicilia Libera” e “Falange Armata”, prosegue la requisitoria dei pm
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
Il ruolo di Marcello Dell'Utri nella mediazione tra Cosa nostra e lo Stato “si proietta pienamente nel 1994 ma nasce già molto tempo prima. Proprio dopo l'omicidio di Salvo Lima”. Nel secondo giorno dedicato alla requisitoria del processo trattativa Stato-mafia, in corso all'aula bunker di Palermo, i pm evidenziano come il contatto con l'ex senatore sia nato tra la fine del 1991 e il primo semestre del 1992. “Dopo Lima - spiega il pm Roberto Tartaglia - cosa nostra cerca una interlocuzione con l'imputato Marcello Dell'Utri. Quest'ultimo è l'opzione politica individuata da Cosa nostra, da Riina in persona. E questo avviene con il classico metodo mafioso: l'avvertimento, le minacce, l'intimidazione, il contatto. Le intimidazioni sono gli incendi alle sedi Standa, a Catania, in seguito al quale si realizza il contatto 'Cosa nostra-Dell'Utri' per raggiungere il patto, poi il patto, e poi violenza e minaccia per mantenere il patto”.
Il pm fa particolare riferimento alla testimonianza del collaboratore di giustizia Giovanni Brusca il quale ha riferito di aver parlato con Riina nel marzo 1992, dopo la morte di Lima, e che il boss corleonese gli disse delle nuove opzioni politiche Vito Ciancimino, mi portarono pure sto Bossi, addirittura Marcello Dell’Utri”.

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OMICIDIO MEDINA, CONDANNATO IL MANDANTE VILMAR "NENECO" ACOSTA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

IN COLLABORAZIONE CON LA TESTATA ANTIMAFIA DUEMILA ONLINE  ALLNEWS

 

di Jean Georges Almendras
Il 19 dicembre sarà resa pubblica la pena; l'accusa ha chiesto 30 anni e la difesa la nullità del processo

Colpevole, questo il verdetto per Vilmar “Neneco” Acosta.
Colpevole di essere il mandante dell’assassinio del giornalista Pablo Medina. Un omicidio che comportò anche la morte della sua giovane assistente Antonia Almada.
Entrambi crivellati da colpi di arma da fuoco per mano di due sicari del clan Acosta nelle prime ore del pomeriggio del 16 ottobre 2014, lungo un’isolata strada rurale di Villa Igatimí, nel dipartimento di Canindeyú.
Due morti che scossero profondamente la società. Due omicidi che gettarono nel dolore due famiglie paraguaiane. Due omicidi che lasciarono allo scoperto la ripugnante rete di connivenza tra il narcotraffico ed un funzionario pubblico, del partito colorado, che all’epoca era niente meno che il sindaco di Ypejhú.
Tre anni e due mesi dopo il fatto di sangue che colpì il giornalismo paraguaiano, la Corte ha emesso il suo verdetto, in un aula del Palazzo di Giustizia.
Indossando una maglietta di colore azzurro, circondato dai suoi avvocati, sempre con quel suo sorriso ironico in volto, Vilmar “Neneco” Acosta ha ascoltato attentamente il verdetto.
Ramón Trinidad Zelaya, presidente del Tribunale ha dichiarato colpevole Vilmar Acosta “… di omicidio volontario in qualità di mandante”,

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PAPA FRANCESCO: "UMANITA' AL LIMITE DELL'AUTODISTRUZIONE"

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“Ho pianto con i Rohingya”

di AMDuemila

"Oggi con l'arsenale nucleare così sofisticato, rischiamo la distruzione dell'umanità. Con le armi nucleari non è lecito spingersi oltre. Siamo al limite. Il rischio è che l'umanità finisca". E’ preoccupato Papa Francesco rispetto al clima internazionale che si respira dopo le tensioni tra il presidente Trump e Kim Jong-un. Sul volo di ritorno dal viaggio in Myanmar e Bangladesh il Papa ha voluto rispondere ad alcune domande dei giornalisti senza esimersi dall’affrontare un tema tanto delicato: “Oggi siamo al limite, è la mia opinione convinta, della liceità di avere e usare le armi nucleari. Perché oggi con un arsenale nucleare così sofisticato si rischia la distruzione dell'umanità o almeno di gran parte di essa. È cambiato questo: la crescita dell'armamento nucleare, le armi sono capaci di distruggere le persone senza toccare le strutture. Da Papa mi faccio questa domanda: è lecito mantenere gli arsenali nucleari così come stanno o per salvare il creato e l'umanità non è forse necessario tornare indietro? Pensiamo a Hiroshima e Nagasaki, settant'anni fa. E pensiamo a ciò che succede quando dell'energia atomica non si riesce ad avere tutto il controllo. Pensate all'incidente in Ucraina. Per questo, tornando alle armi che servono per vincere distruggendo dico che siamo al limite della liceità".

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IN PRIMO PIANO: ATTENTATO A DI MATTEO, INDAGINE IN ARCHIVIO MA PROGETTO ANCORA ATTIVO

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di Giorgio Bongiovanni
Da una parte la conferma su un progetto di attentato “certamente operativo per gli uomini di Cosa nostra”. Dall’altra l’archiviazione dell’indagine, chiesta ed ottenuta dai pm di Caltanissetta (competenti per i procedimenti che coinvolgono i magistrati palermitani) a causa di elementi non ritenuti sufficienti per giungere ad un processo. E’ così che l’inchiesta sul progetto di morte nei confronti del sostituto procuratore nazionale antimafia Antonino Di Matteo viene conclusa. Nella richiesta di archiviazione, firmata dal Gip Antonia Leone che ha ritenuto “pienamente condivisibili” i contenuti, viene sancito come “deve ritenersi provata l’esistenza di un progetto criminoso teso all’eliminazione del dr. Di Matteo, magistrato da sempre impegnato sul fronte antimafia, da ultimo protagonista delle indagini sulla cosiddetta trattativa fra Stato e mafia ai tempi delle vicende stragiste dei primi anni Novanta". Inoltre gli inquirenti nisseni hanno anche espresso “un giudizio di sostanziale attendibilità” rispetto alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Vito Galatolo, ovvero il soggetto principale che ha ricostruito tutti i passaggi del piano di morte.
L’ex boss dell’Acquasanta, pentitosi nel novembre 2014, aveva parlato di un progetto di attentato, mai revocato, deliberato sin dalla fine del 2012. Interrogato dai pm aveva riferito di una richiesta inviata con una lettera da Matteo Messina Denaro letta in un summit ristretto a cui partecipò assieme al suo vice, Vincenzo Graziano, ed i capi mandamento di San Lorenzo e Porta Nuova, Girolamo Biondino e Alessandro D’Ambrogio. Inoltre aveva spiegato anche il motivo per cui il pm doveva essere ucciso: “si era spinto troppo oltre”.
Dichiarazioni che si aggiungevano a quelle espresse  in carcere durante le passeggiate in cortile dal Capo dei Capi, Totò Riina (oggi deceduto), in compagnia del

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TELEFRIULI HD - TG FVG

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PRESENTAZIONE DEL LIBRO "QUEL TERRIBILE '92", DI AARON PETTINARI "GIORNALISTA SCRITTORE CAPOREDATTORE DELLA TESTATA ANTIMAFIA DUEMILA DI PALERMO" www.antimafiaduemila.com

   

MASSONERIA-MAFIA, PARLA L'EX GRAN MAESTRO GIULIANO DI BERNARDO

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

I rapporti svelati nell’intervista di Sandro Ruotolo

Intervista: http://www.antimafiaduemila.com/rubriche/giorgio-bongiovanni/67988-massoneria-mafia-parla-l-ex-gran-maestro-giuliano-di-bernardo.html


di Giorgio Bongiovanni - Video
Da quando il capomafia corleonese Totò Riina è morto portando con sé tanti “indicibili segreti” il nostro Paese sembra davvero aver fatto un salto indietro nel tempo. Si torna a discutere di abolizione dell’ergastolo ostativo, dell’inopportunità di sistemi detentivi come il 41 bis (il regime carcerario duro fortemente voluto da Giovanni Falcone e diventato legge dello Stato soltanto dopo la morte di Paolo Borsellino) e si torna a raccontare la storia di una mafia sconfitta o quasi. E’ anche il tempo in cui “presunti luminari” come Eugenio Scalfari, fondatore storico del quotidiano “La Repubblica”, anziché invocare un cambio di passo arrivano a definire “di sostanza” il populismo di Berlusconi dichiarando di preferire il Cavaliere di Arcore (pluri-indagato e già condannato in via definitiva a quattro anni, di cui tre condonati dall'indulto, per frode fiscale nel processo Mediaset) al candidato premier del Movimento Cinque Stelle, Di Maio. Ferma restando la libertà di opinione la sensazione è davvero quella di essere ripiombati nel “Medioevo”. Ed è sempre più evidente “l’oscurantismo” rispetto ad atroci verità che stanno emergendo e che contribuiscono a fornire nuovi elementi su quanto avvenuto nel corso della nostra storia. Fortunatamente non mancano le eccezioni con investigatori, magistrati, avvocati, politici, membri della società civile e giornalisti che cercano di “squarciare il velo di Maya”. Tra questi sicuramente il collega Sandro Ruotolo che su fanpage.it intervista Giuliano Di Bernardo, l’ex Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, al vertice dell’organismo massonico nel periodo che va dal 1990 al 1993.
Anni terribili nella nostra memoria in particolare proprio per quelle stragi che hanno terrorizzato il nostro Paese. Di Bernardo è uno dei testimoni che saranno sentiti dal pm di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, al processo sulla 'Ndrangheta Stragista, per la prima volta davanti ad una telecamera svela una serie di retroscena di quel periodo storico confermando che, nonostante il divieto dopo la legge Spadolini-Anselmi e dopo lo scandalo della P2 di Licio Gelli, in realtà sono state costituite logge coperte nel Grande Oriente d'Italia. Le sue dichiarazioni danno anche riscontro a quanto era emerso in altre indagini dei pm reggini ovvero che “non c’è soltanto infiltrazione della ‘Ndrangheta nelle logge, ma che addirittura la ‘Ndrangheta controlla le logge”. Rispondendo alle domande del collega aggiunge: “Massoneria e ‘Ndrangheta sono due organizzazioni che hanno alcuni aspetti in comune. Cioé laprocedura, la modalità di iniziazione. In Calabria la ‘Ndrangheta entra in tutte le massonerie, però in concreto, continuano ad avere questi incontri proprio per poter realizzare i progetti, che non sono più quelli dell’etica, i principi etici, universali, ma sono quelli delle organizzazioni criminali”. Infiltrazioni che, secondo quanto riferito dall’ex Gran Maestro, erano presenti anche sul fronte siciliano. Ciò significa che le nostre mafie già all’epoca era ben più che un gruppo di viddani o pecorari vestiti di coppola e lupara, ma aveva già raggiunto un livello ulteriore intrecciato con segmenti della politica, dell’imprenditoria, della finanza, dei servizi deviati. Un “universo” che nella massoneria trova il suo punto di contatto. Di fronte alle dichiarazioni di una figura come Di Bernardo cosa avranno da dire i “benpensanti oscurantisti”?

   

IN PRIMO PIANO, IMPORTANTE INIZIATIVA DEI LICEI POLIZIANI A MONTEPULCIANO (SIENA)

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

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Nel XXV anniversario delle stragi di mafia, i Licei Poliziani ospiteranno una prestigiosa tavola rotonda dedicata a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Pino Puglisi

Sabato 25 novembre alle ore 11.30 in Aula Magna

Siederanno al tavolo dei relatori il prof. Maurizio Artale (discepolo di Pino Puglisi) del Centro di accoglienza antimafia "Padrenostro" di Palermo e l'on. Presidente della Commissione antimafia della Camera Rosi Bindi.

 

   

SCARPINATO: "DOPO MORTE RIINA CAMBIA LA CUPOLA"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

di AMDuemila
Per il Pg di Palermo possibile rischio di nuove guerre

Dopo la morte di Riina "o ci sarà l'investitura di un nuovo capo, nella persona di Matteo Messina Denaro, che dovrebbe però avere un riconoscimento unanime come erede e allora potrebbe stabilire nuove regole, più moderne, per Cosa Nostra. O si aprirà una fase di transizione difficile, in cui alcuni personaggi emergenti potrebbero imporre la loro leadership con azioni violente. Oppure, ancora, potrebbe essere raggiunto un accordo tra i capi più prestigiosi che potrebbero ricostituire la Commissione, stabilendo nuove regole".
E’ questo il rischio paventato dal Procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, intervistato da Il Fatto Quotidiano sui futuri scenari all’interno di Cosa nostra dopo la morte del capomafia corleonese. Secondo il magistrato “la morte di un capo assoluto e carismatico come Totò Riina determina certamente un cambio

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NUOVE MINACCE AL GIORNALISTA PAOLO BORROMETI

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

Il cronista dell'agenzia Agi è stato insultato da Francesco De Carolis, pluripregiudicato e fratello di Luciano, boss di Siracusa.
di AMDuemila
"Gran pezzo di merda, carabiniere, appena vedo di nuovo la mia faccia, di mio fratello, in un articolo tuo ti vengo a cercare fino a casa e ti massacro. E poi denunciami sta minchia, con le mani non c'è il carcere, pezzo di merda te lo dico già subito". Con queste parole Francesco De Carolis, pluripregiudicato e fratello di Luciano, condannato per essere uno degli "elementi di spicco del clan Bottaro-Attanasio di Siracusa", ha insultato e minacciato il giornalista e collaboratore dell'AGi Paolo Borrometi. Le minacce si sentono nell'audio pubblicato dallo stesso cronista su "La Spia.it" in seguito ad un articolo d'inchiesta in cui venivano descritti gli affari mafiosi cittadini ed i boss in libertà,

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DA ANTIMAFIA DUEMILA, CON LA MORTE DI RIINA CAMBIA COSA NOSTRA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

Quando i boss dicevano di lui e Provenzano: “Se non muoiono tutti e due, luce non ne vede nessuno”
di Aaron Pettinari

La morte del Capo dei capi, Totò Riina Totò Riina, segna la fine dell’epoca dei corleonesi? Forse è troppo presto per esprimere certe considerazioni, certo è che la morte di Totò Riina apre a nuovi scenari in seno all’organizzazione di Cosa nostra. Nella relazione della Dia, relativa al periodo gennaio-giugno 2016, si metteva in evidenza come all’interno della mafia siciliana vi fosse un “clima instabile” e di “insofferenza verso il potere esercitato dalla frangia corleonese di Cosa nostra, in passato garanzia di massima coesione verticistica e la cui autorità, sebbene spesso criticata, finora non era mai stata messa apertamente in discussione”.

Che “u’ curtu”, nonostante la carcerazione al 41 bis, fosse ancora ritenuto il capo indiscusso della mafia è stato ribadito in più occasioni dagli inquirenti (così lo descrive l’ultima relazione della Dia), ma anche gli stessi boss confermavano il dato.
Nel gennaio 2015 mafiosi di primissimo piano come Santi Pullarà e Mariano Marchese, intercettati, commentavano le notizie in merito alle condizioni di salute dell’altro boss corleonese (morto nel 2016), Bernardo Provenzano: “Minchia hai visto Bernardo Provenzano...? Sta morendo... mischino...”, diceva Santi Pullara, figlio dell'ex reggente Ignazio. “E se non muoiono tutti e due, luce non ne vede nessuno... è vero zio Mario?”, chiedeva al potente e influente capomafia di Villagrazia-Santa Maria di Gesù. E questi concordava: “Lo so... non se ne vedono lustro e niente li frega... ma no loro due soli, tutto 'u vicinanzo’... era sotto a loro... Graviano, Bagarella, questo di Castelvetrano...”.

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TOTO' RIINA NON DIVENTERA' IMMORTALE, NON DIVENTERA' LEGGENDA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

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di Saverio Lodato
È morto, ma difficilmente diventerà Immortale.
È morto, ma difficilmente diventerà Leggenda.
E c'è, di sicuro, che è morto.
Con Totò Riina, se ne va all'altro mondo un macellaio che incuteva terrore, un sadico sanguinario che godeva nel vedere agonizzare le sue vittime, un generale dissennato che portò Cosa Nostra in un vicolo cieco. Nessuno lo rimpiangerà. Nessuno sentirà il bisogno di emulare le sue gesta. Neanche altri grandi assassini come lui. Anche il Mondo del Crimine ha un suo vago senso del pudore.
Resteranno i suoi familiari, unici sulla faccia della terra, a dirsi orgogliosi di portare il suo nome. Riuscendo, magari, a strappare anche qualche comparsata TV.
Non c'è da stupirsi,

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MORTE RIINA: SEGRETI E TRATTATIVE DIETRO UNA GUERRA NON ANCORA FINITA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

di Lorenzo Baldo
“‘A morte ‘o ssaje ched’‘e? … è una livella. ‘Nu rre, ‘nu maggistrato, ‘nu grand’ommo, trasenno stu canciello ha fatt’o punto c’ha perzo tutto, ‘a vita e pure ‘o nomme: tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?”. Diceva bene, Antonio De Curtis, in arte Totò, con la sua straordinaria poesia “‘A livella”. E proprio quello strumento utilizzato nel campo dell’edilizia per “livellare” una superficie veniva preso come metafora della morte capace di azzerare ogni tipo di disparità esistente tra i vivi. Totò Riina, “il boia” di uno Stato che non si è limitato a guardare, è morto stanotte. ‘A livella è arrivata anche per lui che da carnefice si ritrova ad essere giudicato di fronte alle vittime della sua furia omicida. Quelle vittime che su questa terra non trovano pace per l’assenza di verità e giustizia in un Paese che ha fretta di dimenticare. Chi non dimentica, però, sono quegli stessi familiari che continuano a vedere davanti ai loro occhi i corpi martoriati dei propri congiunti, caduti in una guerra dove la linea di confine nemica è contrassegnata da continue aperture. “Dove sta la logica secondo cui avete dovuto firmare delle carte di Stato per autorizzare i familiari di Riina ad assistere alla morte del loro congiunto il capo di Cosa Nostra, una organizzazione criminale a struttura piramidale, che in Italia ha provocato più lutti, miseria e disperazione di quanta ne hanno prodotta i nazisti nei campi di concentramento? Perché avete messo noi, le vittime di Riina, a dover affrontare il torto della Vostra umana pietà intrisa di ipocrisia e vigliaccheria?”. Le parole di Giovanna Maggiani Chelli, trascritte ieri sera in un comunicato inviato prima della notizia della morte di Riina, si scontrano contro quel muro di gomma istituzionale intriso di cinismo e ipocrisia. La presidente dell’associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili ha pagato sulla sua pelle un prezzo altissimo per quell’accordo “indicibile” tra Stato e mafia. Sua figlia Francesca è l’unica sopravvissuta del crollo della Torre dei Pulci, ma le ferite che l’hanno condannata ad una vita di inferno non si sono mai rimarginate. E a ricordare come stanno le cose a quello Stato che – a corrente alternata – recita la parte del misericordioso, ci pensa Luciano Traina, fratello dell’agente di scorta di Paolo Borsellino, Claudio Traina che sulla sua pagina facebook risponde alla “clemenza” del ministro della giustizia Andrea Orlando nei confronti della famiglia Riina. Il ricordo di quest’uomo, che assieme a sua sorella Giusi continuano a pretendere la verità sui mandanti esterni della strage di via D’Amelio,

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"25 ANNI ALLA RICERCA DI UNA SCOMODA VERITA'".

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

IN COLLABORAZIONE CON LA TESTATA ANTIMAFIA DUEMILA DI PALERMO, IL DOCUVIDEO DELL'INTERVISTA DI SAVERIO LODATO A NINO DI MATTEO.

A venticinque anni di distanza dalle stragi di Capaci e via d’Amelio, che hanno portato alla morte di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti di scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, sono ancora diversi i pezzi mancanti che si intravedono sotto le macerie. Quali sono queste “verità scomode” celate? Si potrà mai raggiungere una completa verità? Perché quello della mafia è un fenomeno che resiste nel nostro Paese da oltre 150 anni? Sono questi alcuni temi affrontati a Pavia, nella meravigliosa aula del ‘400, in occasione dell’ultimo incontro organizzato per la XIII edizione di "Mafie, Legalità ed Istituzioni" 2017, dedicato alla memoria del Prof. Grevi, ed intitolato “25 anni alla ricerca di una scomoda verità”.Da una parte Saverio Lodato, giornalista, scrittore, autore del best seller “Quarant'anni di mafia” ed editorialista della nostra testata. Dall’altra Nino Di Matteo, sostituto procuratore nazionale antimafia, pm di punta del pool impegnato nel processo sulla trattativa Stato-mafia e per anni pm nella indagini sulla ricerca dei mandanti delle stragi. A seguito della condanna a morte di Totò Riina, e con l’arrivo a Palermo di duecento chili di tritolo per compiere un attentato nei suoi confronti, Di Matteo è diventato il magistrato più scortato d’Italia.
Con le sue domande, di fronte ad una platea composta soprattutto da giovani universitari, Lodato e Di Matteo hanno fatto il punto sulla lotta alla mafia sottolineando come l’impegno nel contrasto sia un preciso dovere non solo per gli addetti ai lavori ma, soprattutto, per la politica.
Un impegno che ogni singolo cittadino deve pretendere in questa lotta per i diritti e per la libertà.

   

E' MORTO NELLA NOTTE IL BOSS CORLEONESE, TOTO' RIINA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

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Il capo dei capi è deceduto alle 3,37 nel reparto detenuti del carcere di Parma. Era in coma farmacologico dopo due interventi chirurgici
di Aaron Pettinari e Francesca Mondin
E' morto questa notte alle 3,37 Salvatore Riina, detto “Totò u curtu”. Era ricoverato, in stato di coma farmacologico, dopo essere stato sottoposto a due delicatissimi interventi chirurgici, presso il reparto detenuti del carcere di Parma. In particolare sarebbe stato durante il secondo intervento che si sarebbero verificate delle pesanti complicazioni che hanno reso necessaria una pesante sedazione. Così si è spento, all'età di 87 (compiuti giusto ieri), il boss corleonese considerato fino a poche ora fa il Capo dei capi. Il “viddano” che fece emergere il lato più feroce della mafia siciliana. Sotto il suo dominio Cosa nostra portò a termine i principali omicidi eccellenti degli anni '80 e insanguinò le strade di tutto “il continente” con la strategia stragista.
Riina, rinchiuso al 41 bis dal 15 gennaio '93, quando venne arrestato dopo una latitanza durata 24 anni. Stava scontando 26 condanne all’ergastolo dopo aver commesso stragi (tra le quali quella di viale Lazio, gli attentati del ’92 in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e quelli del 1993 a Milano, Roma e Firenze) ed omicidi efferati. In tutto questo tempo non aveva mai manifestato la volontà di collaborare con la giustizia, non si è mai pentito degli omicidi commessi e non ha nemmeno mai tentato di dissociarsi da Cosa nostra. Un giuramento che aveva ribadito a sua moglie Ninetta Bagarella: “Io non mi pento ... a me non mi piegheranno. Io non voglio chiedere niente a nessuno mi posso fare anche 3000 anni no 30 anni". E poi ancora: “Io sono Salvatore Riina ... e resterò ... e resterò nella storia".
Proprio la Dia, lo scorso luglio, nella relazione semestrale confermava il ruolo del boss corleonese al vertice di Cosa nostra. Intercettato in carcere durante il passeggio con il compagno d’ora d’aria, Alberto Lorusso, “La belva” (così è soprannominato), oltre a rivendicare le stragi e a vantarsi di aver fatto fare la "fine del tonno" a Falcone era tornato a minacciare magistrati in vita. Nel 2013 venne infatti intercettato durante l'ora d'aria con il suo compagno di cella Alberto Lorusso mentre additava come prossimo obiettivo da uccidere il magistrato Nino Di Matteo, pm di punta al processo sulla trattativa Stato-mafia.
Ed è proprio in questo processo, ancora in corso,

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