Sabato, Agosto 19, 2017
   
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Antimafia Duemila & Terzo Millennio

OMICIDIO MEDINA, SI CERCANO ANCORA I RESPONSABILI

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

A quattro mesi dall'attentato del giornalista restano ancora impuniti

di AMDuemila – 22 febbraio 2015
Sono trascorsi quattro mesi dall’omicidio del giornalista Pablo Medina e della sua assistente Antonia Almada, crivellati di colpi da sicari del narcotraffico lo scorso 16 ottobre mentre in macchina ritornavano da un servizio giornalistico. L’agguato è avvenuto a Villa Ygatimí, a circa 45 km da Curuguaty, nel Dipartimento di Canindeyú. Il giornalista era oggetto di continue minacce da parte della criminalità organizzata.

Il  caso è praticamente chiuso, sono stati identificati sia il mandante che gli esecutori del duplice omicidio con numerose prove a loro carico. Si tratta dell’ex sindaco di Ypejhù, Vilmar “Neneco” Acosta, capo dell’omonimo clan, suo fratello Wilson e suo nipote Flavio Acosta (quest’ultimi esecutori materiali). È noto che le stesse armi hanno ucciso almeno cinque persone, tra cui l’ex sindaco di Ypejhú Julián Núñez, ma fino a questo momento, solo un membro del clan Acosta, Arnaldo Cabrera Lopez, ex autista di Vilmar, è stato arrestato

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IN PRIMO PIANO LA MORTE DI UN GIUSTO

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Vedova di Pablo Medina chiede di essere intervistata dal direttore di ANTIMAFIADuemila

di Omar Cristaldo e Jorge Figueredo
La vedova del giornalista Pablo Medina, Olga Bianconi (in foto) ha richiesto ai giornalisti di Antimafia Dos Mil - Redazione del Paraguay, andati a trovarla nel suo domicilio di Curuguaty, di avere un colloquio con il direttore e fondatore della Rivista AntimafiaDuemila in Italia, Giorgio Bongiovanni. Ci ha pregato di informare il direttore che Pablo Medina non aveva soltanto una figlia, Dyrsen, ma anche altri due figli nati dal suo secondo matrimonio. Ha aggiunto anche che suo marito era un uomo integro ed unico.

La mattina del sabato 31 gennaio 2015, ci siamo recati dalla vedova del giornalista Pablo Medina, Olga Bianconi, presso il suo domicilio al centro della Città di Curuguaty.  La donna si è rivolta subito a Jorge Figueredo dicendo: “Figueredo, è da tempo che avevo bisogno di parlare con lei e con il direttore italiano di AntimafiaDuemila.

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LOTTA ALLA MAFIA PRIORITARIA? SPERIAMO!

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di Giorgio Bongiovanni - 3 febbraio 2015
Il neo Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, oggi a Palazzo Montecitorio dove ha prestato giuramento, ha pronunciato un discorso tecnicamente ineccepibile. Toccati tutti i punti “dolenti”: la sofferenza di un’Italia provata dalla crisi economica, il sostegno ai cittadini, il lavoro ai giovani, la scuola, la sanità, la complessa situazione internazionale… ma anche un punto nodale e, oseremo dire, storico: la lotta alla mafia e alla corruzione (“priorità assolute”), il ricordo dei giudici Falcone e Borsellino, l’incoraggiamento per la magistratura e le forze dell’ordine che combattono la criminalità organizzata.
Cosa speriamo del nuovo Capo dello Stato? Che “faccia atti”, come ha auspicato Salvatore Borsellino commentandone il discorso. Perché gli appelli non sono sufficienti.

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BUSTA CON POLVERE DA SPARO PER PROCURATORE DI MARSALA E DI GIROLAMO

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Recapitata a giornalista. Minacce anche a sezione Pg della Gdf
di AMDuemila - 3 febbraio 2015
Marsala (Trapani). Pervenuta presso l'abitazione del giornalista Giacomo Di Girolamo una lettera contenente minacce di morte indirizzate al procuratore capo di Marsala, Alberto Di Pisa, e alla sezione di pg della Guardia di finanza. La busta gialla lasciata nella cassetta delle lettere del giornalista, direttore del sito tp24.it, contiene l'invito a recapitare la missiva "al procuratore Di Pisa e ai caini dei finanziEri della Procura".

Di Girolamo ieri dopo averla trovata l'ha consegnato alla sezione di pg delle Fiamme Gialle. Nel plico c'era un'altra busta con polvere da sparo e un foglio con la scritta "Ne abbiamo tanta... Boom!". La frase è stata scritta con un normografo. "Sono sereno- ha scritto il giornalista su Facebook ringraziando tutti per la solidarietà-" Ho ancora molte cose da raccontare e da scrivere, su Marsala, Trapani, la Sicilia, le vecchie e nuove mafie e tutto il resto."

La redazione tutta esprime la propria solidarietà per il vile atto subito. Ci auguriamo che si faccia presto chiarezza su tale minaccia.

 

 

IL CORAGGIO DI DIRE LA VERITA'

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di Giorgio Bongiovanni - 27 gennaio 2015

Il pm Nino Di Matteo all’Università statale di Milano
Quando si parla di legalità e giustizia la retorica e il politichese sono solo degli inutili addobbi che distolgono l’attenzione dal reale punto d’interesse.
Tanto più se il pubblico è formato da giovani studenti come nell’incontro 'Gli strumenti contro la criminalità organizzata' tenutosi questo 26 gennaio presso l’Università statale di Milano a cui hanno partecipato il sostituto procuratore Nino Di Matteo, il procuratore aggiunto di Palermo Bernardo Petralia, il giornalista Lirio Abbate e il giurista Bruno Giordano.
Di fronte ai ragazzi il pm Di Matteo è andato dritto al punto: Cosa Nostra "ha ancora la capacità di condizionare la politica ai più alti livelli nazionali”. "L'organizzazione - ha continuato il magistrato di Palermo - ha saputo allacciare rapporti con soggetti politici di altissimo livello come Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi e con ex presidenti della Regione Sicilia come Cuffaro e Lombardo".
In un paese all’incontrario dove sono pochi i rappresentanti dello Stato che hanno il coraggio di dire  ai ragazzi come stanno le cose, senza ambiguità e ipocrisia, i politici nominati dal pm Di Matteo (che hanno governato l’Italia per decenni), sono ancora considerati innocenti dalla maggior parte della gente. Eppure sono tutti nomi scritti non solo nelle indagini ma nelle sentenze definitive. Il magistrato palermitano non ha rivelato nessun segreto delle sue indagini ma ha solo ricordato la verità scritta nei processi e nelle sentenze pubbliche. "Nella sentenza definitiva a carico di Marcello Dell'Utri - ha infatti sottolineato Nino Di Matteo - c'è scritto che è stato promotore e garante di un patto di protezione tra Berlusconi e i capi delle famiglie mafiose palermitane".
Per quanto riguarda i rapporti tra mafia e politica al giorno d’oggi il pm ha dichiarato: "Rispetto all'epoca di Falcone e Borsellino la situazione è peggiorata". "Oggi ci sono sentenze definitive, come quella su Dell'Utri - ha aggiunto - eppure non mi risulta che le persone coinvolte vengano allontanate dalla politica, ma discutono ancora su come riformare la Costituzione".
Proprio perchè "dalle stragi di mafia sono stati fatti grossi passi in avanti con la repressione dell'ala militare di Cosa Nostra, oggi sarebbe il momento giusto per fare un salto di qualità colpendo pesantemente chi è colluso con le organizzazioni mafiose - ha spiegato Di Matteo - ma non mi sembra che i politici abbiano la consapevolezza di questa necessità". Infatti per contrastare fenomeni come la corruzione e il voto di scambio "gli strumenti e le pene sono assolutamente inadeguate". "Il problema non sono le preferenze - ha inoltre spiegato Di Matteo rispondendo ad un ragazzo - ma piuttosto il voto di scambio, che non è adeguatamente punito".

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PIANETA OGGI SETTIMANALE

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"ENNESIMO ATTO INTIMIDATORIO ALLA NOTA TELEVISIONE ALL NEWS TELEJATO"

INTERVISTA AL DIRETTORE PINO MANIACI

COMMENTO DEL DIRETTORE DI ANTIMAFIA DUEMILA GIORGIO BONGIOVANNI

A CURA DI MASSIMO BONELLA DIRETTORE DI PIANETA OGGI TV ONLINE

IN COLLABORAZIONE CON IL CIRCUITO RTV TERRESTRE.

   
   

THE DARK SIDE OF THE MOON

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Il lato oscuro della luna
di Giorgio Bongiovanni - 20 dicembre 2014
Il ricordo floydiano dell'album più venduto del secolo scorso può spiegare la bellezza e la profondità di questa foto sublime. Un bambino, in strada, lascia un volantino sul tergicristallo di una macchina. Quel volantino è stato scritto da alcune associazioni antimafia in difesa del nostro giudice italiano, le cui condanne a morte ricevute da Cosa nostra e dallo Stato-mafia ormai non si contano più. Ma quel bambino in quella strada si trova a Montevideo, Uruguay, dall'altra parte del mondo. In una città simile alla nostra, Palermo, nella quale ho vissuto cinque anni, e lontana oltre una decina di migliaia di chilometri dalla nostra piccola e amata Sicilia. Qui vengono distribuiti volantini per le strade e alle ambasciate italiane si inviano appelli per salvare la vita al pm Nino Di Matteo, che con i colleghi Teresi, Tartaglia e Del Bene conduce il processo sulla trattativa tra Stato e mafia, così scomodo a tanti, da entrambe le parti.

In molti paesi del Sudamerica, Paraguay, Uruguay, Argentina, Cile, Messico, una parte della società civile sta prendendo coscienza del pericolo corso ogni giorno da questo magistrato, dell'importanza che riveste la lotta alla mafia, in Sicilia come in tutto il mondo. Questo però a casa nostra succede poco, o quasi per nulla. Prendiamone esempio, invece, di ciò che accade nell'altra faccia della luna.

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AGGIORNAMENTI OMICIDIO MEDINA-ALMADA.

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PARAGUAY: IL SENATO BLOCCA GIUDIZIO POLITICO CONTRO MINISTRI DELLA CORTE SUPREMA

 

di AMDuemila - 16 dicembre 2014
I senatori hanno convocato una conferenza stampa per dare l’annuncio. Sono stati 17 i voti contro il processo politico a carico dei tre ministri della Corte Suprema di Giustizia, in questo modo non si è raggiunto il quorum necessario per procedere.
La senatrice Mirta Gusinky, che appoggia il blocco, ha detto: “Non appoggiamo la scelta del giudizio politico in quanto non condividiamo le condizioni in cui è maturato e che riteniamo non corrette. Il processo politico non presuppone l’impegno serio di avviare una vera trasformazione della giustizia dove l’eventuale rimozione di ministri è una componente, ma non la priorità”, e ha aggiunto “Abbiamo dei sospetti che il giudizio politico nasconda altri interessi”.

Oggi incontro del Procuratore Generale del Paraguay con il collega del paese vicino
Il Procuratore Generale Díaz Verón si incontra oggi con il collega brasiliano Rodrigo Janod. La posizione di Díaz, che sarà accompagnato da Sandra Quiñónez e Juan Emilio Oviedo, è dimostrare con carte alla mano che Vilmar Acosta è nato ad Ypejhù, e quindi cittadino paraguaiano, seppure successivamente abbia acquisito anche la cittadinanza brasiliana, e quindi, se trovato nel loro territorio, deve essere estradato o espulso. Chiederà inoltre che siano intensificate le ricerche.

Poliziotti di Ypejhù indagati per presunta protezione al clan Acosta

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A PALERMO TORNA LA "TRATTATIVA" - GLI INTERVENTI

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Repici: trattativa "umanitaria"? Smentita da qualsiasi manuale di diritto
di AMDuemila - 11 dicembre 2014
"Le teorie del professor Fiandaca, questa presunta insindacabilità della trattativa o questo suo carattere quasi umanitario, sono smentite da qualunque manuale di diritto, probabilmente anche dal suo". L'ha detto l'avvocato Fabio Repici nel corso dell'incontro a Palermo, a seguito della proiezione del film #LaTrattativa di Sabina Guzzanti. "Si è sostenuto, una volta essere stati costretti ad ammettere che ci furono interlocuzioni tra stato e mafia, che c'era una condizione che necessitava quegli accordi". "Mori - ha continuato Repici - ha riferito di avere chiesto a Vito Ciancimino di riferire ai capi di Cosa nostra di costituirsi in cambio di un buon trattatamento per i familiari. Quindi si parla di uno scambio, proposto a Riina e Provenzano. Non è un'operazione di polizia giudiziaria. Inoltre Mori dice che quando avvia la trattativa, lo Stato era in condizioni di assoluta debolezza.

Ma allora come si può pensare che nel momento di maggiore potere di Cosa nostra lo Stato poteva chiedere un accordo svantaggioso per loro?". Anche perchè, ha sottolineato il legale, nel '92 "la condizione era che lo Stato aveva vinto, con il maxiprocesso. Questo per dire che è assolutamente ridicola l'ipotesi di poter riflettere, nel 1992, sull'ipotesi di una condizione di necessità. Qualunque studente di legge verrebbe bocciato all'esame di diritto penale". Secondo Repici, è più che mai necessario fare delle riflessioni: "Siamo sicuri che è stata una trattativa alla pari? Oppure ci sono stati alcuni apparati dello Stato, c'è stata una dimensione politica individuata in alcuni soggetti istituzionali, che ha deciso anche di utilizzare la forza violenta di Cosa nostra per instradare l'Italia in un percorso diverso da quello che si stava prendendo? Più che di trattativa, parlerei di ipotesi eversiva".
Repici ha poi sottolineato il contributo apportato da Massimo Ciancimino, teste-chiave ma anche imputato al processo trattativa, sottolineando che "è buona regola per gli operatori processuali essere laici: non mi piacciono quelli che dicono “Massimo Ciancimino non è credibile a prescindere” e nemmeno quelli che dicono “è credibile a prescindere”. Nei processi le dichiarazioni devono essere avvalorate da elementi che devono diventare prove. Certo è che riscontri a certe dichiarazioni di Massimo Ciancimino sono venuti anche dagli stessi politici". Quando Ciancimino ha iniziato a parlare, ha proseguito Repici, "ha raccontato la storia e le modalità di quel pezzo di trattativa" ma, ha concluso, "l'impostazione accusatoria (del processo, ndr) non è basata solo sulla sua testimonianza, poiché poi sono arrivate una montagna di prove sulla collusione di alcuni uomini di Stato".


Bongiovanni: “Una trattativa fondata su un’economia criminale”
di AMDuemila - 11 dicembre 2014
“Oggi assistiamo ad una storia che si sta ripetendo – ha esordito il direttore di Antimafia Duemila intervenendo al dibattito dopo la proiezione del film ‘La trattativa’ – così come nel ’92 c’è il rischio di nuovi attentati. Questa volta nei confronti del pm Nino Di Matteo. A detta del neo collaboratore di giustizia, Vito Galatolo, l’ordine verrebbe dal boss latitante Matteo Messina Denaro. E’ evidente che se Cosa Nostra fosse stata sconfitta non ci sarebbe stata questa direttiva. Allo stesso modo è un dato di fatto che in questo momento a Cosa Nostra, nello specifico a Messina Denaro, non conviene fare un attentato così eclatante. Ma potrebbero essere gli stessi ‘apparati’ dello Stato che si sono resi colpevoli nel ’92 a chiedere di farlo a Messina Denaro in cambio di altri 10 anni di latitanza. Lo stesso Galatolo afferma che i mandanti del progetto di attentato nei confronti di Di Matteo sono gli stessi che hanno chiesto la strage di via D’Amelio. Non dimentichiamo che la famiglia mafiosa dei Galatolo da sempre è in contatto con i Servizi, fa parte di quelle menti raffinatissime di cui parlava Falcone”. “Se vogliono fare una strage contro Di Matteo – ha specificato Bongiovanni – mi sembra logico pensare che la mafia sia il ‘braccio esecutivo’ di quei sistemi criminali che vogliono uccidere i magistrati che ‘vanno oltre’”. “Perché lo Stato coabita con la mafia?”, si è chiesto provocatoriamente il direttore di Antimafia Duemila. “Perché ci sono questi sistemi criminali che si servono del potere politico che a volte si basa anche sulle stragi!”. Ma soprattutto perchè “è una questione di soldi”, ha ribadito Bongiovanni. Che ha ricordato il fatturato annuo delle mafie “stimato” attorno ai 150 miliardi di euro. “Se la mafia dovesse entrare in borsa potrebbe comprarsi tutta la borsa di Milano e avrebbe una liquidità di 500 miliardi. Ecco perché lo Stato e i servizi segreti trattano con la mafia. E' per questo che non viene fatta una lotta seria contro la criminalità organizzata”. “Quando nel ’96 la Procura di Palermo diretta da Giancarlo Caselli era sicura di avere quasi sconfitto Cosa Nostra (numerosi pentiti, arresti di boss, confische ecc.), sotto il governo di Centrosinistra, a un certo punto si è verificata un’interruzione. Uno stop che è avvenuto quando Romano Prodi ha spiegato all’Italia che bisognava fare sacrifici per entrare in Europa. In quel momento nei confronti della procura di Palermo (e delle altre procure che lavoravano contro la mafia) si è materializzata l’indifferenza di quel governo, così come di quelli che si sono succeduti”. “Uomini come Falcone, Borsellino, dalla Chiesa ed altri – ha quindi proseguito il direttore di Antimafia Duemila – sono state delle ‘anomalie’ che hanno cercato di dare un contributo alla lotta alla mafia. Ma noi non possiamo sconfiggere queste organizzazioni criminali fino a quando hanno nelle mani questa immensa economia”. Collegandosi al ragionamento sulla questione economica Bongiovanni ha quindi specificato l’importanza di “cercare di capire fino in fondo perché ci sono state le stragi, Renzi ed altri personaggi che stanno al Governo lo sanno, ma non sanno cosa fare. Ci vorrebbe un’azione di coraggio e la volontà da parte di tutti noi per cambiare lo stato delle cose, anche a costo di farci sbattere fuori dall’Europa”. Dobbiamo realizzare che l’Italia è basata soprattutto su un’economia criminale e questo rientra in tutte le trattative che si fanno anche fuori dal nostro Paese, Colombia in primis”. “Ma chi ha dato questo potere a Riina, Provenzano, ed ora Matteo Messina Denaro? – ha chiesto infine il direttore di Antimafia Duemila – Quando le statistiche diranno che la mafia ha fatturato poco allora forse verranno fuori nuovi pentiti…”. “Penso che quando Falcone disse: ‘siamo entrati del <gioco grande>’, aggiungendo che la mafia era entrata in Borsa, volesse intendere proprio questo”. “Probabilmente nell’agenda rossa di Paolo Borsellino ci sarà scritto che il giudice aveva scoperto che gli assassini del suo amico fraterno non erano mafiosi comuni, bensì personaggi che avevano il potere e la capacità di comandare i Servizi segreti”. “State attenti – ha concluso Bongiovanni –  siamo all’interno di una gravissima crisi economica, il Presidente della Repubblica sta per dimettersi, probabilmente tra qualche mese, o al massimo entro un anno, potrebbero esserci nuove elezioni, siamo insomma in un contesto nel quale potrebbe maturare un tentativo di attentato come quello del 23 maggio ’92. E visto che lo abbiamo imparato dalla Storia lo dobbiamo evitare: dobbiamo fare da scudo a questi magistrati!”.


Il grido della società civile: "la mafia si sconfigge partecipando"
di AMDuemila - 11 dicembre 2014
"Vedo la speranza nei giovani, i ragazzi non vogliono che si ripeta quello che è successo a Falcone e Borsellino". Con queste parole la coordinatrice delle Agende Rosse (tra gli organizzatori dell'evento) di Palermo, Rosanna Melilli, intervenendo al dibattito succeduto alla visione del film "#LaTrattativa", presso l'aula ex cinema Edison dell'ex facoltà di Giurisprudenza (UNIPA), ha voluto evidenziare la grossa importanza che rivestono i ragazzi e la loro educazione affinché si verifichi un reale cambiamento. Cambiamento che, come ha evidenziato Giorgio Colajanni di Scorta Civica, e possibile solo con la partecipazione di ogni cittadino perchè "Se non difendiamo noi cittadini la Costituzione non possiamo sperare che chi ha violato le leggi, ha commesso reati tradendo anche lo Stato stesso avrà rispetto di noi".


Guzzanti: "molti indizi che dimostrano che non è solo mafia"

di AMDuemila - 11 dicembre 2014
La regista racconta le difficoltà incontrate nel diffondere "#LaTrattativa”

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AGGIORNAMENTI SULL'OMICIDIO DEL COLLABORATORE DI ANTIMAFIA DUEMILA NOSTRO AMICO PABLO MEDINA E ANTONIA ALMADA

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Arrestato autista di Vilmar “Neneco” Acosta
di AMDuemila - 10 dicembre 2014
Arnaldo Javier Cabrera (in foto), un sicario dell’ex sindaco di Ypejhù, Vilmar Acosta, è stato catturato l’8 dicembre nel suo nascondigilio tra i monti che circondano Canindeyú, esattamente a circa 15 km dalla tenuta “Dos Naciones” di proprietà della famiglia Acosta Marques. All’operazione che ha portato all’arresto ha partecipato anche il Gruppo Speciale di Operazioni (GEO).
Da oltre un mese viveva nei monti, senza contatti con il suo capo, lo avrebbe abbandonato e si troverebbe insieme alla famiglia in Brasile.
Ha confessato di essere uno degli autori materiali dell’omicidio del giornalista dell’ABC Color, Pablo Medina, e della sua assistente Antonia Almada. Ha confermato inoltre che Acosta decise di ucciderlo durante la festa del suo compleanno, lo scorso 13 luglio, “perché Medina lo stava danneggiando politicamente, e Neneco stava già pensando alla ricandidatura. Disse che avrebbe portato suo fratello Wilson dal Brasile per l’attentato” e ha aggiunto “Diceva sempre che era stanco della persecuzione di Pablo Medina, e lui e la sua famiglia nutrivano un odio viscerale nei suoi confronti, principalmente quando Vilmar e suo padre, Vidal Acosta, finirono nel carcere di Coronel Oviedo nel febbraio del 2011, dopo che nella tenuta di famiglia “Dos Naciones”, furono ritrovati resti umani, di probabili vittime del clan”.
Cabrera ha raccontato ai giudici Lorenzo Lezcano e Sandra Quiñónez di aver conosciuto Vilmar due anni fa. Successivamente, nel 2013, era stato nominato autista del Municipio di Ypejhù e Acosta gli avrebbe concesso una casa dove abitava con sua moglie e tre figli. “Neneco era molto temuto nella zona, nessuno poteva dirgli di no, altrimenti ci minacciava di portarci a Cerro Guy”, dove si trova appunto la tenuta, Dos Naciones.
Ha aggiunto che Acosta manteneva costanti riunioni con politici paraguaiani, come la deputata Maria Cristina Villalba e il governatore di Canindeyú, Alfonso Noria Duarte.
Secondo quanto ha dichiarato, sarebbe stato lui a sparare con una pistola calibro 9mm, insieme a Wilson Acosta, che avrebbe utilizzato un fucile calibro 12.
Il terzo sospettato di aver premuto il grilletto, Flavio Acosta, secondo quanto ha dichiarato l’autista, si sarebbe limitato a inseguire Medina da casa sua al dipartimento dove si era recato per un servizio giornalistico poco prima dell’agguato.
La famiglia dell’arrestato è stata prelevata e portata in una località protetta.

Una nuova persona coinvolta
L’autista ha affermato inoltre che dopo il duplice omicidio, lui e Wilson furono prelevati dalla scena del crimine da Lorenzo Acosta, di 35 anni, un altro fratello di Vilmar e Wilson che al momento non era neppure sospettato, ma che di fronte alle nuove accuse, i pm a carico del caso, Sandra Quiñónez, Lorenzo Lezcano e Cristian Roig, potrebbero imputare oggi stesso.

L’omicidio Medina rivoluziona la vita politica in Paraguay

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GIULIO CAVALLI: CARO RENZI, FACCIAMO FINTA CHE ...

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IN COLLABORAZIONE CON ANTIMAFIA DUEMILA

 


di Giuseppe Pipitone - 11 dicembre 2014

Video-appello del regista teatrale al premier per chiedere il bomb jammer per Nino Di Matteo. Stamane, l’autore di numerosi testi di teatro civile, al Senato per il lancio di un libro, presenta la sua raccolta di firme: l’obiettivo è chiedere se lo Stato sta facendo tutto il possibile per proteggere il pm della trattativa

Stamattina a Palazzo Madama, Giulio Cavalli chiederà a Matteo Renzi se lo Stato sta facendo tutto il possibile per proteggere il pm Nino Di Matteo. Una petizione lanciata dal regista teatrale sul suo blog, che ha già raccolto oltre quattromila firme, e che Cavalli rilancerà oggi al Senato, dove parteciperà alla presentazione del libro La Catturandi – la verità oltre la fiction, di Imd, il poliziotto che da anni è autore di saggi firmati soltanto con le iniziali. Di seguito il testo della petizione, che si può firmare qui

Caro Renzi,
facciamo finta che il tritolo acquistato e nascosto nei bidoni su ordine di Matteo Messina Denaro (così come la racconta un pentito) sia esploso. Facciamo che sia esploso questa mattina mentre Nino Di Matteo e la sua scorta stavano raggiungendo il tribunale di Palermo, dove si continua ad attendere la nomina del procuratore capo, con l’ostinata avversione da parte della Presidenza della Repubblica alla nomina di Lo Forte che sarebbe stato certamente eletto con il vecchio plenum del CSM ed oggi è fuori dai giochi.

Facciamo che esploda la bomba che ammazzi Di Matteo e la sua scorta, ovviamente sprovvista del dispositivo bomb jammer lungamente promesso dal ministro Alfano e mai arrivato. Cominciano le edizioni speciali dei telegiornali di mezzo mondo e sicuramente cominciano a parlare gli esperti, la morte viene proiettata in giro per tutto il mondo e al solito insieme alla retorica di Stato si accendono i riflettori su un “CSM che rischia di essere schiacciato e condizionato nelle sue scelte di autogoverno dalle pretese correntizie e politiche e dalle indicazioni sempre più strigenti del suo presidente” (sono le parole di Di Matteo e quindi risuoneranno a raffica).

Poi facciamo che il popolo abbia un’ondata di sdegno. L’ennesima. La solita.

Tratto da: loraquotidiano.it

 

 

   

IL SACRIFICIO DI UN GIUSTO - PABLO MEDINA

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IN PRIMO PIANO AGGIORNAMENTI SUL BARBARO OMICIDIO AI DANNI DI PABLO MEDINA COLLABORATORE DI ANTIMAFIA DUEMILA E NOSTRO AMICO CON ANTONIA ALMADA

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Caso Medina, giudizio politico contro tre ministri della Corte Suprema
di AMDuemila - 6 dicembre 2014
Durante una conferenza stampa, il presidente della Camera dei Deputati, Hugo Velázquez, insieme ad altri capigruppo della maggioranza, ha ufficializzato la convocazione di una sessione straordinaria per il prossimo 10 dicembre per avviare il giudizio politico contro alcuni magistrati, ministri della Corte Suprema di Giustizia: Sindulfo Blanco, César Garay Zuccolitto e Óscar Bajac. Tra gli accusati si trovava anche Victor Núñez, presidente della Corte, che si è dimesso martedì scorso.
Velázquez ha affermato di aver preso tale decisione perché è responsabilità della Camera di nei confronti della cittadinanza procedere ad una riforma corretta del Potere Giudiziario.
Uno degli accusati, Sindulfo Blanco, ha affermato che “finalmente

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VOLEVANO COLPIRE DI MATTEO A PALAZZO DI GIUSTIZIA

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Il pentito Galatolo svela uno dei progetti per uccidere il pm
di Aaron Pettinari - 3 dicembre 2014
Il tritolo c'era, il progetto di morte pure: far saltare in aria il pm Nino Di Matteo colpendolo in prossimità del Palazzo di Giustizia. Vito Galatolo, l'ex boss dell'Acquasanta, dopo aver rivelato che per l'attentato erano stati raccolti centocinquanta chili di esplosivo, nascosto in un bidone, il pentito ha fornito ulteriori indicazioni sulle fasi di preparazione dell'attentato. Il piano prevedeva l'utilizzo di un'auto imbottita di tritolo da far saltare al momento del passaggio del corteo di macchine che scortano il magistrato. Un attentato che sarebbe stato altamente spettacolare ma che avrebbe potuto coinvolgere troppe persone, con il rischio di suscitare l'indignazione della società civile. Un aspetto quest'ultimo che i boss di Cosa nostra vogliono evitare ad ogni costo.
Si parla anche di questi aspetti i primi di dicembre, quando i capimafia si riuniscono la prima volta per discutere del progetto, sospinti anche dall'arrivo della lettera di Matteo Messina Denaro in cui si ordina la strage parlando anche delle motivazioni per cui si deve uccidere il magistrato ('si è spinto troppo oltre'), e l'idea Tribunale viene scartata. Da quel momento in poi le interlocuzioni con il superlatitante di Castelvetrano si fanno sempre più fitte. Il tritolo viene acquistato dopo una raccolta fondi da 600mila euro. C'è il problema della preparazione dell'autobomba e in un'ulteriore comunicazione “Diabolik” fa sapere che “non c'è problema” perché era già pronto “un artificiere” che sarebbe giunto al momento opportuno. Del resto il capomafia trapanese aveva già comunicato ai palermitani dell'interesse “di entità esterne” per la morte del magistrato della trattativa Stato-mafia. Cosa nostra prosegue nella propria “mission” e da dicembre 2012 a marzo 2013 inizia a studiare i movimenti quotidiani di Di Matteo, il cui livello di scorta al tempo non era ancora a livello massimo.

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SI DIMETTE IL PRESIDENTE DELLA CORTE SUPREMA VICTOR NUNEZ

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La sorella dell'assassino di Pablo Medina, "Neneco" Acosta, consigliere al municipio di Ypejhù
di AMDuemila - 2 dicembre 2014
Il ministro della Corte Suprema di Giustizia, Víctor Núñez (in foto), si è dimesso. Una decisione presa prima che il Congresso approvasse un giudizio politico per toglierlo dall'incarico. A darne notizia è David Ortiz, dell'ufficio Comunicazione della Corte stessa. Il caos politico contro il Ministro è esploso in particolare dopo che questi aveva denigrato le inchieste giornalistiche di Pablo Medina. Lo scorso 18 novembre, durante la manifestazione in memoria del giornalista di Abc Color, il direttore della rivista ANTIMAFIADuemila, Giorgio Bongiovanni, dinnanzi alla televisione nazionale aveva chiesto a Víctor Núñez di dimettersi. “Signor ministro si dimetta - aveva detto con forza - Io credo più al mio amico Pablo che diceva che lei è amico dei narcos che non che Pablo scrivesse falsità. Lei offende la costituzione del suo paese”.

Nel Paraguay transitano 20mila kg di cocaina al mese

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IN PRIMO PIANO: ULTIME NOTIZIE SUL BRUTALE OMICIDIO DEL NOSTRO AMICO PABLO MEDINA COLLABORATORE DI ANTIMAFIA DUEMILA

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Megaoperazione congiunta di polizia e Segreteria Nazionale antidroga tra Ypejhù e Villa Ygatimí
di AMDuemila - 25 novembre 2014
La polizia e la Senad (Segreteria Nazionale antidroga) hanno avviato un’operazione congiunta per eliminare la grande quantità di marijuana nella zona dominata dal clan Acosta Marques, responsabile dell’omicidio del giornalista Pablo Medina e della sua assistente Antonia Almada.
L’operativo, supportato da elicotteri, è composto da cento uomini che perlustrano la zona anche alla ricerca del clan ancora latitante.
L’intervento è maturato in seguito alla denuncia della popolazione del luogo che afferma che oltre la metà degli abitanti del posto lavorano nella coltivazione e nel commercio di marijuana.

Con gli occhi “umidi” il presidente Cartes mette in guardia sulle conseguenze della “guerra” ai narcos
Il titolare della Senad, Luis Rojas, ha dichiarato ai microfoni di diversi mezzi di comunicazione che l’omicidio Medina ha infranto i codici della mafia scatenando reazioni nella stampa, nella cittadinanza e nella classe politica. Ha assicurato che il presidente della Repubblica Horacio Cartes (in foto) ha dato ordine di incentivare la repressione del narcotraffico mettendolo però in guardia dalle conseguenze che ne potrebbero derivare: “Mi ha detto con gli occhi ‘umidi’, durante una riunione privata – ha dichiarato Rojas – di aver parlato anche con la sua famiglia dei pericoli di questa offensiva e delle possibili conseguenze. Mi ha chiesto se lo avrei sostenuto fino alla fine e gli ho detto di sì”, ha assicurato.
Lo stesso Cartes era stato indagato dalla DEA degli Usa per possibili vincoli con il narcotraffico.
Rojas ha poi aggiunto che il malcontento dei narcos sta aumentando, poiché hanno finanziato diversi politici che adesso non rispondono al telefono dopo lo scandalo.

Una Commisione indagherà sul caso Medina

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ANTIMAFIA DUEMILA NEWS: ULTIME SULL'OMICIDIO DI PABLO MEDINA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

La figlia di Pablo Medina accusa il giornale ABC Color di lucrare sulla morte del padre
di AMDuemila - 21 novembre 2014
Dal palco in Plaza de la Democracia, in occasione della manifestazione indetta da AntimafiaDuemila per chiedere giustizia per Pablo Medina, la figlia del giornalista ucciso, Dhyrsen Medina ha chiesto al giornale ABC Color di non lucrare sulla morte del padre. Secondo la figlia l’azienda non avrebbe mai protteto suo padre durante i servizi giornalistici e avrebbe percepito uno stipendio “miserabile”. “La direzione di ABC Color sapeva bene dei rischi che correva mio padre, sapeva delle minacce, ma mai lo hanno protetto. A volte pagava di tasca sua la protezione per qualche copertura giornalistica. Lo hanno lasciato solo. E poi solo adesso ho saputo che non godeva di alcun tipo di assicurazione”.

Un mese dopo l’omicidio Medina
Le pallottole dei sicari del narcotraffico che un mese fa hanno falciato la vita del giornalista Pablo Medina e della sua giovane assistente Antonia Almada hanno tracciato una linea invisibile, ma che divide il Paraguay antecedente e posteriore al duplice omicidio.
Bisogna dire che Medina ha rappresentato molto di più che un giornalista donchisciottesco impegnato nelle denunce contro il narcotraffico nel dipartimento di Curuguaty dove risiedeva. L’assassino di due dei suoi fratelli non lo ha mai fermato, anzi, ha continuato a ‘perforare’ la struttura pubblica e segreta del crimine organizzato rendendo noti gli intrecci politici che coprono attività illecite.


Le verità emerse dai suoi lavori giornalistici hanno portato alla luce anche responsabilità politiche nel contrabbando di legname frutto della deforestazione selvaggia della zona, che procura enormi guadagni per le loro tasche e gravi danni all’ecosistema nazionale.
Senza quella sicurezza personale che tanto le autorità come il giornale per cui lavorava erano in obbligo di assicurargli, Medina ha lasciato una sorta di testamento accusatorio nel suo computer personale, e si apprestava a realizzare un lavoro che inevitabilmente ha segnato la sua sentenza di morte: un documentario sull’enorme portata del narcotraffico e della narcopolitica a Curuguaty.
Le grandi mafie che gestiscono il massivo traffico di droga verso il vicino Brasile, e anche in ambienti politici, mai avrebbero immaginato l’impatto che avrebbe provocato in tutta la società l’omicidio di Medina e Almada, mentre ritornavano da un servizio giornalistico sui danni che la fumigazione tossica dei latifondi confinanti reca alla popolazione contadina e le loro colture. Tanto meno lo hanno immaginato il mandante e i suoi sicari.
Mentre prima era  un segreto ad alta voce, accessibile soltanto ad una parte della società paraguaiana, i nomi e cognomi di chi si arricchiva con attività illegali, adesso sono pubblicati dai mezzi stampa, gridati nelle manifestazioni in strada.
L’organigramma politico, i tre poteri dello Stato sono stati toccati da una valanga di denunce che hanno generato scandali che non sembrano attenuarsi. Il Parlamento è oggetto di continue segnalazioni di funzionari e legislatori, coinvolti in qualche modo non solo in fatti attinenti all’omicidio di Medina e Almada, ma anche vicini alle attività illegali esistenti in un paese considerato il secondo produttore di marijuana in America Latina.
Il Partito Colorado è quello che più funzionari e legislatori “questionabili”accusati ha nelle sue file. Ma anche il potere giudiziario ha un considerevole numero di giudici e pubblici ministeri corruttibili.

Clan Acosta avrebbe violato “codici” della mafia
La decisione del clan Acosta di uccidere un giornalista avrebbe infranto il “codice” della mafia, causando perdite millionarie all’“affare” del narcotraffico, a seguito dell’aumento di controlli della Senad (Segreteria nazionale antidroga).
Il ministro della Senad, Luis Rojas, ha dichiarato che “la morte di Medina ha danneggiato i produttori della regione. Uccidere un giornalista o un poliziotto infrange i codici della mafia, perché implica una reazione forte da parte delle autorità”.
Intere piantagioni di marijuana continuano ad essere distrutte: dal 17 ottobre ad oggi, circa 76 ettari, che significherebbero circa 228 tonnelate di erba. Un danno economico di oltre 6 milioni e mezzo di dollari.
Sono stati perquisiti 9 centri di elaborazione della droga su larga scala, in tutto 3.500 kg di droga già distribuita in borse. Diverse persone sono state tratte in arresto.

Si indaga sul militare che avrebbe coperto “Neneco” Acosta
È stata aperta un’inchiesta contro il colonello Felipe Orrego per confermare se ha aiutato o meno l’ex sindaco Vilmar Acosta a fuggire. Si sospetta che lo abbia aiutato a scappare dieci minuti prima dell’irruzione della Polizia Nazionale per una perquisizione. Il colonello Adolfo Piers ha dichiarato che Orrego è stato destituito dalla sua carica per essere sottomesso ad indagini da parte di una commisione delle Forze Armate insieme a degli assessori giuridici.
“Appena avremmo i risultati di questa prima indagine li trasmetteremo ad un’altra sede per continuare l’investigazione”.  Orrego sarà interrogato dal magistrato Sandra Quiñonez a carico delle indagini sull’omicidio Medina-Almada.
Vilmar Acosta e i suoi sicari si troverebbero in territorio paraguiano, probabilmente nascosti nei boschi attorno a Ypejhù.

 

   

LA CHIESA E I FIGLI DELLA MAFIA

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di Giorgio Bongiovanni - 24 novembre 2014
Probabilmente si può in parte condividere la scelta della curia di Palermo nel rifiutare la cresima al figlio del boss Giuseppe Graviano. La cerimonia si sarebbe dovuta celebrare insieme ad altri 49 coetanei nella cattedrale in cui sono conservate le spoglie del beato Pino Puglisi, la cui morte è stata ordinata proprio dal boss insieme al fratello Filippo. Invece, per il 17enne figlio di mafia, le porte del duomo di Palermo si sono chiuse.

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LETTERA DI MORTE A DI MATTEO

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Messina Denaro galoppino dei poteri occulti?
di Giorgio Bongiovanni - 20 novembre 2014

“C'è un progetto di morte nei suoi confronti, ancora valido. L'esplosivo è nascosto in un bidone. I mandanti per lei sono gli stessi di quelli di Borsellino. E sono interessate anche entità esterne a Cosa nostra”. Sono più o meno queste le parole che l'ultimo pentito dell'Acquasanta, secondo gli investigatori ritenuto attendibile, Vito Galatolo, ha riferito al sostituto procuratore Nino Di Matteo. Il collaboratore di giustizia agli inquirenti ha anche parlato di una lettera, indirizzata ai capimandamento di Cosa nostra, alla fine del 2012, in cui il superlatitante Matteo Messina Denaro ordina di preparare l'attentato nei confronti del magistrato palermitano poiché, secondo quanto riferito nella missiva, “Mi hanno detto che si è spinto troppo oltre”. Se l'esistenza della lettera venisse confermata Matteo Messina Denaro, già condannato all'ergastolo per le bombe di Firenze, Roma e Milano del 1993, entra completamente, ancora una volta, nel “gioco grande” dello stragismo.
La domanda è sempre la stessa. Chi ha ordinato a Messina Denaro l'eliminazione del magistrato palermitano? Chi sono i mandanti esterni a cui si riferisce l'ex boss de l'Acquasanta?

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