Mercoledì, Gennaio 24, 2018
   
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Antimafia Duemila & Terzo Millennio

RICORDANDO SALVADOR MEDINA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

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di Jorge Figueredo
Omaggio al giornalista paraguaiano Salvador Medina, ucciso dalla mafia 17 anni fa
Salvador Medina e Gaspar, suo fratello, viaggiavano lungo una strada di sabbia, tortuosa, caratteristica della campagna paraguaiana, quando furono vittime di un agguato. Era il 5 gennaio del 2001, quindici minuti prima delle 20:00, e iniziava ad imbrunire. Una pallottola centrò il cuore di Salvador. Lui cadde dalla moto sulla quale viaggiavano e dopo qualche minuto di agonia espirò tra le braccia di suo fratello. Il suo assassino, Milciades Mailyn, sparò ancora. La sua intenzione era uccidere anche Gaspar, ma il colpo andò a vuoto. Nella penombra un terzo sparo, ma il proiettile miracolosamente non esplose. Gaspar ebbe salva la vita, Salvador la perse. Il sicario fuggì protetto dall’ombra della notte.
Il giovane giornalista Salvador Medina era un rivoluzionario. Pochi secondi dopo lo sparo che gli trafisse il cuore, ebbe il coraggio e la forza necessaria per guardare in faccia il suo carnefice e dirgli in lingua guaranì: “Che japireiete” (mi hai sparato senza alcun motivo). Dopo aver pronunciato queste parole si spense la luce di Salvador su questa terra. Il buio del crimine organizzato e della mafia aveva vinto ancora una battaglia. Ma non la guerra, che ancora continua.
Sono trascorsi circa due decenni dal suo assassinio e possiamo sostenere che l’esempio di vita di Salvador Medina è

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GIULIETTO CHIESA: "ECCO COME DIFENDERCI DALL'ATTACCO DEI PADRONI UNIVERSALI"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

di Aaron Pettinari - Foto
Secondo il giornalista “Dal nostro agire si determina l’effetto per l’intero Pianeta”

Un mondo in guerra, la crisi economica, quella energetica, gli scontri tra i quattro Giganti (Stati Uniti, Europa, Cina e Russia), il rischio di un conflitto planetario, l’assenza di informazioni. Sono questi solo alcuni dei temi che martedì scorso sono stati affrontati dal giornalista Giulietto Chiesa, (a lungo corrispondente da Mosca per l’Unita e La Stampa, autore di svariati libri, direttore di Pandoratv.it e fondatore del movimento politico Alternativa e, insieme all’ex pm Antonio Ingroia, della lista civica “Lista del popolo”) intervistato dal direttore di ANTIMAFIADuemila, Giorgio Bongiovanni. Un incontro che è stato utile proprio per comprendere non solo riguardo agli accadimenti del tempo presente ma anche per riflettere su quello che potrebbe divenire il nostro domani.
Noi siamo sotto attacco - ha detto Chiesa - Quelli che possiamo chiamare i Padroni universali stanno vivendo un momento di grande preoccupazione. Non sono solo i Padroni dell’economia, ma molto di più. Hanno come obiettivo quello di sottometterle nostre menti e lo fanno toccando i bottoni giusti nell’intero sistema della Comunicazione”.
Rispondendo alle domande di Bongiovanni il direttore di “Pandoratv.it” ha ribadito che è sbagliato parlare dell’esistenza di un “Nuovo ordine mondiale costituito dalle grandi potenze Stati Uniti, Europa, Russia e Cina” in quanto “se esistesse vivremmo in tempi di pace ma non è affatto così”. Tuttavia Chiesa ha evidenziato come “il vero potere del Mondo è attualmente in mano ad un gruppo ristretto di persone che non sono visibili nel palcoscenico mondiale. Questi sono i padroni universali, non i vari Renzi, Berlusconi, Trump che non sono altro che i maggiordomi del potere. Le decisioni vengono prese in altre sedi”. Tra questi, secondo Chiesa, vi sarebbe la Banca per il regolamento Internazionale. “Questo istituto ha sede a Basilea ed è la banca di tutte le banche centrali del Mondo - ha aggiunto - Ha un Cda composto da una ventina di persone e che ogni due mesi si incontrano per prendere le decisioni più importanti muovendo centinaia di migliaia di miliardi, decidendo quanti soldi produrre e come distribuirli. Firmano documenti e sanciscono persino lo scoppio di una guerra”.

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PIANETA OGGI REPORTER, IL SETTIMANALE

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

LA SITUAZIONE INTERNAZIONALE, DA TRIESTE INTERVISTA A GIULIETTO CHIESA GIORNALISTA PRESIDENTE DI PANDORA TV ONLINE

A SEGUIRE, L'ARTE CONTRO LE MAFIE, INTERVISTE AI RAGAZZI DI OUR VOICE.

PROGRAMMA IN COLLABORAZIONE CON IL CIRCUITO DDT E RST SAIUZ. (www.radiosaiuz.it)

 

 

 

LA MAFIA POLITICA, IL TESTAMENTO DI TOMMASO BUSCETTA

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IN COLLABORAZIONE CON LA TESTATA ANTIMAFIA DUEMILA

di Giorgio Bongiovanni
Repetita iuvant” dicevano i latini. Un detto più che mai vero se si riguarda lo splendido docufilm del collega del Tg2 Francesco Vitale, “Il codice Buscetta”, andato in onda per la prima volta nel 2014 ma che è possibile rivedere su RaiPlay.
Tommaso Buscetta è il collaboratore di giustizia le cui dichiarazioni furono un vero terremoto all’interno dell’universo di Cosa nostra. Un contributo importante che permise ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino di Istruire il maxi processo. Il dossier di approfondimento sul “boss dei due mondi”, visto diciassette anni dopo la sua morte, ripropone importanti interrogativi. Nell’inchiesta viene ricostruita la sua figura carismatica ma anche il ruolo cardine avuto in senso all’organizzazione mafiosa. Vitale ha raccolto testimonianze di giornalisti come Saverio Lodato (nostro editorialista ed autore del libro “La mafia ha vinto” in cui negli Stati Uniti intervista per l’ultima volta lo storico pentito) o anche quelle di altri pentiti come Gaspare Mutolo. Ma non è solo la storia dell’ex boss a suscitare interesse.

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TRATTATIVA, DI MATTEO: "DAI FAMILIARI DI CIANCIMINO CONFERME A SUE DICHIARAZIONI"

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Il pm su Brusca: “E' attendibile. Dipinge un quadro in cui manca solo il mediatore”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
Dalle dichiarazioni di Giovanni Brusca a quelle dei familiari di Massimo Ciancimino, passando per le testimonianze di Pino Lipari, Angelo Siino, Rosario Naimo, Giuseppe Di Giacomo e Salvatore Annacondia. Sono questi i temi affrontati dal sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, in questo terzo giorno di requisitoria al processo trattativa Stato-mafia.
E' un dato di fatto che il primo a parlare di “papello” e di trattativa non è stato il figlio di don Vito ma il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca. E' l'ex boss di San Giuseppe Jato a raccontare le confidenze fatte da Riina sul fatto che le istituzioni “si erano fatte sotto” e che il Capo dei capi aveva presentato un “papello di richieste grande così” dicendogli di desistere dal progetto di attentato a Mannino.
“Questi discorsi – ricorda Di Matteo rivolgendosi alla Corte – Brusca li colloca tra le due stragi, quella di Capaci e quella di via d'Amelio. Brusca ha anche riferito che in quella stessa circostanza Riina gli confidò che il terminale della trattativa era Mancino e che la sinistra democristiana sapeva”. Parole che per l'accusa confermerebbero quanto detto da Ciancimino jr rispetto

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AI POSTERI DELL'ARDUA SENTENZA

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IN COLLABORAZIONE CON LA TESTATA ANTIMAFIA DUEMILA

 

La richiesta di sospensione pena per Dell’Utri
di Giorgio Bongiovanni
Chi sa non parli! Tanto, prima o poi, il modo per uscire dal carcere, per non espletare la pena, per riabbracciare la famiglia, verrà trovato. Ecco il segnale, pericoloso, che viene lanciato. Un messaggio, forte e chiaro, che risuona di continuo in questi ultimi mesi. Graviano che sarebbe stato sentito al processo trattativa Stato-mafia? Ecco pronta una nuova circolare sul “41 bis” che regola la vita dei detenuti al carcere duro con disposizioni sull’assistenza sanitaria, sull'attività lavorativa, sull'iscrizione ai corsi scolastici, ed i colloqui con gli educatori, le perquisizioni, le visite del garante, gli incontri coi familiari, la ricezione dei pacchi e della corrispondenza, ed altro ancora. Circolare che fu accompagnata anche dall’incredibile invito a “ragionare sulla limitazione del numero di persone da sottoporre al 41 bis”. Il boss di Brancaccio non ha voluto rispondere alle domande dei giudici, restando in silenzio. Lo stesso silenzio dietro cui si sono trincerati la stragrande maggioranza dei politici saliti sul pretorio durante il dibattimento del processo che si celebra in corte d’Assise. Ora che è in corso la requisitoria dei pm ecco un nuovo segnale. Stavolta però, rivolto

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SPECIALE PANDORA TV, 19 LUGLIO 1992 - 2017 IN CHE STATO E' LA MAFIA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

(IN COLLABORAZIONE CON PANDORA TV ALLNEWS DI ROMA)

A 25 anni dalla bomba che uccise Paolo Borsellino insieme agli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, resta ancora senza volto chi, dietro Cosa nostra, volle e ordinò l'eliminazione del magistrato a soli 57 giorni dalla strage di Capaci. Ferite ancora aperte, che non potranno essere sanate fino a che non sarà data piena risposta a questi interrogativi irrisolti.

   

FALCONE, MANNOIA E L'APPUNTO SU BERLUSCONI, PARLA L'AUTORE DEI VERBALI

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

(IN COLLABORAZIONE CON LA TESTATA GIORNALISTICA ONLINE ANTIMAFIA DUEMILA ALL NEWS DI PALERMO).

 

di Aaron Pettinari

L’ex ispettore Ortolan: “Il pentito disse: Andate a vedere Berlusconi come ha fatto i soldi”


“Il pentito Francesco Marino Mannoia mi disse: Andate a vedere come ha fatto i primi soldi. Non aggiunse altro”. A raccontarlo è Maurizio Ortolan, ispettore in pensione della polizia, agente di scorta del pentito Mannoia e poi, nel 2006, componente della squadra che arrestò il boss Bernardo Provenzano. E’ un testimone oculare degli interrogatori che Giovanni Falcone tenne con il collaboratore di giustizia. Il giornalista di La Repubblica, Salvo Palazzolo, lo ha raggiunto dopo il ritrovamento da parte di uno dei più stretti collaboratori del magistrato, Giovanni Paparcuri, dell’appunto di un foglio di block notes all’interno dell’ufficio-museo al Tribunale di Palermo. Un documento in cui è scritto “Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni a Grado e anche a Vittorio Mangano“. Nomi che compariranno anche nell’inchiesta che ha portato alla condanna di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa.

Oggi Ortolan, che si era anche occupato della protezione di Mannoia e che scrisse diversi verbali degli interrogatori, racconta: “Fu il pentito Francesco Marino Mannoia a parlare di Berlusconi al dottore Falcone, che chiedeva di grosse estorsioni, di imprenditori che pagavano. Eravamo alla fine del 1989. Mi sembra di ricordare che quel giorno Mannoia faceva riferimento a soldi pagati da Berlusconi per proteggere i ripetitori tv in Sicilia. Il pentito parlò e il giudice prese un appunto su un foglio”.

Secondo il racconto del testimone quando Mannoia parlò del Cavaliere di Arcore Falcone chiese: “Di quello che lei mi sta raccontando c’è la possibilità di trovare il riscontro?" Mannoia si mise a ridere e commentò: “Dottore, Cosa nostra non è come un’assemblea di condominio, che per ogni cosa si fa un verbale. Falcone prese nota su un foglio, ma non verbalizzò”. Il poliziotto spiega anche il motivo di quell’azione: “Il giudice prendeva sempre appunti prima di dettare ciò che dovevo scrivere. Voleva essere sicuro che ogni dichiarazione del pentito si potesse provare attraverso i necessari riscontri che poi il nostro nucleo doveva cercare. Falcone era ossessionato dai riscontri, diceva: Altrimenti, fanno passare per matto me e pure il collaboratore”. Negli anni successivi il pentito non parlò più di Berlusconi, neanche quando testimoniò al processo Dell’Utri. E quelle parole stavano per essere dimenticate finché non è riemerso l’appunto tra i verbali degli interrogatori conservati al “bunkerino”.

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PROCESSO TRATTATIVA STATO-MAFIA

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(IN COLLABORAZIONE CON ANTIMAFIADUEMILA ALLNEWS)

 

TRATTATIVA, DI MATTEO: "CIANCIMINO TESTE PRIVILEGIATO. DICHIARAZIONI DA VIVISEZIONE".

“Suo contributo non è 'oro colato' ma neppure da cestinare pregiudizialmente”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
Massimo Ciancimino ha evidenti e molto gravi colpe, ma è stato un testimone importante, un teste privilegiato. Il suo contributo dichiarativo non deve essere esaltato o preso come 'oro colato'. Ugualmente non può essere pregiudizialmente cestinato buttando via il bambino insieme con l'acqua sporca ma va vivisezionato e valutato con approccio laico. Diverse sue dichiarazioni risultano riscontrate dalle parole di altri soggetti, collaboratori di giustizia e non”. Il sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, sceglie con attenzione le parole, durante il terzo giorno di udienza dedicato alla requisitoria del processo sulla trattativa tra Stato e mafia, in corso davanti alla Corte d'assise di Palermo, per affrontare la delicata questione del contributo offerto dal figlio dell'ex sindaco di Palermo. “Questo non è un processo imbastito sulle sole dichiarazioni di Ciancimino - ribadisce in aula il pm - ma ci sono diversi elementi di prova che riscontrano proprio quanto detto da quest'ultimo. Elementi di prova che fanno affermare con certezza che quella trattativa iniziò e si sviluppò in maniera significativa nel periodo tra la strage di Capaci e quella di via d'Amelio”.
Ribadendo il ruolo avuto dai carabinieri del Ros nell'avviamento di quel dialogo con Cosa nostra, Di Matteo evidenzia come nel corso della trattativa tra Stato e mafia “tra la strage di Capaci e la strage di via D'Amelio” il boss mafioso Totò Riina “venne sostituito da Bernardo Provenzano” perché ritenuto “più affidabile” e “più malleabile”.
“Nell'ultima parte della scorsa udienza ho ricordato e sottolineato come i primi a parlare, in termini espliciti, di una trattativa avviata con Vito Ciancimino, sono stati gli imputati Mario Mori e Giuseppe De Donno - spiega il pm Di Matteo

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TRATTATIVA, DI MATTEO: "CIANCIMINO TESTE PRIVILEGIATO. DICHIARAZIONI DA VIVISEZIONARE"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

“Suo contributo non è 'oro colato' ma neppure da cestinare pregiudizialmente”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
Massimo Ciancimino ha evidenti e molto gravi colpe, ma è stato un testimone importante, un teste privilegiato. Il suo contributo dichiarativo non deve essere esaltato o preso come 'oro colato'. Ugualmente non può essere pregiudizialmente cestinato buttando via il bambino insieme con l'acqua sporca ma va vivisezionato e valutato con approccio laico. Diverse sue dichiarazioni risultano riscontrate dalle parole di altri soggetti, collaboratori di giustizia e non”. Il sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, sceglie con attenzione le parole, durante il terzo giorno di udienza dedicato alla requisitoria del processo sulla trattativa tra Stato e mafia, in corso davanti alla Corte d'assise di Palermo, per affrontare la delicata questione del contributo offerto dal figlio dell'ex sindaco di Palermo. “Questo non è un processo imbastito sulle sole dichiarazioni di Ciancimino - ribadisce in aula il pm - ma ci sono diversi elementi di prova che riscontrano proprio quanto detto da quest'ultimo. Elementi di prova che fanno affermare con certezza che quella trattativa iniziò e si sviluppò in maniera significativa nel periodo tra la strage di Capaci e quella di via d'Amelio”.
Ribadendo il ruolo avuto dai carabinieri del Ros nell'avviamento di quel dialogo con Cosa nostra, Di Matteo evidenzia come nel corso della trattativa tra Stato e mafia “tra la strage di Capaci e la strage di via D'Amelio” il boss mafioso Totò Riina “venne sostituito da Bernardo Provenzano” perché ritenuto “più affidabile” e “più malleabile”.
“Nell'ultima parte della scorsa udienza ho ricordato e sottolineato come i primi a parlare, in termini espliciti, di una trattativa avviata con Vito Ciancimino, sono stati gli imputati Mario Mori e Giuseppe De Donno - spiega il pm Di Matteo - Nel

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FALCONE, MANNOIA E L'APPUNTO SU BERLUSCONI, PARLA L'AUTORE DEI VERBALI

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

(IN COLLABORAZIONE CON ANTIMAFIA DUEMILA ALLNEWS)

di Aaron Pettinari

L’ex ispettore Ortolan: “Il pentito disse: Andate a vedere Berlusconi come ha fatto i soldi”

“Il pentito Francesco Marino Mannoia mi disse: Andate a vedere come ha fatto i primi soldi. Non aggiunse altro”. A raccontarlo è Maurizio Ortolan, ispettore in pensione della polizia, agente di scorta del pentito Mannoia e poi, nel 2006, componente della squadra che arrestò il boss Bernardo Provenzano. E’ un testimone oculare degli interrogatori che Giovanni Falcone tenne con il collaboratore di giustizia. Il giornalista di La Repubblica, Salvo Palazzolo, lo ha raggiunto dopo il ritrovamento da parte di uno dei più stretti collaboratori del magistrato, Giovanni Paparcuri, dell’appunto di un foglio di block notes all’interno dell’ufficio-museo al Tribunale di Palermo. Un documento in cui è scritto “Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni a Grado e anche a Vittorio Mangano“. Nomi che compariranno anche nell’inchiesta che ha portato alla condanna di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa.

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PROCESSO 'NDRANGHETA STRAGISTA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

VILLANI: "SERVIZI DEVIATI POSSONO AVER A CHE FARE CON GLI AGGUATI AI CARABINIERI"

Il killer dei Carabinieri Fava e Garofalo: “Paolo Romeo e Giorgio De Stefano, sono i massoni 'ndranghetisti per eccellenza” 

di Francesca Mondin

Gli attentati ai carabinieri tra dicembre 1993 e febbraio 1994, in cui morirono i due agenti Fava e Garofalo, secondo quanto raccontato dal pentito Consolato Villani, sarebbero “stati voluti anche” da  “falsi rappresentanti dello Stato che fanno parte dei servizi segreti deviati e che hanno partecipato anche a livello organizzativo alle stragi in Sicilia” e che il suo superiore in grado Nino Lo Giudice gli aveva raccontato poter “avere a che fare anche con gli agguati ai carabinieri”. Lo ha raccontato stamane  il collaboratore di giustizia chiamato a testimoniare al processo 'Ndrangheta stragista in cui sono imputati Rocco Filippone, per gli inquirenti all’epoca dei fatti a capo del mandamento tirrenico della ’ndrangheta reggina ed il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, già all'ergastolo per le stragi del 1992-1993.

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PROCESSO TRATTATIVA: "DELL'UTRI OPZIONE POLITICA PER RIINA GIA' NEL 1992"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

(IN COLLABORAZIONE CON ANTIMAFIA DUEMILA ALLNEWS)

Mafia-appalti, “Sicilia Libera” e “Falange Armata”, prosegue la requisitoria dei pm
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
Il ruolo di Marcello Dell'Utri nella mediazione tra Cosa nostra e lo Stato “si proietta pienamente nel 1994 ma nasce già molto tempo prima. Proprio dopo l'omicidio di Salvo Lima”. Nel secondo giorno dedicato alla requisitoria del processo trattativa Stato-mafia, in corso all'aula bunker di Palermo, i pm evidenziano come il contatto con l'ex senatore sia nato tra la fine del 1991 e il primo semestre del 1992. “Dopo Lima - spiega il pm Roberto Tartaglia - cosa nostra cerca una interlocuzione con l'imputato Marcello Dell'Utri. Quest'ultimo è l'opzione politica individuata da Cosa nostra, da Riina in persona. E questo avviene con il classico metodo mafioso: l'avvertimento, le minacce, l'intimidazione, il contatto. Le intimidazioni sono gli incendi alle sedi Standa, a Catania, in seguito al quale si realizza il contatto 'Cosa nostra-Dell'Utri' per raggiungere il patto, poi il patto, e poi violenza e minaccia per mantenere il patto”.
Il pm fa particolare riferimento alla testimonianza del collaboratore di giustizia Giovanni Brusca il quale ha riferito di aver parlato con Riina nel marzo 1992, dopo la morte di Lima, e che il boss corleonese gli disse delle nuove opzioni politiche Vito Ciancimino, mi portarono pure sto Bossi, addirittura Marcello Dell’Utri”.

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OMICIDIO MEDINA, CONDANNATO IL MANDANTE VILMAR "NENECO" ACOSTA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

IN COLLABORAZIONE CON LA TESTATA ANTIMAFIA DUEMILA ONLINE  ALLNEWS

 

di Jean Georges Almendras
Il 19 dicembre sarà resa pubblica la pena; l'accusa ha chiesto 30 anni e la difesa la nullità del processo

Colpevole, questo il verdetto per Vilmar “Neneco” Acosta.
Colpevole di essere il mandante dell’assassinio del giornalista Pablo Medina. Un omicidio che comportò anche la morte della sua giovane assistente Antonia Almada.
Entrambi crivellati da colpi di arma da fuoco per mano di due sicari del clan Acosta nelle prime ore del pomeriggio del 16 ottobre 2014, lungo un’isolata strada rurale di Villa Igatimí, nel dipartimento di Canindeyú.
Due morti che scossero profondamente la società. Due omicidi che gettarono nel dolore due famiglie paraguaiane. Due omicidi che lasciarono allo scoperto la ripugnante rete di connivenza tra il narcotraffico ed un funzionario pubblico, del partito colorado, che all’epoca era niente meno che il sindaco di Ypejhú.
Tre anni e due mesi dopo il fatto di sangue che colpì il giornalismo paraguaiano, la Corte ha emesso il suo verdetto, in un aula del Palazzo di Giustizia.
Indossando una maglietta di colore azzurro, circondato dai suoi avvocati, sempre con quel suo sorriso ironico in volto, Vilmar “Neneco” Acosta ha ascoltato attentamente il verdetto.
Ramón Trinidad Zelaya, presidente del Tribunale ha dichiarato colpevole Vilmar Acosta “… di omicidio volontario in qualità di mandante”,

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PAPA FRANCESCO: "UMANITA' AL LIMITE DELL'AUTODISTRUZIONE"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

“Ho pianto con i Rohingya”

di AMDuemila

"Oggi con l'arsenale nucleare così sofisticato, rischiamo la distruzione dell'umanità. Con le armi nucleari non è lecito spingersi oltre. Siamo al limite. Il rischio è che l'umanità finisca". E’ preoccupato Papa Francesco rispetto al clima internazionale che si respira dopo le tensioni tra il presidente Trump e Kim Jong-un. Sul volo di ritorno dal viaggio in Myanmar e Bangladesh il Papa ha voluto rispondere ad alcune domande dei giornalisti senza esimersi dall’affrontare un tema tanto delicato: “Oggi siamo al limite, è la mia opinione convinta, della liceità di avere e usare le armi nucleari. Perché oggi con un arsenale nucleare così sofisticato si rischia la distruzione dell'umanità o almeno di gran parte di essa. È cambiato questo: la crescita dell'armamento nucleare, le armi sono capaci di distruggere le persone senza toccare le strutture. Da Papa mi faccio questa domanda: è lecito mantenere gli arsenali nucleari così come stanno o per salvare il creato e l'umanità non è forse necessario tornare indietro? Pensiamo a Hiroshima e Nagasaki, settant'anni fa. E pensiamo a ciò che succede quando dell'energia atomica non si riesce ad avere tutto il controllo. Pensate all'incidente in Ucraina. Per questo, tornando alle armi che servono per vincere distruggendo dico che siamo al limite della liceità".

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IN PRIMO PIANO: ATTENTATO A DI MATTEO, INDAGINE IN ARCHIVIO MA PROGETTO ANCORA ATTIVO

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

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di Giorgio Bongiovanni
Da una parte la conferma su un progetto di attentato “certamente operativo per gli uomini di Cosa nostra”. Dall’altra l’archiviazione dell’indagine, chiesta ed ottenuta dai pm di Caltanissetta (competenti per i procedimenti che coinvolgono i magistrati palermitani) a causa di elementi non ritenuti sufficienti per giungere ad un processo. E’ così che l’inchiesta sul progetto di morte nei confronti del sostituto procuratore nazionale antimafia Antonino Di Matteo viene conclusa. Nella richiesta di archiviazione, firmata dal Gip Antonia Leone che ha ritenuto “pienamente condivisibili” i contenuti, viene sancito come “deve ritenersi provata l’esistenza di un progetto criminoso teso all’eliminazione del dr. Di Matteo, magistrato da sempre impegnato sul fronte antimafia, da ultimo protagonista delle indagini sulla cosiddetta trattativa fra Stato e mafia ai tempi delle vicende stragiste dei primi anni Novanta". Inoltre gli inquirenti nisseni hanno anche espresso “un giudizio di sostanziale attendibilità” rispetto alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Vito Galatolo, ovvero il soggetto principale che ha ricostruito tutti i passaggi del piano di morte.
L’ex boss dell’Acquasanta, pentitosi nel novembre 2014, aveva parlato di un progetto di attentato, mai revocato, deliberato sin dalla fine del 2012. Interrogato dai pm aveva riferito di una richiesta inviata con una lettera da Matteo Messina Denaro letta in un summit ristretto a cui partecipò assieme al suo vice, Vincenzo Graziano, ed i capi mandamento di San Lorenzo e Porta Nuova, Girolamo Biondino e Alessandro D’Ambrogio. Inoltre aveva spiegato anche il motivo per cui il pm doveva essere ucciso: “si era spinto troppo oltre”.
Dichiarazioni che si aggiungevano a quelle espresse  in carcere durante le passeggiate in cortile dal Capo dei Capi, Totò Riina (oggi deceduto), in compagnia del

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TELEFRIULI HD - TG FVG

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

PRESENTAZIONE DEL LIBRO "QUEL TERRIBILE '92", DI AARON PETTINARI "GIORNALISTA SCRITTORE CAPOREDATTORE DELLA TESTATA ANTIMAFIA DUEMILA DI PALERMO" www.antimafiaduemila.com

   

MASSONERIA-MAFIA, PARLA L'EX GRAN MAESTRO GIULIANO DI BERNARDO

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

I rapporti svelati nell’intervista di Sandro Ruotolo

Intervista: http://www.antimafiaduemila.com/rubriche/giorgio-bongiovanni/67988-massoneria-mafia-parla-l-ex-gran-maestro-giuliano-di-bernardo.html


di Giorgio Bongiovanni - Video
Da quando il capomafia corleonese Totò Riina è morto portando con sé tanti “indicibili segreti” il nostro Paese sembra davvero aver fatto un salto indietro nel tempo. Si torna a discutere di abolizione dell’ergastolo ostativo, dell’inopportunità di sistemi detentivi come il 41 bis (il regime carcerario duro fortemente voluto da Giovanni Falcone e diventato legge dello Stato soltanto dopo la morte di Paolo Borsellino) e si torna a raccontare la storia di una mafia sconfitta o quasi. E’ anche il tempo in cui “presunti luminari” come Eugenio Scalfari, fondatore storico del quotidiano “La Repubblica”, anziché invocare un cambio di passo arrivano a definire “di sostanza” il populismo di Berlusconi dichiarando di preferire il Cavaliere di Arcore (pluri-indagato e già condannato in via definitiva a quattro anni, di cui tre condonati dall'indulto, per frode fiscale nel processo Mediaset) al candidato premier del Movimento Cinque Stelle, Di Maio. Ferma restando la libertà di opinione la sensazione è davvero quella di essere ripiombati nel “Medioevo”. Ed è sempre più evidente “l’oscurantismo” rispetto ad atroci verità che stanno emergendo e che contribuiscono a fornire nuovi elementi su quanto avvenuto nel corso della nostra storia. Fortunatamente non mancano le eccezioni con investigatori, magistrati, avvocati, politici, membri della società civile e giornalisti che cercano di “squarciare il velo di Maya”. Tra questi sicuramente il collega Sandro Ruotolo che su fanpage.it intervista Giuliano Di Bernardo, l’ex Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, al vertice dell’organismo massonico nel periodo che va dal 1990 al 1993.
Anni terribili nella nostra memoria in particolare proprio per quelle stragi che hanno terrorizzato il nostro Paese. Di Bernardo è uno dei testimoni che saranno sentiti dal pm di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, al processo sulla 'Ndrangheta Stragista, per la prima volta davanti ad una telecamera svela una serie di retroscena di quel periodo storico confermando che, nonostante il divieto dopo la legge Spadolini-Anselmi e dopo lo scandalo della P2 di Licio Gelli, in realtà sono state costituite logge coperte nel Grande Oriente d'Italia. Le sue dichiarazioni danno anche riscontro a quanto era emerso in altre indagini dei pm reggini ovvero che “non c’è soltanto infiltrazione della ‘Ndrangheta nelle logge, ma che addirittura la ‘Ndrangheta controlla le logge”. Rispondendo alle domande del collega aggiunge: “Massoneria e ‘Ndrangheta sono due organizzazioni che hanno alcuni aspetti in comune. Cioé laprocedura, la modalità di iniziazione. In Calabria la ‘Ndrangheta entra in tutte le massonerie, però in concreto, continuano ad avere questi incontri proprio per poter realizzare i progetti, che non sono più quelli dell’etica, i principi etici, universali, ma sono quelli delle organizzazioni criminali”. Infiltrazioni che, secondo quanto riferito dall’ex Gran Maestro, erano presenti anche sul fronte siciliano. Ciò significa che le nostre mafie già all’epoca era ben più che un gruppo di viddani o pecorari vestiti di coppola e lupara, ma aveva già raggiunto un livello ulteriore intrecciato con segmenti della politica, dell’imprenditoria, della finanza, dei servizi deviati. Un “universo” che nella massoneria trova il suo punto di contatto. Di fronte alle dichiarazioni di una figura come Di Bernardo cosa avranno da dire i “benpensanti oscurantisti”?

   

IN PRIMO PIANO, IMPORTANTE INIZIATIVA DEI LICEI POLIZIANI A MONTEPULCIANO (SIENA)

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Nel XXV anniversario delle stragi di mafia, i Licei Poliziani ospiteranno una prestigiosa tavola rotonda dedicata a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Pino Puglisi

Sabato 25 novembre alle ore 11.30 in Aula Magna

Siederanno al tavolo dei relatori il prof. Maurizio Artale (discepolo di Pino Puglisi) del Centro di accoglienza antimafia "Padrenostro" di Palermo e l'on. Presidente della Commissione antimafia della Camera Rosi Bindi.

 

   

SCARPINATO: "DOPO MORTE RIINA CAMBIA LA CUPOLA"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

di AMDuemila
Per il Pg di Palermo possibile rischio di nuove guerre

Dopo la morte di Riina "o ci sarà l'investitura di un nuovo capo, nella persona di Matteo Messina Denaro, che dovrebbe però avere un riconoscimento unanime come erede e allora potrebbe stabilire nuove regole, più moderne, per Cosa Nostra. O si aprirà una fase di transizione difficile, in cui alcuni personaggi emergenti potrebbero imporre la loro leadership con azioni violente. Oppure, ancora, potrebbe essere raggiunto un accordo tra i capi più prestigiosi che potrebbero ricostituire la Commissione, stabilendo nuove regole".
E’ questo il rischio paventato dal Procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, intervistato da Il Fatto Quotidiano sui futuri scenari all’interno di Cosa nostra dopo la morte del capomafia corleonese. Secondo il magistrato “la morte di un capo assoluto e carismatico come Totò Riina determina certamente un cambio

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