Venerdì, Ottobre 20, 2017
   
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VAJONT: QUANDO IL DESTINO SPOSO' IL SOGNO E LA MORTE

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

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(IN COLLABORAZIONE CON ANTIMAFIA DUEMILA)

di Luciano Armeli Iapichino
La storia del professore siciliano Vincenzo Gumina

Interviste a Gioacchino Bratti, Toni Sirena, Antonino Speziale

Questa storia giunge direttamente dagli archivi di quella memoria popolare gelosamente custodita nel cuore di chi ha vissuto nel periodo del secondo dopoguerra, testimone di un’Italia che “arrancava” nella pianificazione della ricostruzione.

Una storia in cui una qualche anomalia nell’ingranaggio che regola la sorte degli uomini ha unito dinanzi a Dio, alla Storia – quella con la “S” maiuscola – e per sempre, la speranza della realizzazione di un sogno alla morte. Uno sponsale sepolcrale nazionale.

Una storia in cui “uomini” delle Istituzioni sarebbero potuti essere processati con l’infamante accusa di “crimine contro l’umanità”.  

Una storia che inizia nelle pastoie della burocrazia; due lettere formali, due richieste, due progetti di quell’Italia post-bellica inizialmente diversi per forma e contenuto, “lontani” nel tempo e nello spazio, “fermi” nei cassetti di due rispettivi Ministeri, che finiranno per ricongiungersi con l’avallo del destino in uno dei giorni più funerei della Repubblica: il 9 ottobre del 1963.

 

La prima missiva – e facciamo qualche passo indietro – è “spedita” da un certo conte Volpi di Misurata il 22 giugno del 1940 ed è indirizzata al ministero dei Lavori Pubblici a Roma.

La seconda è spedita a cavallo tra la primavera e l’estate del 1963 ed è scritta per mano di un professore siciliano, Vincenzo Gumina, agli uffici scolastici della provincia di Belluno.

Due missive che, a distanza di due decenni l’una dall’altra, riceveranno dalla Storia medesima risposta.

La prima è in realtà spedita dalla SADE, la Società Adriatica di Elettricità, di cui il Volpe era stato fondatore, e mirava a ottenere l’autorizzazione governativa per la costruzione di un invaso alto 200 metri in cui sarebbero confluiti i deflussi del Piave e dei suoi affluenti a scopo idroelettrico: la cosiddetta Diga del Vajont.  Dopo una prima, forzata e “illecita” concessione del 1943, l’approvazione definitiva porterà la firma del Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, il 21 marzo del 1948 (fonte Tina Merlin, Sulla pelle viva, come si costruisce una catastrofe, Milano 1983).



La seconda è inviata da un giovane laureato in Scienze farmaceutiche di un piccolo comune della zona tirrenica del messinese, Brolo, che ha tanta voglia, dopo supplenze saltuarie, di ricevere un incarico annuale in una delle scuole del nord della penisola. Anche la provincia di Belluno, con richiesta formale inoltrata nel 1963, rientra tra quelle ambite. Lo stipendio di un docente del tempo si aggirava intorno alle sessantamila lire circa, uno stimolo più che incoraggiante per metter su famiglia.

Chi è Vincenzo Gumina? È il primogenito di una famiglia di piccoli commercianti d’agrumi che, nella precarietà esistenziale della Sicilia degli anni cinquanta, sorretta da contadini, pescatori, muli e tanta fatica, ha la fortuna, unitamente ai fratelli Enrico e Peppino, di affermarsi negli studi. Il padre, infatti, Don Giuseppe, riesce con il binomio sacrificio-duro lavoro a “spedire” i tre figli in collegio – cosa che per quei tempi era per molti un’utopia improponibile – riuscendo tirare su un magistrato, un medico e un professore. A differenza dei due fratelli dal carattere più riservato – Peppino, il medico, si affermerà in seguito negli Usa – Vincenzo è il più allegro, amante della vita, un elegantone che all’occorrenza, all’insaputa del padre regolarmente preoccupato per l’indole meno docile del figlio, scorrazza con la sua Guzzi lungo la litoranea che si affaccia dinanzi alle Eolie, Brolo, Gliaca, Gioiosa Marea, muovendo dal bar di Donna Rosa che è il luogo di ritrovo con gli amici in paese. Tra essi, Nino Speziale, è uno dei più cari. E una sera di settembre di quel 1963, Vincenzo e Nino, anch’egli insegnante, decidono di visionare la pellicola del maestro neorealista Roberto Rossellini, Roma città aperta, in programma al cinema di Gioiosa Marea, distante una decina di chilometri. La pioggia e un guasto alla moto non fermano l’entusiasmo dei giovani che, sotto un unico ombrello, raggiungono a piedi e in un’ora circa la loro destinazione. In quell’ultimo incontro, mesto anche per la visione del film, i due amici vivono le “angosce” e le attese di quanto il destino da lì a breve riserverà loro: Nino andrà a insegnare a Stromboli, Vincenzo riceverà il suo primo incarico annuale, come il suo cuore sperava, a Longarone, nel bellunese. Ha trentatré anni. I due non si rivedranno mai più!

La Storia, infatti, come accanita giocatrice di carte, aiutata dall’arroganza di chi, narcotizzato da fetidi business inconciliabili con imprese titaniche, sfida il limite umano, le leggi naturali e le imperscrutabili volontà della Trascendenza, cala il nefasto poker del Tristo Mietitore alla nazione confezionando una catastrofe di dimensioni bibliche: il disastro Vajont.

Una pagina tra le più scarnificanti del nostro paese, quasi duemila morti, la geografia di un’area montana stravolta per sempre, una vetta – il Toc - che si fa valle, le voci di allarme e paura mortificate dalle logiche del potere, un processo farsa e un protagonista tra i tanti che indosserà al meglio la maschera per eccellenza della meschinità umana, quella della vergogna, Giovanni Leone.



La giustizia delle vittime negata per sempre.

E tra esse quelle di Vincenzo Gumina, il professore che aveva sognato di diventare professore!

Giunto a Longarone appena in tempo per l’inizio delle lezioni fissato per il I ottobre, solo dopo qualche giorno, verrà anch’egli travolto dalle acque funeste del Vajont così come recita l’epigrafe della sua tomba nel piccolo comune siciliano.

Enrico – che dopo qualche anno andrà a recuperare anche la salma dell’altro fratello, Peppino, scomparso anch’egli prematuramente in America - insieme al padre parte alla ricerca del compianto che verrà “individuato” dopo qualche settimana in quella surreale colata di fango che ha cancellato, comprese alcune frazioni, i comuni di Erto, Casso e Longarone. Intanto anche la Sicilia, come tutte le regioni d’Italia, piange i morti del Vajont. In casa Gumina, inizialmente, la televisione rimane spenta affinché, fin quando sarà possibile, la madre di Vincenzo che pure sa della destinazione professionale del figlio, non venga anch’essa travolta dalla disperazione. Le notizie gli altri familiari le apprendono dalle tv dei vicini, in particolare degli Speziale.   

E il destino, forse nelle tragedie, tenta di salvare la “faccia” non potendo lavare la coscienza, compiendo un piccolo “miracolo”: l’amico Nino che intanto da Stromboli aveva saputo dell’immane tragedia nazionale attraverso la sua radiolina, rientra in treno a Brolo dopo qualche tempo senza avvisare la moglie. Le comunicazioni con le isole, in quel nefasto Sessanta, erano rare e attivate tramite un ponte radio con Messina: una signorina gestiva le comunicazioni facendo da tramite tra destinatari e riceventi. Giunto alla stazione di Brolo nel tardo pomeriggio di un giorno come tanti, Nino sente il tocco funereo delle campane: è ancora in tempo per dare l’ultimo saluto all’amico Vincenzo, compagno di avventura, di sogno e collega sfortunato di cui proprio in quell’ora vespertina di quell’autunno tetro si celebravano le esequie. Una “toppa” del destino che ha voluto “riunire” nella tragedia, sorretta dalle toccanti parole del direttore didattico di Sant’Angelo di Brolo, Prof. Zaccone, i due inseparabili compagni.



Così è finito Vincenzino ha raccontato il prof. Speziale in una lunga e interessante intervista. Così si è sbriciolato nella colata di fango di Longarone, dove lo spostamento d’aria ha persino strappato, oltre i vestiti, anche la pelle dei morti, e improvvisati cartelli cercavano, sin da subito, di restituire degnità ai luoghi laddove affiorava un mozzicone di muro o di pavimento – così Gioacchino Bratti, superstite e, saltuariamente, sindaco di Longarone dal ’75 al 2000, che raggiunto al telefono ha rammentato i momenti più drammatici di quella che di certo resterà la più indelebile delle sue notti marchiata negli occhi e nell’animo, e del post tragedia.

Abitavo nella parte alta del paese con i miei genitori, dove mi ero trasferito nel 1954, e quella sera preparavo uno degli ultimi esami all’università di letteratura francese. La fortuna è stata che eravamo fuori dal raggio d’azione dell’acqua. Ricordo, continua il professore, che le bare giunsero dalle falegnamerie di Treviso, Padova e Vicenza. Sulla diga si scherzava pure: “Andremo in barca fino a Venezia” si diceva ma forse non si percepì concretamente ciò che poi è successo, tanto che tutti quella sera andarono a dormire tranquilli. Longarone, prosegue Bratti nella lunga intervista rilasciatami qualche tempo fa, era un paese tranquillo che aveva la sua economia industriale già prima del disastro grazie all’insediamento di alcuni stabilimenti. Le difficoltà permanevano nelle frazioni. Dal punto di vista sociale, tutto si muoveva attorno alla figura del sindaco e del parroco e delle festività, tra le quali storica è quella della quarta domenica di luglio. Il peso della ricostruzione è gravato principalmente sui miei predecessori. Giovanni Leone? Una cosa vergognosa. E ancora: Chi ha perso un familiare nella tragedia continua a fare testimonianza. Oggi una parte delle nuove generazioni “vive” la memoria. Li chiamano “informatori del Vajont” e accompagnano anche i visitatori nei luoghi del disastro.



E a proposito di memoria, di questa triste pagina italiana ha lasciato ai posteri con i suoi scritti un dettagliato resoconto a difesa e in onore di tutti quegli esseri semplici che in questa vicenda sono stati umiliati dallo Stato e dalla Giustizia, Tina Merlin, la partigiana giornalista dell’Unità processata nel 1959 e poi assolta per i suoi articoli di denuncia sul pericolo che la costruzione dell’invaso del Vajont andava svelando anno dopo anno.

A completamento di questo “viaggio” nel tempo in memoria del Prof. Vincenzo Gumina, si riporta l’interessante conversazione avuta con un altro testimone “speciale” del caso Vajont, Toni Sirena, figlio di Tina, anch’egli giornalista.

Chiedo: un ricordo di Tina, un momento in particolare, un idillio quotidiano, un prezioso insegnamento, la sua determinazione, un aspetto del suo carattere, il suo rapporto con il Trascendente e con l’essere umano?
Più che un episodio particolare, io ricordo con piacere il rapporto strettissimo, direi fisico, che legava mia madre alla terra. Alla “sua” terra, intesa come terra di origine, ma anche alla terra come campagna, come natura. Il senso profondo delle sue origini contadine non l’aveva mai perso. E dunque terra come potenza creatrice, nutritrice, ma anche come radice prima di una cultura contadina-montanara, fatta di lavoro duro, spesso di sofferenza e povertà, ma anche di solidarietà e in grado di riscattarsi da un presunto destino di sottomissione, come la Resistenza aveva dimostrato. Forse qualcosa di “trascendente” c’era pure in tutto ciò, ovvero nella terra e nella natura, anche se lei, nata in una famiglia cattolica di contadini poveri, non aveva davvero alcun rapporto né con dio né con la chiesa, pur ritenendo che la fede (se sincera e non ipocrita) poteva essere una motivazione “rivoluzionaria”, di giustizia sociale.



Come ha traghettato, Tina, in termini di pace interiore (se è riuscita a farlo) la tragedia del Vajont nel corso della sua vita? Ha, nonostante la sua umile ma potente opera di denuncia, serbato qualche senso di colpa?
Ho sentito spesso dire da molti che chiunque aveva vissuto quella tragedia era rimasto contagiato per sempre dalla “malattia del Vajont”. Questo è vero per Tina Merlin, ma anche per Mario Fabbri, per i giornalisti che hanno scritto le cronache di quei giorni (da Mario Passi a Cibotto), tutti segnati per sempre dall’orrore e dall’ingiustizia di quella vicenda. Mia madre si è sempre fatta una colpa di non essere riuscita a convincere di quanto stava accadendo sul Vajont, di non aver fatto abbastanza per evitarlo. Lo ha anche scritto sull’Unità, nei giorni della tragedia. E negli anni successivi, quando sembrava che il Vajont fosse finito nell’ormai ingombro dimenticatoio delle vergogne e dei delitti nazionali, viveva con sofferenza questa rimozione politica, e spesso anche personale di molti. Questa è stata certamente la motivazione per scrivere “Sulla pelle viva”, libro che, peraltro, fece fatica a pubblicare. La “riscoperta” del Vajont avviene solo dopo, grazie a Marco Paolini e Rai3. Le avrebbe fatto piacere sapere che il Vajont sarebbe ritornato a reclamare il suo posto nella coscienza nazionale.

Le nuovi generazioni (e le valli) che ricordo hanno di Tina? Hanno ereditato la sua determinazione nel pretendere giustizia?
La “riscoperta” del Vajont è anche coincisa con la “riscoperta” di Tina Merlin. Credo che ora la sua figura sia oggi molto conosciuta soprattutto tra i giovani, non solo nella sua provincia di origine, Belluno, e nel Veneto. Al suo nome, fra l’altro, si sono intitolati vie, centri culturali, palazzi pubblici, biblioteche, locali scolastici. Sono state scritte molte tesi di laurea, ogni anno sul Vajont e su Tina Merlin vengono portati avanti ricerche e lavori nelle scuole. Sono usciti anche alcuni libri sulla vita di Tina Merlin (mi fa piacere ricordare almeno l’ultimo, “Quella del Vajont. Tina Merlin, una donna contro”, di Adriana Lotto, ed. Cierre). Molto attiva è l’Associazione culturale intitolata a lei. Penso che grazie a queste importanti attività, la figura di Tina Merlin sia diventata per molti un esempio di coraggio e tenacia nel denunciare i soprusi e rivendicare giustizia. L’importante è però evitare di farne un mito, di ridurla a una “giornalista d’assalto” in cerca di scoop, a un’eroina che si batte da sola contro tutti. O addirittura alla “Cassandra del Vajont” come qualcuno ogni tanto la definisce ancora. Odiava questa definizione: Cassandra è condannata dagli dei a vedere il futuro e a non essere creduta; ma nella vicenda del Vajont tutti sapevano e vedevano, e non c’era nessuna condanna degli dei ad un destino ineluttabile e inevitabile. Anche per questo la vicenda del Vajont è più complicata, più disperante e più grave.



Chi è Toni Sirena oggi? Cosa vede di diverso tra l’Italia di quel tempo e quella di oggi?
Sono un sessantenne che, dopo aver fatto il giornalista, non ha perso la curiosità per i fatti e per la gente che è alla base del mestiere di giornalista. Adesso però mi dedico a ricerche più approfondite, in qualche modo storiche. Attualmente, per esempio, mi sto dedicando a ricostruire la storia delle dighe e degli impianti idroelettrici della provincia di Belluno, soprattutto perché, ritengo, non si capisce davvero il Vajont se lo si isola come un episodio e non lo si inserisce nel contesto generale: che è un contesto di sfruttamento totale della montagna, di potentati economici e finanziari, di assenza di controlli, di complicità da parte dello Stato, di sistematica violazione delle leggi, oltre che dei diritti delle popolazioni. E su questo c’era, all’epoca, una dura battaglia da parte delle popolazioni, dei Comuni, di molte forze politiche (e non solo dei comunisti). Insomma, Tina Merlin non era sola. Il problema è: il Vajont ha insegnato qualcosa? Io penso che oggi i meccanismi, fatte le necessarie distinzioni, siano gli stessi.

Secondo Toni Sirena, c’è un’involuzione ancor più negativa nella tutela dello “Stato” oggi verso i suoi cittadini?
Quando dico che i meccanismi di fondo sono gli stessi, intendo dire che la lontananza dello Stato, anzi l’occupazione dello Stato da parte di interessi privati, non si è interrotta dopo il Vajont. Direi che si è aggravata, nel senso che, dopo la fine dei partiti di massa (che in qualche modo veicolavano un controllo, anche se spesso non garantivano automaticamente un risultato) è arrivata l’epoca degli affari personali e personalissimi, della corruzione diffusa, grande e piccola. E’ un problema enorme: etico, ma soprattutto politico, cioè del funzionamento della democrazia. Bisognerebbe rimettere al centro i territori, invece si continua ad andare nella direzione opposta, pensando che sia una semplificazione. Invece non esistono scorciatoie, almeno in democrazia. Faccio solo un esempio, ancora prendendo spunto dal Vajont: l’impianto del Vajont rispondeva ad un interesse nazionale? Se sì, l’interesse nazionale doveva avere un limite nella difesa del territorio e delle vite umane? Poteva l’interesse nazionale conciliarsi con l’interesse locale? Oppure l’interesse nazionale era anche un criminale paravento dietro il quale si nascondevano gli interessi di una società per azioni, di un gruppo economico-finanziario che si avvaleva di connivenze negli apparati dello Stato e di un sistema corruttivo? Mi sembrano questioni davvero molto attuali.



Una considerazione su Giovanni Leone.
Leone era all’epoca presidente del Consiglio e assicurò a Longarone: “Giustizia sarà fatta”. Poi al processo dell’Aquila l’avvocato Leone fu il capo del collegio di difesa dell’Enel, nel frattempo subentrato alla Sade. Un perfetto “esempio” di coerenza. Ma le cose andavano, e vanno ancora, così. Tra 1925 e 1928 Giuseppe Volpi, capo della Sade, fu ministro delle Finanze e come tale firmava, insieme al ministro dei Lavori pubblici (peraltro da sempre in stretti rapporti con Volpi) i decreti di concessione per l’uso di acque pubbliche alle società elettriche, tra le quali la “sua” Sade. Quanto ad oggi, i conflitti di interesse sono all’ordine del giorno. Non bisogna stancarsi di denunciarli, ma soprattutto di “costruire”, quotidianamente, la democrazia.

 

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