Giovedì, Ottobre 19, 2017
   
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23 MAGGIO, GIOVANNI FALCONE E BERTOLT BRECHT

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

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di Saverio Lodato
Giugno, che viene dopo maggio, sarà il mese in cui nessuno parlerà più di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani. La grande saga in cui si piangono i Santi, gli Eroi, i Martiri dell'Antimafia, per il momento, è sospesa. Se ne riparlerà nel maggio successivo, nel 2018, anche se trattandosi di Anniversario N. 26 sarà tutto in tono un po' minore. Anniversario N. 50 - al momento lontanino, si capisce - sarà il più grandioso mai celebrato sino ad allora. Gli anniversari, come gli Antichi Dei - si sa - sono capricciosi e pretendono loro di decidere quando si sentono in gran spolvero. Agli uomini tocca assecondarli. Non se ne esce.
Ciò premesso, fra un altro quarto di secolo, con altissima probabilità, il panorama politico, istituzionale e televisivo italiano sarà cambiato. In meglio, in peggio, nessuno oggi può dirlo. Ma di sicuro quelli che ci saranno non dimenticheranno la strage di Capaci, e anche quella di via d’Amelio. E sarà un bene.
Ci sarà ancora la Mafia?
A occhio e croce diremmo di sì, anche se vorremmo cominciare sin da subito a essere smentiti. Ma queste sono opinioni, magari la mafia non ci sarà più.
Qualche settimana fa, in vista del venticinquesimo, avevo scritto qui "Perché il 23 maggio non andrò all'anniversario di Capaci". E non mi sono ricreduto per quella scelta.


Torno a parlarne, però, visto che diverse persone, anche qualche amico di cui mi fido, essendo andati a Palermo, sono rimasti favorevolmente colpiti dalla presenza di migliaia di giovani alle iniziative indette proprio per ricordare la mattanza di Capaci. E mi è stato chiesto perché mai avevo così tanto ecceduto in "pessimismo". Quasi che quelle migliaia di giovani e giovanissimi che festosamente hanno invaso le vie di una città finalmente rinata, suonassero con il loro deciso "no alla mafia", come la smentita vivente di un "pessimismo" che impedisce ad altri di andare avanti.
Anch'io sono felicissimo per quanto è accaduto. Ci mancherebbe.
E ora, sperando d'aver fugato l'etichetta del "pessimista", vorrei cercare di spiegare un po' meglio quale molla mi spinse a scrivere quell'articolo.
Bertolt Brecht ci ha lasciato alcune pagine delle sue "Storie da calendario" in cui racconta quanto accadde nel paese inglese in cui morì il grande filosofo Francesco Bacone. Brecht racconta il funerale immenso che rese omaggio al pensatore, già noto a quei tempi, per i suoi studi d'avanguardia anche sul congelamento di corpi ormai senza vita. Quel giorno, mentre la folla procedeva tutta nella stessa direzione al seguito del feretro, si vide solo un giovane ragazzo, che sino al giorno prima di Bacone era stato l'assistente, correre in direzione opposta alla folla, verso il laboratorio dove quei primi esperimenti si tentavano. Le cronache dicono - racconta Brecht - che il giovane tenesse in mano i resti di un pollo appena morto per andare a verificare le intuizioni del maestro.
Chi onorò al meglio la memoria di Bacone: la folla che partecipò alle esequie o quel giovane che sin dal primo momento tenne in vita la lezione del Maestro?
Questa metafora ha il pregio di essere chiarissima.
Giovanni Falcone che ebbe il merito storico di porre finalmente le basi, oseremmo dire "scientifiche", di una lotta alla mafia finalmente duratura, e che prima non c'era mai stata, era giunto alla conclusione che si fosse a un passo dall'Addio a Cosa Nostra. Ed esplicitò il concetto osservando che anche la mafia, come tutte le cose della vita, aveva avuto un suo inizio, un suo svolgimento, e avrebbe avuto una sua fine.
Falcone credette di poter toccare da vivo quel traguardo. Ma si sbagliò, a giudicare dal fatto che un quarto di secolo dopo, solo un pugno di imbecilli in mala fede ritengono che la mafia abbia perso e non ci sia più. Concludendo.
Ci piacerebbe che le massime istituzioni dello Stato utilizzassero anniversari e cerimonie per dire con parole chiare cosa impedì alla previsione di Falcone di avverarsi, in primis lo strettissimo rapporto proprio fra lo Stato e la Mafia.
Che si comportassero, insomma, come quel giovane assistente di Bacone che non volle imbalsamare il suo maestro, ma scelse di tenerne viva la lezione.
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