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Antimafia Duemila & Terzo Millennio

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Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino. Gli studenti di Oristano

tra memoria e sete di verità

di Caterina Cossu

 

 

Il giornalista Lorenzo Baldo parla con la voce ferma ai ragazzi del Liceo Classico De Castro di Oristano. «È stato molto difficile per me reggere l'emozione del racconto di chi aveva conosciuto Paolo Borsellino, come la fotografa Letizia Battaglia, che negli anni ’80 documentava la mattanza. Fu lei a raccontarmi che nella sua ultima conferenza stampa alla Biblioteca comunale era palpabile che sarebbe stato il prossimo a morire. Come è stato difficile vedere piangere Leonardo Guarnotta, oggi presidente del Tribunale di Palermo ma allora con Borsellino nel pool antimafia che fondò Antonino Caponnetto». Gli studenti lo ricambieranno alla fine con un

 applauso interminabile. Gente di Sardegna, che non ha vissuto il coprifuoco e i cadaveri crivellati nelle strade. Ragazzi che erano poco più che bambini quando trovarono il corpo di Borsellino dilaniato in pezzi disseminati per via D’Amelio, il 19 luglio del 1992. Ma giovani che oggi, insieme agli adulti, hanno «un debito morale nei confronti di questi martiri che sono morti per dare vita al loro sogno, la verità».

 

 

L’occasione è quella di presentare il suo nuovo libro, scritto a quattro mani con Giorgio Bongiovanni, “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino”, edito da Alberti e la cui prefazione è stata scritta dal magistrato Antonio Ingroia. Ma è un momento per portare indietro il tempo a quegli ultimi 57 giorni di vita di Paolo Borsellino: «Giorni in cui era talmente turbato che una sera portò la moglie senza scorta alla sua casa al mare per condividere con lei una piccola parte delle sue angosce – racconta Baldo – giorni nei quali ripeteva di “vedere la mafia in diretta” e di avere capito tutto della strage di Capaci». E quel 19 luglio 1992, mentre si preparava per andare in via D'Amelio, così come raccontano i familiari «era sereno, trasmetteva una pace interiore che può essere riassunta solo con una parola: amore. Per la sua famiglia, per la giustizia e per la verità». Il libro è diviso in due parti, la prima emozionale dove si entra a contatto con l’uomo, religioso e integerrimo. L’altra più tecnica, dove si possono approfondire le dinamiche e i fatti che determinarono la condanna a morte di Borsellino. «L’accelerazione è la chiave per capire che la strage di via D’Amelio è anomala rispetto a tutte le stragi di mafia – spiega Baldo – e fu anche un’intervista all’emittente francese Canal Plus, nella quale il giudice lasciava intravedere che c'erano nuove indagini su mafiosi in contatto con futuri esponenti politici, che possibilmente accelerò la strage di via D'Amelio. Anni dopo quell'intervista verrà acquisita al processo contro il senatore Marcello dell'Utri e i giudici scriveranno che quelle stesse dichiarazioni potrebbero aver contribuito ad accelerare la sua morte».

A distanza di quasi vent’anni, siamo andati ben oltre la trattativa tra Stato e mafia e ormai è palese la loro commistione. Dall’altro lato, si riconoscono falsi e veri pentiti, su cui la magistratura sta facendo luce, fortunatamente prolificano associazioni antimafia come Addiopizzo o il movimento delle Agende rosse di Salvatore Borsellino: «Dobbiamo fare in modo che le idee di Falcone e Borsellino camminino sulle nostre gambe – conclude Baldo – uniamoci, organizziamoci, informiamoci e studiamo la nostra storia recente, comportiamoci tutti i giorni da cittadini onesti, per far risorgere il nostro Paese dalle macerie di questi tempi oscuri».

 

26 febbraio 2011

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