Lunedì, Dicembre 11, 2017
   
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"ATTILIO MANCA E' VIVO!"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

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di Maria Marzullo
Attilio Manca è vivo. È vivo nella memoria di chi ancora, a distanza di 12 anni dal suo inscenato suicidio, cerca la Verità e insegue la Giustizia. Attilio è vivo nei ricordi della sua famiglia, dei suoi colleghi di lavoro e in quanti (pochi, troppo pochi) cercano la Verità sulla sua morte. Perché non basta che qualcuno racconti con convinzione che Attilio fosse un tossicodipendente; perché non basta iniettargli dosi di eroina in un braccio sbagliato ed una combinazione di alcolici e DIAZEPAM per affermare che si tratti di suicidio. A ricostruire i tasselli di una vicenda sulla quale il nostro Paese parrebbe avviarsi ad un’archiviazione piuttosto che ad un’indagine è il giornalista Lorenzo Baldo, vice direttore della rivista AntimafiaDuemila che nel suo ultimo libro “La mafia ordina suicidate Attilio Manca” (Imprimatur edizioni con prefazione di don Luigi Ciotti), pone l’attenzione su uno dei casi irrisolti della storia nera di questo paese. All’incontro di presentazione promosso dall’Associazione Culturale “Il Sicomoro” e svoltosi nell’ Auditorium della Regione Friuli Venezia Giulia di Pordenone sabato 12 novembre sono in molti a voler conoscere la storia di Attilio Manca. Con l’autore intervengono Gianluca Manca (fratello di Attilio), Giorgio Bongiovanni e Anna Petrozzi rispettivamente direttore e capo redattore della rivista AntimafiaDuemila. Ad introdurre la tragica storia del giovane urologo

siciliano è un breve video inchiesta realizzato per la TV RAI dai giornalisti Giuseppe Lo Bianco e Silvia Bellotti. È la raccolta delle testimonianze di chi Attilio lo ha conosciuto come figlio, come fratello, come collega, come amico. Quello che emerge dalle affermazioni è un quadro totalmente differente dalla descrizione di un tossicodipendente. Eppure il referto dell’autopsia non ha dubbi: Attilio Manca è morto suicida per overdose nella sua casa di Viterbo nella notte tra l’11 e il 12 febbraio 2004. Ma le prove a carico non convincono; troppi gli aspetti e le evidenze che le rendono discutibili. Attilio era mancino. Perché i buchi lasciati dalle siringhe sono stati trovati sullo stesso braccio sinistro? Come avrebbe fatto a procurarseli se non usava mai la mano destra? Come mai non si è rilevata alcuna traccia di impronte sui tappi salva aghi e sui copri stantuffi delle siringhe utilizzate? E se anche avesse utilizzato dei guanti, perché non è stata ritrovata alcuna traccia? Attilio Manca è riuscito a suicidarsi senza lasciare impronte. Cosa dire dei lividi sul corpo, delle pressioni sui polsi e sulle caviglie, del naso fratturato? Quei segni erano evidenti sul corpo del fratello ed è toccato a Gianluca Manca riconoscerlo, così come racconta, ancora provato, nel corso della presentazione. Attilio Manca, originario di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) è un brillante e promettente urologo, specializzato in laparoscopia, dell’ospedale Belcolle di Viterbo. La madre, Angela, riceve l’ultima telefonata di suo figlio la mattina dell’11 febbraio 2004. Ne è certa. È una telefonata dallo strano contenuto. Attilio chiede a sua madre di controllare la motocicletta in garage perché dovrà essere pronta per agosto. Sua madre è certa di quella telefonata, ricorda benissimo l’ora e il giorno, eppure si dubita che quella telefonata sia davvero avvenuta. I tabulati telefonici non ne rilevano traccia. L’attendibilità dell’esistenza di quella telefonata è messa in dubbio; la madre è affranta e addolorata dalla perdita del figlio, potrebbe aver confuso i giorni…

 

 

Eppure il caso di Attilio Manca entra nelle aule di un Tribunale e, sorprendentemente per un suicidio, a parlare sono i collaboratori di giustizia Stefano Lo Verso e Carmelo D’Amico. Il primo, vicino al boss Bernardo Provenzano nel suo ultimo periodo di latitanza, in occasione del processo Borsellino quater dichiara di essere disposto a fornire chiarimenti sul caso Manca, l’altro afferma che a “suicidare” Attilio sarebbe stato un ordine pervenuto da un accordo tra i servizi segreti e la mafia. È l’ottobre 2003 e il boss latitante Bernardo Provenzano è ricoverato nella clinica di Marsiglia. Verrà sottoposto ad un intervento alla prostata. L’urologo Attilio Manca potrebbe aver assistito all’intervento o potrebbe averlo visitato prima o dopo. In quegli stessi giorni Attilio risulta operante nel registro presenze dell’ospedale Belcolle di Viterbo. È il Capo della Squadra Mobile di Viterbo, Salvatore Gava, ad affermarlo. Peccato però che l’inchiesta giornalistica condotta dalla trasmissione “Chi l’ha visto?” affermi che quei registri siano stati falsificati e che Attilio in realtà, all’ospedale Belcolle in quei giorni, era assente. Dov’era in quei giorni? Perché non si è voluto indagare attraverso i tabulati telefonici? Ancora domande senza risposte. Senza indagini. E allora, affinchè, platealmente, si conclami un suicidio tornano utili: un gruppo di “amici” di Barcellona Pozzo di Gotto che racconti di un Attilio tossicodipendente capace di alternare momenti di genialità ad altri di estrema dipendenza dalla droga e qualcuno, un ex tossico, che venga ritenuto colpevole di cessione di eroina. C’è il gruppo di amici e c’è un’indagata: Monica Mileti. Il caso è chiuso: ci sono i testimoni e c’è il capro espiatorio. Siamo vicini alla prescrizione del caso, prosegue Lorenzo Baldo, e questo basta a chiudere una vicenda nella quale però le tracce ritrovate non corrispondono alla verità che si vuole affermare. “Attilio non si bucava, Attilio frequentava le terme e nessuno aveva mai rilevato buchi nelle braccia”. È Gianluca Manca che descrive suo fratello, un amico ineguagliabile, intelligente, pieno di vita e spensierato, ben distante dall’idea di un suicidio. “Chi vuole suicidarsi non ha progetti. Mio fratello li aveva, voleva acquistare una casa negli ultimi mesi”, afferma Gianluca, una delle voci della famiglia Manca che insieme alla madre Angela, cerca di dare dignità ad una verità e un dolore che è doppio nella sua tragedia umana e nella sua assenza di civiltà sociale. E se le istituzioni continuano a fornire risposte in linea con la tesi del suicidio, a tracciare un quadro di lettura diverso sulla vicenda è il direttore di AntimafiaDuemila Giorgio Bongiovanni che alle domande della giornalista Anna Petrozzi, risponde ritenendo che per Attilio Manca si è trattato di un omicidio volontario non operato da Cosa Nostra in quanto la metodologia adottata non rientra nella casistica degli omicidi operati dalla mafia siciliana. Cosa Nostra non poteva avere interesse ad uccidere Attilio solo perché il brillante medico urologo probabilmente aveva riconosciuto il latitante Bernardo Provenzano. Qualsiasi dichiarazione di denuncia e testimonianza al riguardo, non avrebbe cambiato le cose. Bernardo Provenzano era latitante e continuava ad esserlo. L’ipotesi più credibile è che a preoccupare l’organizzazione criminale sarebbe stata, invece, una possibile e plausibile testimonianza di Attilio relativa al fatto di aver riconosciuto, nella cerchia di Provenzano, una rete di protezione costituita da apparati dello Stato. Attilio lo avrebbe detto, non poteva essere corrotto, avrebbe parlato. Questo era il pericoloso problema che si prospettava all’orizzonte. Per questo andava eliminato. E per quanto riguarda gli evidenti errori compiuti nell’inscenato suicidio, continua Bongiovanni, non se ne sono preoccupati. Qualcuno gli avrebbe protetti. Se Attilio negli ultimi mesi della sua vita appariva particolarmente preoccupato, come ricordano gli amici e i colleghi, era perché probabilmente aveva visto dei volti noti non mafiosi che accerchiavano Provenzano. Cosa Nostra sapeva già da quegli anni che c’erano e ci sarebbero stati dei magistrati in Sicilia, impegnati ad indagare sulla trattativa Stato-Mafia. Attilio sarebbe potuto diventare un testimone altamente attendibile vista la sua riconosciuta professionalità. Una tesi di suicidio che non regge, l’ombra di Cosa Nostra che s’intreccia ad indagini limitate e per nulla convincenti. Uno Stato, il nostro, che arresta la Verità e continua ad alimentarsi di ombre. Tutto torna. La trattativa Stato-mafia, tristemente, va avanti.

 

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