Giovedì, Novembre 15, 2018
   
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Antimafia Duemila & Terzo Millennio

DI MATTEO: "IN QUESTO PAESE UNA VOGLIA INSANA DI ARCHIVIARE PER SEMPRE VERITA' SU STRAGI E TRATTATIVA"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

Presentato a Roma "Il Patto Sporco" scritto con Saverio Lodato
di Aaron Pettinari - Video e Fotogallery
"La sentenza del processo sulla trattativa Stato-mafia si interseca in maniera fondamentale con le stragi del 1992-1993 e da qui dovrebbe ripartire lo slancio per comporre il percorso di verità sulle stragi. Mai siamo stati così vicini alla possibilità di completare quel percorso di verità, individuando una responsabilità al di fuori di Cosa nostra. Mancano alcuni passi ma devono essere fatti in maniera corale, senza lasciare il compito a pochi magistrati isolati. Serve intelligenza e determinazione in sede giudiziaria, politica ed istituzionale. Il grande silenzio dopo la sentenza e l'assenza, allo stato, di segnali precisi nel senso di un rinnovato slancio nella ricerca di verità mi fanno pensare che questo Paese ha ancora una voglia insana di archiviare per sempre quella pagina buia del suo recente passato, come se bastassero queste verità acquisite che sono importanti ma che, ne sono convinto, sono anche parziali". Scandisce ogni parola, il sostituto Procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, durante il suo intervento alla libreria Ibis+Libraccio di Roma, per la presentazione del libro scritto con Saverio Lodato, "Il Patto Sporco" (ed. Chiarelettere). In tanti erano presenti per ascoltare le parole del magistrato che assieme ai pm Francesco Del Bene, Vittorio Teresi e Roberto Tartaglia ha condotto l'accusa nel processo di Palermo, giunto lo scorso 20 aprile a sentenza. Una sentenza in qualche maniera storica, come hanno ribadito tutti i relatori (oltre agli autori sono intervenuti il direttore de "Il Fatto Quotidiano", Marco Travaglio, e l'attore e regista Pierfrancesco Diliberto, anche noto come Pif), non solo per le condanne che sono state emesse nei confronti degli imputati mafiosi, dei politici e dei rappresentanti delle istituzioni ma proprio per la visione di insieme che viene offerta in cinquemila pagine di motivazioni di sentenza. "Il Patto Sporco" non solo mette in fila le vicende del processo ma allarga l'orizzonte per offrire quella che Saverio Lodato chiama "una visuale dall'alto che sappia anche guardare al passato remoto". Un libro in cui vengono descritti i fatti e le sensazioni avute in cinque anni di dibattimento. Anni difficili, fatti di attacchi gratuiti, indecenti e gravi come il Conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale contro la Procura di Palermo. Un caso senza precedenti. Con le letture di alcuni stralci del libro Carmelo Galati e Lunetta Savino sono riusciti immediatamente a proiettare i presenti in un altro luogo come se fossero spettatori di quello scambio di pensieri e considerazioni che vedeva di fronte un giornalista (Saverio Lodato) ed un magistrato (Antonino Di Matteo) che per anni si sono occupati di mafia, stragi ed omicidi eccellenti.



Pif: "Perché negare sempre?"
Di fatto è stato Pif ad introdurre il tema della serata, con domande semplici di chi vuole capire e comprendere. "Leggendo questo libro si scoprono una serie di cose - ha detto il regista de la "Mafia uccide d'estate" - Ho sempre la sensazione che se si guardano i singoli casi, i fatti di magia, gli omicidi di mafia, la politica, non capisci. Manca sempre una prova. Poi se guardi tutto dall'alto, partendo dalla seconda guerra mondiale fino ad arrivare ai giorni nostri, trovi una linea logica e tutto sembra più chiaro. Allora capisci che non c'è solo la mafia. Ci sono gli incastri con storici politici che hanno permesso di arrivare fin qui". "La domanda che mi sono sempre fatto è perché si nega sempre, anche di fronte all'evidenza di una sentenza? - ha proseguito - In questo processo si certifica che vi è stata una trattativa ma già prima proprio le persone che erano inizialmente solo sospettate avevano ammesso di aver trattato con la mafia, parlando degli incontri con Ciancimino. E allora perché si è negato per tanto tempo?". Pif ha poi voluto sottolineare "il coraggio di quei magistrati che si sono scontrati con il potere, quello vero. Non parlo dei poteri forti, ma del potere reale. Il coraggio di certi magistrati di interrogare anche ex Presidenti della Repubblica, mettendosi contro tutti. Un aspetto che dovremmo ricordare più spesso".

Travaglio: "Si è aperto il mar Rosso. È questo il tempo per conoscere i pezzi mancanti della storia"

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OUR VOICE PRESENTA "LIMBO" AL PROGRAMMA TV "SALTA AL DIA"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

di Our Voice - Video
Si è realizzata ieri, 13 novembre, l'intervista del programma tv "Salta al dia" a Sonia Tabita Bongiovanni e Leandro Gomez (rispettivamente Fondatrice del Movimento Culturale Internazionale Our Voice e responsabile del gruppo Our Voice della città di Salta, Argentina). Un intervista dove i due ragazzi hanno spiegato nel dettaglio il nuovissimo spettacolo teatrale, interpretato da 33 giovani di Our Voice provenienti dall’Italia, dall’Argentina e dall’Uruguay.
Lo show, intitolato "Limbo", si svolgerà a Salta (Argentina) quest'oggi, mercoledì 14 novembre alle ore 21, presso “El Teatriño”, in Via Aniceto Latorre 1211.
L'ingresso allo spettacolo sarà gratuito.
Si richiederà, inoltre, un alimento a lunga scadenza in beneficienza alla “Fundación los Niños de San Juan”.Tratto da: ourvoice.it

 

ESTERI: CAMBIAMENTI D'UMORE IN EUROPA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

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 DI

MARGHERITA FURLAN

 

Mentre a Parigi i grandi d'Occidente e il presidente russo, Vladimir Putin, pur divisi da conclamate tensioni, celebravano la fine della prima guerra mondiale, domenica 11 novembre a Varsavia, prospera capitale della sesta economia dell'Unione europea, si commemorava il centesimo anniversario dall’indipendenza della Polonia da Austria-Ungheria, Prussia e Russia.

Di fatto però la festa si è trasformata in una giornata di forte tensione e strane anomalie. Lungo le strade di Varsavia, infatti, le più alte cariche dello Stato hanno sfilato a pochi metri di distanza da centinaia di bandiere di tre movimenti della destra radicale e neofascista, che dal 2010 marciano nel pieno centro di Varsavia in occasione dell'11 novembre.

Nata come forma di protesta e prova di forza da parte di poche migliaia di nazionalisti, organizzata da Movimento Nazionale (Rn), Campo Radicale Nazionale (Onr) e Gioventù di tutta la Polonia (Mw), dal 2015 in poi alla Marsz Niepodległości (Marcia dell’Indipendenza) la partecipazione è cresciuta e si è allargata fino a raggiungere, quest’anno, circa 200mila persone. Tra chi ha sfilato domenica scorsa, con bandiere di movimenti della destra radicale e croci uncinate, c'erano famiglie, giovani coppie, suore e persino operai dei cantieri navali di Danzica, oltre a esponenti di movimenti dell'estrema destra europea. Folta e visibile le rappresentanza italiana di Forza Nuova, dell'ungherese Jobbik e del Partito Popolare Nostra Slovacchia. Presenti anche movimenti neofascisti spagnoli, francesi e svedesi. La Curia polacca, invece, per la prima volta, si è rifiutata di aprire i tradizionali festeggiamenti con la rituale messa per la Patria davanti alla sede del Parlamento. Un diniego che però non ha scoraggiato la componente ultra cattolica dei manifestanti che, tra striscioni anti-abortisti, ha celebrato una preghiera conclusiva dal palco accanto allo stadio nazionale.

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L'ATTENTATO: PEZZI DI VERITA' PER SCONFIGGERE "LABESTIA"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

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pizzolungo da repubblica

 

Frammenti (ricomposti) di una storia occultata nel nuovo libro di Carlo Palermo
di Lorenzo Baldo - Prima parte
Tutto collegato. E’ questa la chiave di interpretazione che attraversa le oltre 400 pagine del libro “La Bestia - Dai misteri d’Italia ai poteri massonici che dirigono il nuovo ordine mondiale”. E sono proprio i collegamenti - noti o sconosciuti - tra fatti e circostanze, nazionali e internazionali, ad emergere prepotentemente nella ricostruzione dell’ex pm Carlo Palermo, autore del libro edito da Sperling & Kupfer. Sopravvissuto alla strage di Pizzolungo del 1985, nella quale morirono Barbara Rizzo, 30 anni e i suoi due gemellini Salvatore e Giuseppe Asta, 6 anni, Carlo Palermo porta sempre con sé il dolore, la rabbia e il senso di impotenza per non avere ancora ottenuto tutta la verità su quello Stato che ha armato la mano di Cosa Nostra per cercare di eliminarlo. Ma è soprattutto la sua spasmodica, disperata e non ancora conclusa ricerca di quella verità - che fa molta paura alla nostra Repubblica - a gridare forte nelle parole che si susseguono nervose sulla carta. Parole che confermano la tesi iniziale: è tutto collegato. Non si può comprendere chi - in Italia o dall’Atlantico - muove i burattini che compiono le stragi nel nostro Paese se non si collegano i pezzi di tante storie segnate dal sangue di innocenti. la bestiaUomini, donne, bambini accomunati dallo stesso destino: uccisi per una ragione di Stato, o per quel “Lodo Moro”, di cui tanto si parla nel libro, al punto da citare le stesse parole di un profondo conoscitore dell’argomento come l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga.
L’ex giudice Palermo è un fiume in piena: nomi, numeri, date, riferimenti documentali, testimonianze dirette e indirette, e poi ancora collegamenti con inchieste archiviate, finite su binari morti e soprattutto ostacolate, tolte dalle loro sedi naturali per essere smembrate altrove con il timbro di giudici compiacenti. “La Cassazione aveva stabilito il trasferimento a Venezia di tutti i processi da me istruiti. In quei cinque anni (dal 1980 al 1984, ndr) mi ero scontrato con la mafia turca, quella siciliana, la ’ndrangheta, i trafficanti di droga e di armamenti, i servizi segreti, la massoneria e certi politici. Con il diktat proveniente da Roma, le mie carte avevano preso la strada di Venezia e io avevo chiesto di essere assegnato alla Procura di Trapani”. Il primo flashback racchiude in sé tutta la tragedia che si sta consumando. E’ la fine del 1984, mancano pochi mesi alla strage di Pizzolungo.L’arabo degli abissi
La ricerca di Carlo Palermo parte dall’esame testimoniale, a Washington, del giudice Charles Rose, nelle indagini sulla strage di Capaci. L’ex pm racconta di questo magistrato degli Stati Uniti che era stato in contatto con Giovanni Falcone quando si trovava a Palermo e poi quando era a Roma a dirigere l’ufficio affari penali al ministero di Grazia e giustizia. “Rose viene interrogato nel novembre del 1993 da tre nostri magistrati che indagano sulla strage. Cercano di verificare a quando risalga l’ultima visita di Falcone negli Stati Uniti”. “Noto (nell’atto di citazione, ndr) il nome di un arabo a cui nessuno ha mai prestato attenzione (Khalid Duhham al-Jawary, ndr). Possibile che negli aspetti rimasti oscuri in quella strage, mi domando, sia esistita anche una sconosciuta componente terroristica?”. L’ex pm di Trento si domanda se l’arabo preteso nel 1991 dagli americani “fosse uno di quelli protetti con quei vecchi patti, poi denominati "Lodo Moro" con una terminologia, tuttavia, non del tutto corretta, in quanto costituirono espressione di volontà di interi nostri governi e non solo del politico democristiano sequestrato dalle Brigate rosse nel 1978”. Seguendo la ricostruzione emerge che il terrorista estradato da Falcone “risulta di parte palestinese; anzi appare stretto sodale dei due più terribili terroristi dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) di quell’epoca: Salah Khalaf alias Abu Ayad, capo dei servizi di sicurezza di Arafat, e Abu al-Hol, capo della famosa Forza 17, il piccolo esercito clandestino dell’OLP incaricato anche dei suoi lavori sporchi”. “Come mai quest’arabo, legato a simili tradizionali "amici" dell’Italia, non venne protetto nel nostro Paese e fu invece consegnato agli americani in un accurato silenzio?”. E’ lo stesso Palermo a fornire una possibile chiave di lettura. La pretesa degli americani di ottenere l’estradizione del terrorista arabo “sembra quindi diretta a colpire e porre fine a quei segreti patti stipulati fra l’Italia e i palestinesi mai approvati dagli Stati Uniti e ormai forse ritenuti superati dalla fine della Guerra fredda”. Per l’autore del libro esiste un preciso collegamento tra l’estradizione di quell’arabo, le forniture di armi all’Iraq e gli accertamenti svolti da Paolo Borsellino a Mannheim, dove sarebbe dovuto andare il giorno dopo la strage di via d’Amelio. Per Carlo Palermo si tratta di una “chiave occulta” che spiega i rapporti tra il mondo arabo, Cosa Nostra, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e alcuni nostri noti politici.palermo carlo c imagoeconomica

Carlo Palermo

© Imagoeconomica
Pizzolungo: quella macchia rossa sul muro
“Il tempo si ferma. Tutto si ferma. L’esplosione, il fuoco, il calore, lo spostamento d’aria, sono appena percepibili”. Il racconto del magistrato sopravvissuto alla strage di Pizzolungo è come un viaggio all’inferno. “È solo una frazione di secondo. Non c’è il tempo di chiudere gli occhi. Il cofano anteriore schizza per aria. Il vetro del parabrezza si frantuma. L’intera auto si accartoccia verso di me. Dagli squarci della carrozzeria si aprono spicchi di cielo. Il tempo è fermo. Sto morendo. Questo è l’attentato. Dio, mi pento... Il buio. Sono in piedi, fuori dall’auto. Salvo. In piedi. Sulle mie mani non vedo un graffio. Come sono uscito? Attorno non c’è nessuno. Da quel che resta della vettura si alza del fumo scuro. Un ronzio nelle orecchie è l’unica cosa che percepisco. Aiuto Maggio (Rosario, l’autista, ndr) a venire fuori dalla porta posteriore. Ha una profonda incisione sul volto. Mi porto la mano al capo. Mi stacco dai capelli un pezzo di lamiera bruciata, che cade per terra. Lo raccolgo. Mi tocco la faccia. Gli chiedo: 'Ho ferite?' 'No, dottore. Ce l’abbiamo fatta'”. Ma tutt’attorno regna la morte. “Un allucinante silenzio scandisce i secondi. Prendo la mia borsa in pelle che è ancora sul sedile. Schiacciata dalla lamiera, che è arrivata sino lì. La poggio sul prato. Non ho più gli occhiali. Ci vedo poco. Guardo verso la Ritmo della scorta. Si trova una ventina di metri indietro. Tra le due auto c’è per terra uno degli agenti che la occupavano (Raffaele Di Mercurio, Antonio Ruggirello e Salvatore La Porta, ndr). Ha ancora il giubbotto; il casco è spostato lì vicino. Sulla guancia un buco largo, netto e profondo alcuni centimetri, lascia vedere un pezzo di ferro incastrato dentro. Si lamenta, sussurra 'mamma'. Non ho parole, non ho lacrime. Ritorno verso la mia macchina. Sulla destra nella strada c’è una voragine di metri. Vedo per terra piccoli frammenti di lamiera di altri colori. Un flash nella mente mi fa muovere di scatto la testa. Le altre macchine? Dove sono? Scomparse. Mi giro attorno. Vedo tutto offuscato. Una macchia rossa in alto sulla parete di una casa richiama la mia attenzione. Mi avvicino. C’è un cancello, chiuso. All’interno, per terra, in corrispondenza della macchia in alto, piccoli resti... di un bimbo... di un elastico... fogli svolazzanti di libri di scuola. Ho gli occhi umidi. Ritorno alla mia auto. Vado avanti fino a un distributore di benzina. A una cinquantina di metri. Persone immobili, attonite, guardano mute. Chiedo un bicchiere d’acqua. Ritorno alla mia auto. Guardo l’ora. È sempre la stessa. Quindici minuti alle nove. Il tempo non passa mai. Mi gira la testa. Incomincia a dolermi il piede destro. Cerco le sigarette. Nella tasca del giubbotto trovo la mia penna. È completamente frantumata. Mi accendo una sigaretta. Mi siedo sul prato accanto alla macchina. Attendo”.

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MENTI RAFFINATISSIME CONTRO IL PM DI MATTEO

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

di matteo nino toga c reuters

di Giorgio Bongiovanni
La notizia è di assoluto rilievo. La Procura di Messina ha aperto un fascicolo di atti relativi, una sorta di attività pre-investigativa in cui non risulta ancora una ipotesi di reato, per valutare eventuali responsabilità dei magistrati che si occuparono delle indagini sulla strage di via d'Amelio che confluirono nei processi Borsellino I e bis. Un atto dovuto, è stato subito specificato dagli organi di informazione che hanno ripreso la notizia, dopo la trasmissione dei verbali d'udienza dibattimentale, disposta dalla Corte d'assise nell'aprile 2017. Tra gli atti inviati dalla Procura di Caltanissetta a quella di Messina vi sono le motivazioni della sentenza del giudice Balsamo, in cui si parla del depistaggio delle indagini sulla strage di via d'Amelio e delle anomalie avvenute durante l'attività investigativa.
Tra i magistrati che vengono inclusi nell'elenco di quelli che devono essere indagati come presunti concorrenti al depistaggio vi è anche il nome del sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo, che si occupò solo marginalmente delle indagini poi scaturite nel “Borsellino bis” (dove entrò a dibattimento già avviato, ndr).
Diversamente istruì dal principio le indagini sul “Borsellino ter”, il troncone dedicato all’accertamento delle responsabilità interne ed esterne a Cosa Nostra, che ha portato alla condanna di tutti i capi della Commissione provinciale e regionale e che non è stato investito dal "ciclone Spatuzza", che mise in discussione la verità raccontata da Scarantino riscrivendo un pezzo di storia riguardo l'attentato. In quel processo, infatti, le dichiarazioni del "pupo vestito" neanche furono utilizzate proprio perché vi erano forti limiti rispetto alle sue dichiarazioni.
Ascoltato lo scorso 17 settembre davanti al Csm Di Matteo aveva chiarito ampiamente che "l’attendibilità di Scarantino era limitata, tant’è che nei confronti di 3 dei 7 soggetti chiamati in causa dal solo Scarantino abbiamo chiesto l’assoluzione e lo abbiamo definito come scarsamente e limitatamente attendibile. Questo è dimostrato dal fatto che, mentre finiva il bis, lui non lo abbiamo inserito tra i testi del Borsellino ter". Ma il magistrato aveva anche evidenziato come proprio nel Borsellino bis fosse stata "chiesta ed ottenuta l'assoluzione di Giuseppe Calascibetta ma anche di altri soggetti. Poi in appello ci sono state delle condanne ma non so se ci sono stati altri elementi di prova. Il dato di fatto è che noi abbiamo chiesto l'assoluzione. Di Scarantino abbiamo detto già nella requisitoria finale che erano utilizzabili solo i primi tre verbali del 1994, perché poi era intervenuto un inquinamento dello stesso Scarantino. Quindi le sue dichiarazioni, laddove non erano coincidenti o corroborate da altre prove, non erano utilizzabili".
Ma non era quella la prima volta che il pm chiariva, fatti e carte alla mano, come fu valutata la vicenda Scarantino. In precedenza c'era già stata la stessa testimonianza al Borsellino quater, ed ancora l'audizione davanti alla Commissione parlamentare antimafia che fu in parte secretata.
In quelle deposizioni emerge chiaramente, con prove e documenti, come Di Matteo non solo non c'entri nulla con il depistaggio ma sia stato uno dei pochi magistrati che si adoperò nella ricerca dei mandanti esterni per le stragi del 1992, anche assieme al collega Luca Tescaroli, negli anni successivi con le indagini su Bruno Contrada per concorso in strage in riferimento alla sua eventuale presenza in via d'Amelio o quelle su "Alfa e Beta" (ovvero Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri). In pochi ricordano che nell'inchiesta nei confronti dell'ex senatore e l'ex premier Di Matteo e Tescaroli furono lasciati soli con uno scollamento di fatto con il resto della procura di Caltanissetta.
Le inchieste condotte su certi apparati dei servizi di sicurezza, sui mandanti esterni, e poi quelle successive, fino ad arrivare all'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia di Palermo, dimostrano come Di Matteo, assieme ad altri (pochi) colleghi, sia stato tra coloro che hanno compiuto notevoli sforzi per raggiungere la verità sui motivi che portarono alla morte il giudice Borsellino e gli agenti della scorta (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina).
Alla luce di tutti questi elementi perché non si ha il coraggio di dire che questo pm non c'entrava nulla con il depistaggio?

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NATO - RUSSIA: I PREPARATIVI PER L'ULTIMA GUERRA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

DI

Margherita Furlan

Si chiama Trident Juncture, ha preso il via il 17 ottobre e si concluderà il 7 novembre prossimo. 31 i Paesi coinvolti (29 membri della NATO, più i partners Svezia e Finlandia) che, con 50mila soldati, 65 navi, 150 aerei e 10mila veicoli militari, si stanno addestrando tra la Norvegia centro-orientale, i Paesi del nord Atlantico e i Baltici. E’ la più grande esercitazione militare dai tempi della guerra fredda. Il suo fine è simulare l’invasione della Norvegia da parte russa.

Rullo di tamburi dunque per l'articolo 5 dell'Alleanza atlantica, cosiddetto “clausola di difesa collettiva”, in base al quale un "attacco armato" contro uno o più Paesi alleati va considerato alla stregua di un attacco verso tutti i Paesi membri che quindi possono, secondo il diritto all'autodifesa sancito dall'articolo 51 della Carta dell'Onu, decidere le azioni necessarie per "ristabilire e mantenere la sicurezza", compreso "l'uso delle forze armate”.

Attualmente in Norvegia sono di stanza 330 soldati statunitensi, ma per Oslo non sono sufficienti. Washington ne invierà quindi altri 370 entro l’anno prossimo, nel nord del Paese, a poche centinaia di chilometri dal confine con la Russia.

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EDITORIALE DI G. CHIESA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

Jair Bolsonaro: non credere alle caricature

 

Giulietto Chiesa

Tutti i media italiani, chi più, chi meno, stanno definendo il nuovo presidente brasiliano come un “fascista”. Chi con qualche soddisfazione, chi con disgusto e preoccupazione. Piace, questa definizione, ai “sinistri” che appaiono preoccupati particolarmente delle sue esibizioni, molto mascoline, contro gay, trans, e tutta la tematica di genere. Inquietano le sue sparate contro la droga, la violenza, la corruzione. Insomma la demagogia tutta “ordine e sicurezza”.

Ai “destri” quasi tutte queste cose, ovviamente, piacciono. Messe tutte insieme sotto l’ombrello del populismo, piacciono anche al pubblico di destra europeo. Ma né i “sinistri, né i “destri” sembrano vedere che, in primo luogo, Bolsonaro è il prodotto della potentissima setta evangelico-protestante dei Pentacostali.

Cioè si perde di vista, nella fretta di tradurre in termini europei quello che accade in Brasile, il dato fondamentale del Brasile odierno, un tempo dominato dal cattolicesimo e ora precipitato nel millenarismo protestante. Con tutta una serie di effetti politici assai rilevanti. Siamo di fronte a un cambio storico che, tra le altre cose, comporta una svolta pro-sionista del più grande paese latino americano, visto che gli evangelici sono tradizionalmente vicini ai miti sionisti della Terra promessa.

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DA PIZZOLUNGO AI MANDANTI ESTERNI DI TUTTE LE STRAGI

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

la bestiadi Giorgio Bongiovanni
Carlo Palermo torna in libreria con "La Bestia"
Tanto da magistrato quanto da avvocato la ricerca della verità è stata sempre il suo fine. Carlo Palermo, già giudice istruttore presso il Tribunale di Trento dal 1980 al 1985, anno in cui, da febbraio a ottobre, è stato sostituto procuratore presso la Procura di Trapani, ha scritto un libro (La Bestia - ed. Sperling & Kupfer) in cui ripercorre diversi accadimenti, a cominciare dalla strage di Pizzolungo, a Trapani, quella in cui morirono, al posto suo, la signora Barbara Rizzo e i suoi due figli, i gemellini di 6 anni, Salvatore e Giuseppe Asta, che stava accompagnando a scuola. Una vicenda che lo ha segnato profondamente. Anche dopo aver lasciato la magistratura, nel 1990, Palermo non ha smesso di indagare sui rapporti tra mafia e Stato ed anche se per l'attentato sono stati condannati boss mafiosi appare evidente che a voler eliminare il giudice non fosse solo Cosa nostra.
In questa nuova pubblicazione vengono messi insieme una serie di elementi che evidenziano l'esistenza di una struttura occulta che regge le fila dei poteri politici, delle oligarchie finanziarie fino ai servizi segreti.
Come è scritto nella sinossi le sue ricerche prendono corpo quando, nel 2016, scopre che pochi mesi prima di morire Giovanni Falcone aveva curato un'operazione segreta: l'estradizione negli Usa di un terrorista arabo, il primo fabbricatore di autobombe realizzate con l'esplosivo militare usato per gli attentati di Pizzolungo, dell'Addaura e di via d'Amelio. Uno scenario che lascia prefigurare una possibile chiave di lettura per le stragi che si sono consumate in quegli anni. Ma Palermo, nella sua pubblicazione, non si ferma a questo. Rileggendo vecchie carte ed atti processuali rimasti negli archivi, sviluppa nuove ipotesi legando tra loro l'omicidio dell'onorevole Aldo Moro, l'attentato a Papa Wojtyla, le stragi mafiose del '92, i traffici di armi fra Est e Ovest e la diffusione dell'islam estremista. palermo carlo c imagoeconomicaUn'analisi che arriva fino agli attacchi terroristici alle Torri gemelle e al Bataclan, a Parigi. Così vengono messi in fila una serie di fatti e collegamenti criminosi documentati che mettono in evidenza l'esistenza di un gioco occulto che coinvolge servizi segreti, poteri politici e finanziari, cosche criminali, ma in cui le regole sono dettate da una sorta di "direttorio internazionale" radicato nella massoneria "superiore".
Scrive Palermo che "le chiavi interpretative di questo complesso quadro sono massoniche. Sono nascoste nei palazzi del potere d'Italia, Francia, Svizzera, di Londra e New York". Ed è da questa prospettiva che prosegue l'inchiesta. Un libro da leggere, dunque, per capire e conoscere. E per conoscere di più basta anche seguire le vicende dell'inchiesta nel sito www.carlopalermo.net. Come annunciato dallo stesso autore qui verranno messe a disposizione le fonti documentali, anche quelle inedite, su cui si fondano le ricostruzioni descritte nel volume.

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CASO ORLANDI: RITROVATO UNO SCHELETRO, DISPOSTA UN'ANALISI DEI RESTI

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

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di Francesca Panfili
Avrebbe avuto cinquanta anni oggi Emanuela Orlandi, cittadina vaticana, protagonista di uno dei casi più controversi della storia contemporanea. Un caso che racconta di complessi intrecci che vedono coinvolti istituzioni di rilievo internazionale come la Santa Sede, lo Ior ed i servizi segreti, ma anche la mafia, la banda della Magliana, l’attentato di Papa Wojtyla e i lupi grigi di Ali Agca.
Oggi si ritorna a parlare della quindicenne romana, sparita il 22 giugno del 1983, dopo la notizia del ritrovamento di uno scheletro rinvenuto qualche giorno fa sotto il pavimento della sede della Nunziatura Apostolica a Roma. E si torna anche a parlare di Mirella Gregori, l’altra giovane sparita 40 giorni prima Emanuela. Si pensa che entrambi i casi siano connessi tra loro per le analogie che presentano, tra queste anche il fatto che ad oggi non sono stati trovati i resti di nessuna delle ragazze, né il motivo della loro scomparsa, nonostante gli appelli delle famiglie che da trentacinque anni chiedono verità su uno dei più fitti misteri italiani.
Un mistero che oggi si riapre, dopo il ritrovamento di uno scheletro avvenuto due giorni fa da parte degli operai che eseguivano lavori di ristrutturazione nella sede della Nunziatura apostolica, sede diplomatica del Vaticano presso lo Stato italiano sita in Via Po’ a Roma. Lo scheletro è stato rinvenuto sotto una delle stanze del piano interrato. Dopo il ritrovamento è stato subito avvisato il nunzio Emil Paul Tscherrig e ci si è poi rivolti a Luigi Carnevali responsabile dell’ispettorato di pubblica sicurezza del Vaticano che ha chiesto alla magistratura italiana di occuparsi del caso.
I magistrati, che si sono recati sul posto, hanno disposto l’analisi dei resti ed è stata presentata denuncia alla Procura di Roma. Al momento la polizia scientifica indaga sul ritrovamento per comprendere a che periodo sia datato lo scheletro e quale sia il sesso e la causa della morte. Intanto le indagini dei magistrati ipotizzano il reato di omicidio.

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NICOLA GRATTERI: "LA POLITICA HA UTILIZZATO LA MAFIA PER FARE I PROPRI INTERESSI"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

gratteri nicola c imagoeconomica 0Intervento del magistrato al programma “Otto e mezzo” di La7
di Davide de Bari - Video
“Le mafie sono nate con la politica e da essa hanno copiato il linguaggio”. E’ così che il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri ha presentato il suo nuovo libro, “Storia segreta della ‘Ndrangheta” (Mondadori), scritto insieme al giornalista Antonio Nicaso, a “Otto e mezzo” condotto da Lilli Gruber. “Nell’isola di Favignana sono stati codetenuti, non solo grossi delinquenti di Calabria, Sicilia e Campania, ma anche dei detenuti politici, quelli che si sono opposti al governo borbonico. E all’isola di Favignana i politici hanno copiato il linguaggio criminale. - ha continuato il magistrato - Da allora ad oggi vediamo questo rapporto sempre più stretto tra mafia e politica. E’ stata sempre la classe dirigente, che ha utilizzato la ‘picciotteria’ per fini politici e fare le campagne elettorali. Non è un problema di questi decenni, ma è un storia segreta della ndrangheta defproblema che viene da lontano”.
Durante la trasmissione, Gratteri ha spiegato che il problema mafia, in particolare della ‘Ndrangheta “è un problema europeo”. “La comunità europea dovrebbe interessarsi, - ha continuato il capo della procura di Catanzaro - perché stanno comprando tutto ciò che è in vendita. Dalla vendita della cocaina in Europa, i trafficanti colombiani, boliviani e peruviani (unici Stati che producono droga naturale) non vogliono essere pagati in sud America. Solo il 9% di quei soldi vanno in quel territorio. Quindi le mafie sud Americane stanno comprando in Europa, perché è diventato un supermercato”.
Per Gratteri questo fenomeno è possibile in Europa perché “non c’è una normativa” e si pensa che “le mafie non ci siano”. Quindi per adottare una normativa giusta, l’Europa non dovrebbe creare una “procura Europa” contro le mafia, in quanto avrebbe incontro a un “sistema di omologazione dei codici”; poiché c’è il rischio che venga “cancellato un secolo di legislazione italiana, creato sul sangue della gente morta in Italia, in quanto le cose più serie sono state fatte il giorno dopo delle stragi”. “Se abbiamo la forza dobbiamo partire dal sistema giudiziario italiano a salire e non fare la gara al ribasso. Adesso l’Italia non ha la forza di imporsi sull’Europa” ha concluso il magistrato.Sentenza dell’Europa su 41 bis a Provenzano
Il Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri ha parlato anche della sentenza della Corte di Strasburgo che ha condannato l’Italia per aver applicato fino alla morte il regime di 41 bis al boss Bernardo Provenzano: “La sentenza della Corte europea su Provenzano? Negli ultimi 3 anni non è stato in carcere, ha ricevuto cure migliori di quelle a cui sarei stato sottoposto io. Ma l’Europa non capisce che i capomafia comanda con gli occhi”.Governo tra immigrazione e mafia
Nel programma di La7, Gratteri ha anche parlato di come all’interno del governo e della politica si parli poco di mafia.

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UN CALCIO FORTE AI POTENTI DELLA TERRA. L'UOMO DI QUESTO PIANETA CHE DISTRUGGE LA CASA DOVE ABITA!

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

HARRISON FORD, UN GRANDE ATTORE CHE HA PRESO COSCIENZA DELLA VERITÀ SULLA SOFFERENZA DELLA MADRE TERRA CAUSATA DALL'UOMO. ASCOLTATE E VEDETE.

   

IN PRIMO PIANO, IL RICORDO DEL GIORNALISTA, NOSTRO AMICO, PABLO MEDINA

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LA LUCHA CONTRA LA MAFIA EN PARAGUAY - CONGRESO NACIONAL

 

   

IN PRIMO PIANO, IL RICORDO DEL GIORNALISTA, NOSTRO AMICO, PABLO MEDINA

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La vittoria dei giusti

medina pablo bongiovanni giorgioL'anniversario dell'assassinio del giornalista Pablo Medina
di Giorgio Bongiovanni - Video
Io e Pablo eravamo amici. Pablo per me è stato un maestro di giornalismo per quel suo modo di operare sul campo, accompagnato immancabilmente dalla sua macchina fotografica. Pablo riusciva a scovare le notizie quando queste venivano celate dai più; intervistando collaboratori di giustizia, investigatori e con un confronto diretto e costante con le proprie fonti. Gli articoli di Pablo erano diretti, senza peli sulla lingua. Pablo scriveva quello che vedeva in maniera meticolosa senza mai essere smentito nelle informazioni che dava su mafiosi, narcotrafficanti o potenti di turno. Pablo Medina è stato ucciso il 16 ottobre 2014 insieme alla sua giovane assistente Antonia Almada lungo una strada rurale di Villa Ygatimí, nel dipartimento di Canindeyú al confine con il Brasile. E' morto sul campo, mentre svolgeva il suo lavoro di inchiesta su quell'area di snodo del narcotraffico paraguayano e brasiliano.
A commissionare l’assassinio del giornalista, ucciso sotto i colpi di una calibro 9 mm, è stato Vilmar “Neneco” Acosta, politico del ‘partito colorado’, ripetutamente denunciato dal giornalista Pablo Medina, corrispondente di ABC Color, come uomo vicino al narcotraffico della zona e coinvolto in altri delitti. Acosta è stato condannato a 39 anni di carcere che sta trascorrendo presso il Penitenziario Nazionale di Tacumbú.

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GUERRA NUCLEARE IL GIORNO PRIMA

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L'analisi di Giulietto Chiesa
da
pandoratv.it
Al Festival Firenze Libro Aperto (28-30 settembre), il Comitato No Guerra No Nato ha gestito lo stand dell’editore Zambon e curato la presentazione di alcuni libri contro la guerra: “Progetto Apocalisse” di Paul Jonhstone (Zambon), presentato da Jean Toschi Marrazzani Visconti e Manlio Dinucci, e “Lo Stato Profondo” (Imprimatur) presentato dall’autrice Germana Leoni von Dohnanyi; “Guerra nucleare - il giorno prima” (Zambon) e “Diario di guerra” (Asterios) presentati da Giulietto Chiesa e l’autore Manlio Dinucci. All’incontro, apertosi con il saluto dello storico Franco Cardini, è stato proiettato il video di Pandora TVPacco bomba nucleare dagli Usa”.Tratto da: pandoratv.it

   

BUSTA CON PROIETTILI A CLAUDIO FAVA

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fava claudio web15di AMDuemila
Avviate le indagini della Digos
Una busta, con all'interno proiettile calibro 7,65, questa mattina è stata recapitata al presidente della commissione regionale Antimafia Claudio Fava, presso gli uffici della Commissione antimafia che si trovano al piano basso di Palazzo dei Normanni, sede dell'Assemblea Regionale Siciliana. Ad aprire il plico sono stati alcuni collaboratori di Fava, che hanno immediatamente avvertito la Digos. Gli agenti sono entrati a Palazzo e hanno sequestrato la busta; oltre al proiettile non ci sarebbe stato altro all'interno.
Da parte sua il figlio del celebre direttore de “I siciliani”, Pippo Fava, ha dichiarato: "In questo momento non ho commenti da fare. Posso solo dire che si va avanti nonostante le intimidazioni".
La Commissione regionale Antimafia sotto la sua guida, si sta occupando di diverse istruttorie, tra cui quelle sul cosiddetto "sistema Montante", dall'ex presidente di Sicindustria arrestato per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, e sul depistaggio nella strage di via d'Amelio. E proprio nei giorni scorsi aveva annunciato che nei prossimi mesi verranno presentate le relazioni conclusive su queste due istruttorie. Non solo, entro fine anno si ripropone di presentare un nuovo codice etico per deputati e amministratori.
Inoltre, lo scorso 4 ottobre, l'Ars ha approvato il disegno di legge presentato dallo stesso Fava che obbliga i politici a rendere nota la loro adesione alla massoneria. Intervistato da LiveSicilia aveva ricordato con soddisfazione che questa Regione "è la prima che si è impegnata su un senso di trasparenza così puntuale. Peraltro, questo è ancora più importante avendo in Sicilia una tradizione spesso molesta tra massonerie, logge, politica, funzione pubblica, amministrazione. Non dimentichiamo che nel decreto di scioglimento del consiglio comunale di Castelvetrano si fa riferimento alla circostanza che buona parte di giunta e consiglio sia composta da iscritti alla massoneria e non perché gli ideali mazziniani siano lì radicati". Infine, sempre nelle scorse settimane, Fava aveva fatto dei commenti importanti sul sequestro del quotidiano "La Sicilia" nei confronti dell'editore Mario Ciancio. Così come ha scritto il giornalista Riccardo Orioles, esprimendo la sua solidarietà su Facebook, è possibile che "uno di questi casi, o tutti, o altri ancora, ha prodotto un avviso. Lui però non è solo".Foto © Imagoeconomica

Da parte di tutta la redazione di ANTIMAFIADuemila va la più profonda solidarietà a Claudio Fava nella speranza che le autorità preposte possano presto far luce su questo increscioso atto intimidatorio.

 

   

P2 MAI SCONFITTA: I DIARI SEGRETI DI TINA ANSELMI PER TROVARE LE RISPOSTE

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p2 tina anselmi bndi Lorenzo Baldo
La nuova edizione del libro di Anna Vinci, biografa dell’ex staffetta partigiana

“Che cosa resta, a trent’anni da quell’inizio degli anni Ottanta, delle parole del potere che emergono dai preziosi foglietti di Tina, questo segreto diario, che ci proietta sul palcoscenico dell’Italia di ieri e che ci spinge a riflettere sull’Italia di oggi? Una testimonianza di persona onesta che si trova davanti alle menzogne, ai sotterfugi, alle compromissioni di un potere segreto e maligno che s’insinua nelle istituzioni e riesce troppo spesso a corrompere quello che c’è ancora di sano nel paese. Le armi per combattere questi orrori stanno in altre mani. A lei non resta che il racconto dei fatti, con il rischio sempre di non essere creduta”. E’ un rischio concreto quello paventato dalla scrittrice Dacia Maraini nell’introduzione della nuova edizione dello splendido libro di Anna Vinci "La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi" (Chiarelettere). E alla effettiva possibilità di non essere creduti si aggiunge una consapevolezza oggettiva, lacerante, cruda: la P2 ha saputo cambiare pelle ed è ancora viva e operante sotto altre forme. “L’uso distorto delle parole – scrive nel capitolo “A volte ritornano” Giovanni Di Ciommo, ex segretario della Commissione parlamentare sulla P2 –, che Gianrico Carofiglio chiama la «manomissione delle parole», è la prima e la più perniciosa fra tutte: la corruzione delle menti. Chi ne vuole un esempio, legga la lettera di Licio Gelli indirizzata al presidente della Repubblica Francesco Cossiga, e mentre la legge ponga mente alla discrasia tra le parole altisonanti del testo e la realtà, ben meno nobile, a esse sottostante”. “Come ha potuto permettersi di scrivere una tale lettera? – si chiede sgomenta Anna VinciIl fatto che Gelli avesse la spudoratezza di scrivere, di tirare fuori la testa, significava che i tempi erano veramente cambiati e quella lettera non era una delle tante,

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VAJONT, STORIA DI UNA STRAGE DI STATO DIMENTICATA

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vajont c ansaAcqua, soldi e complicità: la diga maledetta
di Mattia Fossati
9 ottobre 1963, ore 22:39. Dal Monte Toc si stacca una frana di 260 milioni di metri cubi di roccia che precipita nel bacino artificiale del Vajont sollevando un’onda di oltre 200 metri d’altezza. Una massa indicibile di acqua che oltrepassa la diga e casca come un Niagara sul fondovalle spazzando via cinque paesi, Longarone, Pirago, Rivalta, Codissago, Maè. 2000 i morti, alcuni dei quali mai ritrovati.
È la più grande tragedia civile mai avvenuta in Italia. Una tragedia prevista e troppo spesso dimenticata.
La storia parte negli anni ’20, quando la veneziana Sade, una delle più importanti società idroelettriche italiane, individua un sito perfetto per ospitare un nuovo lago artificiale. È una profonda gola nelle Prealpi a confine tra Veneto e Friuli: la valle del Vajont, dal nome del torrente che bagna la vallata. La nuova struttura serviva alla compagnia della Serenissima come bacino di riserva, una sorta di salvadanaio dal quale attingere nei periodi di siccità del fiume Piave che conferiva acqua a tutti gli altri impianti veneti.
58 milioni di metri cubi doveva essere la capacità iniziale del serbatoio del Vajont protetti da una diga alta 200 metri incastonata tra i Monti Toc e Salta.
Con l’avvento al potere del fascismo in Italia, la Sade ha la strada spianata. Il proprietario della società, Giuseppe Volpi Conte di Misurata, riesce a strappare un posto nel governo Mussolini come ministro delle Finanze e come uno dei suoi primi atti riesce a convincere il Duce a varare una legge che conferisce finanziamenti del 50% a fondo perduto ai costruttori di nuovi impianti idroelettrici, quindi anche alla sua società. Il progetto per la costruzione della diga viene presentato nel 1940 però verrà approvato dalla Quarta commissione dei lavori pubblici solo il 15 settembre 1943 con l’Italia nel caos e senza neanche aver raggiunto il numero legale per la votazione.
Ed è in questo modo truffaldino che la Sade, con la caduta del regime e il trionfo della Repubblica, riesce ad ottenere il beneplacito per iniziare l’edificazione dell’impianto. La società veneziana, da quando negli anni Cinquanta apre il cantiere nella valle, crea non pochi problemi agli abitanti di Erto e Casso, il paese situato sulla punta del monte Toc. In primis, espropria ai contadini i terreni sui versanti delle due montagne pagandoli a prezzi stracciati oppure, per chi non cede alle offerte in denaro, applica la vendita forzosa. Inoltre spinge in avanti i lavori di costruzione della diga anche se le autorizzazioni ministeriali non sono ancora state concesse. “Tanto arriveranno” – dicevano gli operai al cantiere.
I lavori procedono senza sosta ma nessuno tiene in considerazione che l’unica perizia effettuata sulle sponde del serbatoio risaliva al 1937 a firma dell’esperto geologo Giorgio Dal Piaz. Nessuno dal Ministero dei lavori pubblici va a controllare il procedere dei lavori al Vajont.
Ci vanno solo i membri della commissione di collaudo nominata dal ministero democristiano Togni nel 1959. Però non obiettano nulla e addirittura spacciano i dati tecnici forniti dalla Sade come loro relazione. Risultato? Lo Stato stacca un altro assegno a fondo perduto per la diga del Vajont.
Le cose, da quel momento, inizieranno a precipitare. Nella diga di Pontesei, a pochi chilometri da quella del Vajont, i geologi notano delle fessurazioni sulle sponte del lago e constatano lo scivolamento in avanti di uno dei versanti della montagna. Si decide così di abbassare il livello d’acqua del serbatoio artificiale per evitare che in caso di frana questa potesse tracimare scavalcando la diga. Accade però un fatto imprevisto. Più tolgono acqua e più la frana scivola in avanti.
Il 22 marzo 1959 la sponda cede e un’onda di dieci metri travolge Arcangelo Tiziano, il custode che stava monitorando l’attività del lago. Non verrà mai ritrovato.
Lo stesso anno dell’incidente a Pontesei, la diga del Vajont è ancora in costruzione ma la Sade spinge per effettuare già le prime prove d’invaso, cioè iniziare a riempire d’acqua il serbatoio. Man mano che il livello del bacino sale, il monte Toc inizia a scuotersi, a provocare dei tonfi sordi e una grossa crepa si crea nelle zone vicine alla vetta della montagna. Sono gli stessi sintomi che aveva avuto la diga di Pontesei. Un sentore mette in allarme più di tutti gli altri. Il 4 aprile 1960 un costone del versante della montagna piomba nelle acque del lago del Vajont. È un segnale: un modo per dire che anche sul Toc c’è una frana enorme.
Lo certifica anche Leopold Muller, geologo della scuola di Salisburgo, chiamato dai progettisti della diga per una nuova relazione geologica sulle sponde del bacino. Nonostante l’allarmante relazione dello specialista austriaco, le prove d’invaso continuano senza sosta. Motivo? È il 1961 ed è arrivata la nazionalizzazione delle industrie idroelettriche quindi la Sade deve cedere l’impianto all’Enel ma, per poterlo liquidare al miglior prezzo, deve completare il collaudo.

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OUR VOICE ALLA PERUGIA - ASSISI PER LA MARCIA DELLA PACE

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di AMDuemila - Video
E' tutto pronto per la Marcia della pace Perugia Assisi 2018, che si terrà il 7 ottobre e che vedrà la partecipazione di 170 scuole, con oltre 10mila bambini e ragazzi, 500 associazioni locali e nazionali e 250 enti locali. Tra queste, come ogni anno, parteciperà anche il Movimento Culturale Internazionale "Our Voice" che con questo video invita tutti ad unirsi "per una società più libera e giusta". Va anche ricordato che alla vigilia della marcia, il 5 e il 6 ottobre, si svolgerà a Perugia il Meeting nazionale della pace e dei diritti umani, per riflettere su ciò che sta accadendo in Italia e fuori. Un programma fitto di incontri, dialoghi e laboratori sui temi del lavoro, delle povertà, delle migrazioni, delle città e dell’Europa, al termine dei quali sarà scritta l’Agenda della pace, intesa come rispetto della dignità e dei diritti umani di tutti.Il video sulla pagina ufficiale di Our Voice
facebook.com/PassionForJustice/videos/2152678191665102Info:perugiassisi.org - ourvoice.it

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Marcia PerugiAssisi della pace e della fraternità 2018 - dal 5 al 7 Ottobre E' tempo. L'inno della Marcia PerugiAssisi della pace e della fraternita'

 

   

ESTERI: IL CONGRESSO USA NELLE MANI DI ISRAELE

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 DI MARGHERITA FURLAN

 

La Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una straordinaria decisione politica ed economica, totalmente suggerita e predisposta dalle lobbies sioniste americane. Si tratta del più gigantesco finanziamento di uno stato estero, letteralmente a fondo perduto, che gli Stati Uniti abbiano mai elargito in tutta la loro storia, un “prestito” di 33 miliardi di dollari, che si aggiunge ai 5 miliardi di dollari già approvati. 7.230 dollari al minuto che senza alcun ostacolo transiteranno da Washington a Tel Aviv, con buona pace del contribuente americano.

Il nuovo disegno di legge regala a Israele un minimo di 3,8 miliardi di dollari all'anno fino al 2028, con un drammatico allontanamento dal già fantastico memorandum d’intesa (cosiddetto MOU) siglato da Obama nel 2016. Quest’ultimo, nonostante per la prima volta comprendesse aiuti economici a Israele destinati alla difesa missilistica, tuttavia consentiva al Presidente in carica di porre limitazioni all’ammontare del finanziamento annuo. Ora, senza un limite prestabilito e con le incessanti pressioni da parte di Israele e dei suoi sponsors acciambellati nelle segrete stanze degli Stati Uniti, l'ammontare del “prestito” a favore d’Israele potrebbe, senza colpo ferire, raddoppiare da qui ai prossimi 10 anni.

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A SARTEANO, PRESENTAZIONE DEL LIBRO "MORO IL CASO NON E' CHIUSO"

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COMUNICATO STAMPA del 26 settembre 2018

VogliAmo leggere”, rassegna d’incontri con l’autore a Sarteano

A QUARANT’ANNI DALLA MORTE DI ALDO MORO E DI PAOLO VI, PRESENTAZIONE DEL LIBRO "MORO IL CASO NON E’ CHIUSO”.IL VATICANO, LE BRIGATE ROSSE, LO IOR

Sabato 29 settembre(ore 17.30), al teatro degli Arrischianti

SARTEANO (SIENA) - A pochi giorni dalla proclamazione a santo di Papa Paolo VI e a quarant’anni da una vicenda che ha segnato il destino dell’Italia, sabato 29 settembre (ore 18) alTeatro degli Arrischianti di Sarteano verrà presentato il libro “Moro, il caso non è chiuso“(Lindau) alla presenza di Maria Antonietta Calabrò(coautore insieme aGiuseppe Fioroni, presidente della Commissione d’inchiesta sul rapimento di Aldo Moro nella XVII legislatura). Ci sarà anche monsignor Fabio Fabbri, a quei tempi numero due dei cappellani delle carceri e testimone diretto della trattativa che lo stesso Paolo VI tentò per salvare il suo amico Moro, il cui esito negativo accelerò la morte del Pontefice. 

Nel capitolo “La Villa Pontificia” del libro “Moro, il caso non è chiuso” si ricostruisce per la prima volta - al di là di ogni ragionevole dubbio, e nonostante anche alcune recenti ricostruzioni contrarie - che questa trattativa vaticana c’è stata ed è durata fino al 9 maggio, giorno dell’assassinio di Moro, e che si è svolta proprio nella residenza estiva dei Papi a Castelgandolfo, anche con la raccolta di dieci miliardi delle vecchie lire per un eventuale riscatto da pagare alle Brigate Rosse, di cui ha testimoniato monsignor Fabbri in Commissione.

Nel libro si ricostruisce Il ruolo vaticano nei 55 giorni, che fu tra luci ed ombre, visto che dai lavori della Commissione è emerso che la prima prigione di Moro fu certamente in un palazzo di proprietà dello Ior, la cosiddetta banca vaticana, e uno dei membri del commando era Alessio Casimirri, figlio del numero due della Sala stampa vaticana fino al 1972, tuttora latitante. Paolo VI morì di fatto di crepacuore tre mesi dopo Moro, il 6 agosto 1978. 

A differenza di altre pubblicazioni edite in occasione del quarantennale dell’assassinio di Moro, “Moro il caso non è chiuso” è basata solo su fatti e documenti raccolti e vagliati dalla Commissione parlamentare d’inchiesta, per quattro anni, dopo la desecretazione di un milione di file di documenti da parte di servizi segreti, forze dell’ordine, e da parte dei vari ministeri coinvolti in base a una legge del 2014. Un contributo essenziale alla ricostruzione della verità.

L’iniziativa è solo il primo appuntamento di “VogliAmo leggere”, cartellone organizzato dal Comune, dall’associazione Sarteanoviva e dal circolo Arci: si spaziadalla grande storia, ai racconti sullo sport, fino alla scoperta delle radici della mezzadria.In programmacinque presentazioni dislocate in diversi luoghi della socialità e della cultura di Sarteano, nei mesi di settembre ed ottobre.

 

   

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