Venerdì, Settembre 21, 2018
   
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Antimafia Duemila & Terzo Millennio

GUERRA NELLO YEMEN, GLI ASSASSINI CRIMINALI SONO ANCHE ITALIANI

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

bombe italia arabia saudita c ansa

Il silenzio-assenso del Governo (del non cambiamento)
di Giorgio Bongiovanni
Guerra, fame, pestilenze. Da anni lo Yemen, uno dei Paesi più poveri del mondo sito nella penisola arabica, sta vivendo una delle più tragiche crisi umanitarie, nel silenzio assordante delle Nazioni europee ed occidentali.
Lì, dal 2015, è in corso una guerra civile devastante con oltre 10mila persone uccise (due terzi delle quali civili), decine di migliaia ferite e altre ancora colpite dalla fame, dal colera e dalla difterite. Numeri impietosi, raccolti in questi mesi, che diventano ancora più drammatici se si considera che, secondo l'Unicef, ci sono 400mila bambini che rischiano di morire a causa della malnutrizione mentre oltre otto milioni di minori sono privati di acqua potabile. E nel conflitto che vede da una parte il governo riconosciuto del presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, appoggiato da una vasta coalizione militare guidata dall'Arabia Saudita, gli Stati Uniti e alcune Nazioni europee, e dall'altra i ribelli di religione sciita Houthi, sostenuti dall'Iran, sono all'ordine del giorni bombardamenti indiscriminati su scuole, ospedali e mercati, in cui hanno perso la vita migliaia di persone.

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CONCLUSA L'AUDIZIONE DEL MAGISTRATO DAVANTI AL CSM

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

(IN COLLABORAZIONE CON LA TESTATA ANTIMAFIA DUEMILA ONLINE DI PALERMO)

di matteo csm c imagoeconomica

"Su via d'Amelio mai così vicini alla verità"
di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari - Video/Audio integrale all'interno!
Sentito dal Csm il pm Nino Di Matteo fa tremare il potere occulto dello Stato. Si è conclusa da pochi minuti l'audizione del sostituto procuratore nazionale antimafia, nell'ambito dell'inchiesta sulle eventuali responsabilità in merito al depistaggio sulle indagini della strage di via d'Amelio. Rispondendo alle domande dei Consiglieri Di Matteo, con spiegazioni tecniche ed esaustive, ha chiarito tutti gli aspetti che lo hanno riguardato rispetto i processi e le indagini sull'attentato. "Sulla strage di via d'Amelio siamo a un passo dalla verità. Mai come ora siamo vicini alla verità. Il depistaggio cominciò con il furto dell’agenda rossa. E non furono i mafiosi" ha detto con forza. "Io e i miei familiari abbiamo pagato un prezzo altissimo per il mio impegno - ha aggiunto - e ora siamo a un passo dalla verità anche grazie a me e ad altri magistrati. Non è giusto essere accostati anche strumentalmente all'ipotesi di depistaggio". "Non è vero che in 25 anni non si è fatto niente, ci sono 26 condanne mai messe in discussione. Non c'è strage in Italia che abbia un numero così alto di condannati definitivi, non è vero che sono stati 25 anni persi, ci sono 26 affermazioni di penale responsabilità per concorso in strage su cui non c'è alcun dubbio". Seguiranno articoli sull'audizione.ASCOLTA L'AUDIO INTEGRALE: Clicca qui!
Audizione del pm Di Matteo davanti alla I commissione del CSM nell'ambito del fascicolo sulle indagini sulla strage di via D'AmelioFoto © ImagoeconomicaVIDEO Guarda il servizio del TG2 al minuto 21 e 55 secondi: Clicca qui!ARTICOLI CORRELATIStrage Borsellino, Di Matteo al Csm va oltre il depistaggio ScarantinoNino Di Matteo: tutta la verità di fronte al Csm

 

PAPA FRANCESCO CONTRO I MAFIOSI: "CONVERTITEVI! O LA VOSTRA VITA ANDRA' PERSA"

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papa farancesco comm puglisi

Ricordato anche l'impegno di don Pino Puglisi: "Ci fa chiedere, cosa posso fare io?"
di Aaron Pettinari - Video-intervento!
“Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore. Oggi abbiamo bisogno di uomini d’amore, non di uomini d’onore; di servizio, non di sopraffazione; di camminare insieme, non di rincorrere il potere. Agli altri la vita si dà, non si toglie. Non si può credere in Dio e odiare il fratello, togliere la vita con l'odio: Dio-amore ripudia ogni violenza e ama tutti gli uomini. Perciò la parola odio va cancellata dalla vita cristiana; perciò non si può credere in Dio e sopraffare il fratello. Ai mafiosi dico: cambiate fratelli e sorelle! Smettete di pensare a voi stessi e ai vostri soldi, convertitevi al vero Dio di Gesù Cristo! Altrimenti, la vostra stessa vita andrà persa e sarà la peggiore delle sconfitte. Se la litania mafiosa è: 'Tu non sai chi sono io', quella cristiana è: 'Io ho bisogno di te'. Se la minaccia mafiosa è: 'Tu me la pagherai', la preghiera cristiana è: 'Signore, aiutami ad amare'. Voi sapete che il sudario non ha tasche - ha insistito Francesco - non si può portare niente".Papa Francesco, così come aveva fatto nel 2014 scomunicando i mafiosi, torna a condannare pesantemente la criminalità organizzata, ricordando, nella sua omelia, quanto l'essere mafiosi sia incompatibile con il cristianesimo.
Un'omelia emozionante davanti una folla di fedeli. Quasi 80mila le persone che hanno raggiunto Palermo e che lo hanno accolto mentre passava per le vie del Foro Italico di Palermo. Durante la messa, il Papa ha voluto rendere omaggio a tutte le vittime di mafia ed in particolare ha ricordato il sacrificio l'impegno di don Pino Puglisi, di cui oggi ricorre la commemorazione: “C’è da scegliere: amore o egoismo - ha detto il Santo Padre - L’egoista pensa a curare la propria vita e si attacca alle cose, ai soldi, al potere, al piacere. Allora il diavolo ha le porte aperte. Il diavolo entra dalle tasche. Se tu sei attaccato ai soldi c’è il diavolo. Fa credere che va tutto bene ma in realtà il cuore si anestetizza. L'egoismo è un anestetico molto potente”.
Quindi ha avvertito: "Questa via finisce sempre male: alla fine si resta soli, col vuoto dentro, circondati solo da chi vuole ereditare. È come il chicco di grano del Vangelo: se resta chiuso in sé rimane sotto terra solo. Se invece si apre e muore, porta frutto in superficie". "Chi vive per sé, chi moltiplica i suoi fatturati, chi ha successo, chi soddisfa pienamente i propri bisogni appare vincente agli occhi del mondo - ha aggiunto - La pubblicità ci martella con questa idea, idea di cercare il 'proprio', dell'egoismo, eppure Gesù non è d'accordo e la ribalta. Secondo lui chi vive per sé non perde solo qualcosa, ma la vita intera; mentre chi si dona trova il senso della vita e vince".Il ricordo di Pino Puglisi
Parlando di don Pino Puglisi ha detto: "Cari fratelli e sorelle, oggi siamo chiamati a scegliere da che parte stare: vivere per sé, con la mano chiusa, o donare la vita, la mano aperta. Solo dando la vita si sconfigge il male. Don Pino (Puglisi, ndr) lo insegna: non viveva per farsi vedere, non viveva di appelli anti-mafia, e nemmeno si accontentava di non far nulla di male, ma seminava il bene, tanto bene. La sua sembrava una logica perdente, mentre pareva vincente la logica del portafoglio. Ma padre Pino (Puglisi, ndr) aveva ragione: la logica del dio-denaro è perdente. Guardiamoci dentro. Avere spinge sempre a volere: ho una cosa e subito ne voglio un'altra, e poi un'altra ancora, sempre di più, senza fine. Più hai, più vuoi: è una brutta dipendenza, è come una droga. Chi si gonfia di cose scoppia. Chi ama, invece, ritrova se stesso e scopre quanto è bello aiutare, servire; trova la gioia dentro e il sorriso fuori, come è stato per don Pino".
Poi ha aggiunto: "Venticinque anni fa come oggi, quando morì nel giorno del suo compleanno, coronò la sua vittoria col sorriso, con quel sorriso che non fece dormire di notte il suo uccisore, il quale disse: 'c'era una specie di luce in quel sorriso'". "Padre Pino era inerme, ma il suo sorriso trasmetteva la forza di Dio: non un bagliore accecante, ma una luce gentile che scava dentro e rischiara il cuore - ha detto proseguendo nella messa al Foro Italico -. È la luce dell'amore, del dono, del servizio. Abbiamo bisogno di tanti preti del sorriso, di cristiani del sorriso non perché prendono le cose alla leggera, ma perché sono ricchi soltanto della gioia di Dio, perché credono nell'amore e vivono per servire. È dando la vita che si trova la gioia, perché c'è più gioia nel dare che nel ricevere". Il Papa ha quindi chiesto: "Volete vivere anche voi così? Volete dare la vita, senza aspettare che gli altri facciano il primo passo? Volete fare il bene senza aspettare il contraccambio, senza attendere che il mondo diventi migliore? Volete rischiare per il Signore?".
"Don Pino - ha proseguito Papa Francesco - sapeva che rischiava, ma sapeva soprattutto che il pericolo vero nella vita è non rischiare, è vivacchiare tra comodità, mezzucci e scorciatoie. Dio ci liberi dal vivere al ribasso, accontentandoci di mezze verità. le mezze verità non saziano il cuore, non fanno del bene. Dio ci liberi da una vita piccola, che gira attorno ai 'piccioli'. Ci liberi dal pensare che tutto va bene se a me va bene, l'altro che si arrangi. Ci liberi dal crederci giusti se non facciamo nulla per contrastare l'ingiustizia. Chi non fa nulla per contrastare l'ingiustizia non è un uomo o una donna giusto. Ci liberi dal crederci buoni solo perché non facciamo nulla di male. E' cosa buona diceva un santo non fare il male, ma è cosa brutta non fare il bene", ha detto. "Signore, donaci il desiderio di fare il bene; di cercare la verità detestando la falsità; di scegliere il sacrificio, non la pigrizia; l'amore, non l'odio; il perdono, non la vendetta", ha invocato il Pontefice.
"Non si può seguire Gesù con le idee, bisogna darsi da fare. 'Se ognuno fa qualcosa, si può fare molto', ripeteva don Pino" - ha nuovamente ricordato Papa Francesco. Poi ha domandato: "Quanti di noi mettono in pratica queste sue parole? Oggi, davanti a lui domandiamoci: 'Che cosa posso fare io? Che cosa posso fare per gli altri, per la Chiesa?'. Non aspettare che la Chiesa faccia qualcosa per te, comincia tu. Non aspettare la società, inizia tu! Non pensare a te stesso, non fuggire dalla tua responsabilità, scegli l'amore!".

 

 

 

OUR VOICE PRESENTA

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''E' tempo di essere luce'' - Majano, 15 Settembre

Sabato 15 settembre alle ore 20.30 presso l'Auditorium di Majano (UD) in via Pietro Zorutti 14 si terrà il nuovo spettacolo del Movimento culturale giovane internazionale Our Voice dal titolo "E' tempo di essere luce" con la collaborazione e il sostegno della presidente dell'associazione "Il teatro del silenzio" Federica Sansevero. Lo spettacolo vertira sul delicato tema del disagio giovanile, ricercando le possibili cause. Attraverso l'arte del canto del ballo e della recitazione, il protagonista della storia portata in scena, giungerà a comprendere il significato del lavoro interiore e a riaprire il dialogo con la sua parte più profonda. Questo evento è stato promosso dalla Regione Friuli Venezia Giulia in collaborazione con: l'associazione culturale Mandi Dal Cil, Funima International Onlus, Proloco Pro Majano, Liceo Caterina Percoto Magistrale, Accademia Musicale Città di Palmanova, il Comune di Udine, il Comune di Gemona e la Scuola primaria di secondo grado di Caporetto.
Coordina i lavori Federica Sansevero con l'accompagnamento alla chitarra di Matteo Comar.

L'evento facebook.com/events/452364145275229


Info: ourvoice.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL PATTO SPORCO

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il patto sporco integraleIl nuovo libro di Saverio Lodato e Nino Di Matteo
di Giorgio Bongiovanni
Esce martedì, 18 settembre, il nuovo libro del pm Nino Di Matteo scritto insieme al nostro editorialista, il giornalista scrittore, Saverio Lodato. Un libro necessario e importante per tutto ciò che sta accadendo in queste settimane nel nostro Paese dopo la sentenza di condanna al processo sulla trattativa Stato-mafia. I protagonisti dell’accusa: il pm Di Matteo, insieme ai suoi colleghi Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e Vittorio Teresi, hanno di fatto chiesto ed ottenuto condanne severissime da parte della Corte d'Assise di Palermo, presieduta dal giudice Alfredo Montalto, nei confronti di alti funzionari di Stato, politici e boss di Cosa nostra.
Un libro fondamentale per poter capire cosa sia successo realmente nel terribile biennio ‘92/’94 nel quale si consumarono alcune delle stragi più efferate del nostro Paese. Leggendo queste pagine si può comprendere perchè oggi continua ad essere posta in essere una vera e propria persecuzione ai danni del dottor Di Matteo, pm di punta di quel processo. A tutti i costi si vuole fargli pagare il coraggio di essere andato avanti, insieme ai suoi colleghi, nella ricerca dei mandanti occulti delle stragi e di quegli apparati di Stato che, appunto, come dice il titolo del libro, fecero dei patti sporchi con la mafia.
Un libro tutto da leggere.
Nino Di Matteo
Saverio Lodato
IL PATTO SPORCO
Il processo Stato-Mafia nel racconto di un suo protagonista
Chiarelettere 2018, collana Principio Attivo, pagine 224, prezzo 16,00 €“Chiediamoci perché politica, istituzioni, cultura, abbiano avuto bisogno delle parole dei giudici per cominciare finalmente a capire... Un manipolo di magistrati e di investigatori ha dimostrato di non aver paura a processare lo Stato. Ora anche altri devono fare la loro parte”.
Nino Di Matteo“Volevo che nelle pagine di questo libro parlasse il magistrato, parlasse l’uomo, protagonista e testimone di un processo destinato a lasciare il segno”.

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LE INGIUSTIZIE DEL CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA

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scorta di matteo c imagoeconomica

Il colpo di coda della Casta
di Giorgio Bongiovanni
Domani, il Sinedrio della magistratura, ovvero il Consiglio superiore della magistratura, ha convocato il pm Antonino Di Matteo (oltre a lui anche i magistrati Anna Maria Palma e Carmelo Petralia), per audirlo e valutare eventuali responsabilità in merito al depistaggio sulle indagini della strage di via d'Amelio. A ventisei anni dall'attentato che uccise il giudice Borsellino e gli agenti della sua scorta accade anche questo, che un servitore dello Stato che si è impegnato nella ricerca della verità sui mandanti esterni di quel efferato delitto viene perseguitato e messo impunemente sotto accusa. Non è la prima volta che il Csm, l'organo che dovrebbe garantire l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, si presta a clamorosi errori.
Basti ricordare quel che avvenne nei confronti di giudici come Giovanni Falcone, con mancate nomine a consigliere istruttore, a procuratore del tribunale di Palermo e ad alto commissario antimafia e Paolo Borsellino. Anche loro furono messi sotto provvedimento disciplinare così come nel recente passato è capitato a magistrati come Roberto Scarpinato, Vittorio Teresi, Antonio Ingroia e, appunto, lo stesso Di Matteo. Il minimo comune denominatore è che si tratta di pm, o ex pm, che si sono impegnati a fondo proprio in quella ricerca della verità sul biennio delle stragi del 1992-1993 e contro quei poteri che le hanno non solo appoggiate, ma anche ordinate. Sono queste le indagini di cui si sono occupate le inchieste sui Sistemi criminali, sulla trattativa Stato-mafia, sui mandanti esterni, sulla presenza in via d'Amelio dei Servizi di sicurezza, su Bruno Contrada, su Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi.
Così il Csm, anziché plaudire e manifestare il proprio appoggio a certe indagini diventa "braccio armato" per punire quei magistrati onesti che hanno sacrificato se stessi per la ricerca della verità.

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PARLA SALVINI, SENTI BERLUSCONI. L'ATTACCO DEL MINISTRO, CONTRO I PM

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(IN COLLABORAZIONE CON LA TESTATA ANTIMAFIA DUEMILA ONLINE DI PALERMO, www.antimafiaduemila.com)

 

di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari
“Qui c’è la certificazione che un organo dello Stato indaga un altro organo dello Stato. Con la differenza che questo ministro è stato eletto da voi e gli avete chiesto di limitare gli sbarchi e di espellere i clandestini, quindi vi ritengo miei amici, miei sostenitori e miei complici. Altri non sono stati eletti da nessuno e non rispondono a nessuno”. Ecco l'attacco alla magistratura per bocca del Ministro degli Interni Matteo Salvini, che ieri ha ricevuto la notifica dell’avviso di garanzia dalla Procura di Palermo per il caso Diciotti. In un colpo solo sembra di essere tornati indietro di vent'anni quando a scatenare la polemica tra politica e magistratura non erano i “leghisti” ma l'ex premier Silvio Berlusconi. Anche B. lanciava proclami ed invettive ricordando di essere eletto dal popolo. Se l'ex Premier usava le proprie reti televisive, il leader della Lega punta con decisione sui social, leggendo in diretta ai 25mila utenti collegati la comunicazione del Procuratore Lo Voi, giunta al Viminale. Nella sua invettiva, come B., anche Salvini se la prendeva con le “toghe rosse”. Un termine che non usa ma che si legge tra le righe delle sue parole (“alcuni magistrati che hanno una cultura politica di sinistra”) offrendo l'assist per un nuovo scontro istituzionale. Poco importa se il ruolo istituzionale di Salvini come Ministro degli Interni, per legge (art.92 della Costituzione), viene assegnato non dal Popolo ma dal Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio.

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IN PRIMO PIANO: RICORDARE DALLA CHIESA, PADRE DELLA PATRIA, ALLA RICERCA DEI MANDANTI ESTERNI

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dalla chiesa carlo alberto c ansa 850di Giorgio Bongiovanni
3 settembre 1982. In via Isidoro Carini, a Palermo, un commando di Cosa Nostra uccide il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo. Tutti trucidati a colpi di kalashnikov AK-47. Trentasei anni sono passati da quella sera. Qualche anno fa Totò Riina, in uno dei suoi “racconti” al compagno d'ora d'aria pugliese, Alberto Lorusso, aveva raccontato gli attimi dell'eccidio, dimostrando tutta la propria ferocia: “Appena è uscito lui con sua moglie, lo abbiamo seguito a distanza. Potevo farlo là, per essere più spettacolare, nell’albergo, però queste cose a me mi danno fastidio… L’indomani gli ho detto: 'Pino, Pino (si riferisce a Pino Greco detto "Scarpuzzedda", uno dei più famigerati killer di Cosa Nostra) vedi di andare a cercare queste cose che … prepariamo armi'. A primo colpo, a primo colpo ci siamo andati noi altri… eravamo qualche sette, otto di quelli terribili, eravamo terribili. Nel frattempo lui era morto ma pure che era morto gli abbiamo sparato là dove stava, appena è uscito fa… ta… ta..., ta… ed è morto”.
Quelle parole si aggiungono alle testimonianze di collaboratori di giustizia come Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo che già avevano raccontato agli investigatori le dinamiche dell'agguato, consentendo di identificare i killer ed i vertici di Cosa Nostra che ordinarono l’azione omicida.
Ganci e Anzelmo, per la morte del generale hanno dovuto scontare 14 anni di reclusione. Così si è saputo che l'A112, su cui si trovavano il prefetto e la moglie, venne affiancata e superata da una Bmw 518 su cui viaggiavano Antonino Madonia e Calogero Ganci. A fare fuoco con un kalashnikov fu Madonia. Una seconda vettura, guidata da Anzelmo, seguiva il prefetto, pronta ad intervenire per bloccare l'eventuale reazione dell'agente di scorta. Russo fu assassinato da Pino Greco “Scarpuzzedda che seguiva i suoi complici a bordo di una moto. La A112, dopo essere stata investita dal fuoco del kalashnikov, sbandò, costringendo l'auto dei killer a sterzare bruscamente a destra. I mandanti del massacro, più di quindici anni fa, sono stati tutti condannati al maxiprocesso alla mafia iniziato nell'86 e conclusosi il 17 dicembre del 1987. E il carcere a vita, con sentenza divenuta definitiva nel '92, venne comminato ai massimi vertici della Cupola fra cui Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò e Michele Greco mentre fu condannato, in primo grado, ma poi assolto in appello Nitto Santapaola, capo della mafia catanese. Due dei killer, Vincenzo Galatolo e Nino Madonia, sono stati condannati all'ergastolo. Successivamente la Corte d'Assise di Palermo, presieduta da Claudio Dall'Acqua, condannò sempre all'ergastolo gli ultimi due componenti del gruppo di fuoco, Giuseppe Lucchese, boss di Brancaccio, e Raffaele Ganci, capomafia del quartiere Noce.
Ricostruito il delitto sono ancora molti i misteri in particolare quelli che riguardano i mandanti occulti, cioè coloro che “ispirarono” Cosa Nostra. A tal proposito vale la pena ricordare l'intercettazione ambientale dove il boss Giuseppe Guttadauro, uomo di fiducia del superlatitante Bernardo Provenzano e in quel momento reggente del mandamento di Brancaccio, mentre parla con Salvatore Aragona, anche lui medico e mafioso, dichiarava: "Salvatore… ma tu partici dall’ottantadue, invece… ma chi cazzo se ne fotteva di ammazzare a dalla Chiesa… andiamo parliamo chiaro…”. “E che perché glielo dovevamo fare qua questo favore…”. Ad intercettare le parole del boss, nel 2001, sono i magistrati di Palermo coordinati dal pm Nino Di Matteo, che indagano sull’ex governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro, poi condannato in via definitiva per favoreggiamento aggravato alla mafia.dalla chiesa carlo alberto saluto 850Rileggendo quelle parole una domanda è spontanea: a chi doveva essere fatto questo favore?
Lo stesso Francesco Paolo Anzelmo aveva dichiarato che quell'eccidio non era stato determinato dalla guerra di mafia, ma era “una cosa che era restata fuori” e successivamente anche i collaboratori di giustizia Tullio Cannella e Gioacchino Pennino fornirono ulteriori spunti. Il primo, vicino a Pino Greco Scarpuzzedda, che si sarebbe lamentato con lui per avere dovuto organizzare il delitto (“Stu omicidio dalla Chiesa non ci voleva... Ci vorranno minimo dieci anni per riprendere bene la barca”); mentre il secondo aveva parlato di convergenza di interessi esterni a Cosa Nostra. Una pista seguita a suo tempo anche dai giudici del primo maxiprocesso. Tanto che gli stessi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino parlavano proprio di “convergenza di interessi tra Cosa Nostra e settori politici ed economici”.
Certo è che dalla Chiesa viene ucciso appena cento giorni dopo il suo arrivo a Palermo in veste di Prefetto a cui erano stati promessi dal ministro Rognoni “poteri straordinari”. “Poteri” che non gli furono mai “concretamente” assegnati. Quel che avrebbe fatto con questi “poteri” dalla Chiesa lo aveva detto a Giulio Andreotti, poco prima di partire per la Sicilia: “Non avrò alcun riguardo per la parte inquinata della sua corrente”. Un'affermazione che fece addirittura “sbiancare” il Sette volte Premier. Ma il generale, che aveva già combattuto contro il Terrorismo Rosso, non si sarebbe certo fermato a questo. Avrebbe fatto il suo dovere contro Cosa nostra, indagando affondo sui legami che l’organizzazione criminale stava portando avanti con gli altri segmenti del potere, quello della politica, dell’economia fino ad arrivare ai segmenti deviati.
Per questo è stato fermato.

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GIUDICE VILLANUEVA DISPONE LA CATTURA DI MAPUCHE E NORMA RIOS DI APDH FA VISITA AL LONKO

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

di Jean Georges Almendras
Quando arriverà il giorno in cui il destino dei popoli originari avrà sapore di libertà e di rispetto dei loro diritti? Quando arriverà il giorno in cui l’uomo bianco deporrà i suoi maligni strumenti di potere per garantire la pace a queste comunità sulle cui spalle grava la pesante maledizione del saccheggio e dell’abuso degli uomini bianchi di altre epoche e di oggi? Quando arriverà il giorno in cui gli argentini che beneficiano delle loro finanze, della loro educazione, delle loro università e delle loro libertà (che dall’altra parte vengono calpestate progressivamente dai governanti di turno nonostante essi siano uomini bianchi) possano riuscire a comprendere (capire) che nella convivenza umana, in un regime democratico (democratico?) e civilizzato, hanno come dovere fondamentale attuare la tolleranza tra le collettività umane, senza discriminazione alcuna, razzismo o emarginazione?
Quando si smetterà di esercitare il cinismo e l’ipocrisia? Quando?
Negli ultimi giorni, da queste stesse pagine, riferivamo che nel Tribunale Federale di Barilo che si erano incontrati il Giudice Gustavo Villlanueva, la presidente di APDH (Associazione di Diritti Umani) Norma Ríos e l’avvocato di APDH Sebastián Feudal, e in quella occasione il colloquio si era svolto in armonia, senza per nulla presagire alcun contrattempo.
Contrattempo che si è puntualmente presentato quando il giudice, inaspettatamente, ha respinto la querela presentata da APDH nella causa attinente l’assassinio di Rafael Nahuel. Il magistrato ha stabilito che “il fatto oggetto di indagine non costituisce reato di lesa umanità e nemmeno una grave violazione dei diritti umani”.
Con questo atto, il giudice Villanueva ha messo in chiaro la propria posizione. Ha messo in chiaro la posizione del suo governo. Ha messo in chiaro che la dottrina dell’ubbidienza dovuta non riguardava soltanto il dominio militare.
Dopo questo atto l’APDH è ricorsa in appello ritenendo la decisione di Villanueva vergognosa e che ubbidisce “alla politica di governo che ha voluto creare un nuovo nemico interno, effetto della Dottrina di Sicurezza Nazionale, inasprendo la repressione e la persecuzione contro la comunità mapuche, e impedendoci di espletare il nostro ruolo come organismo di diritti umani”, come si legge nel comunicato ufficiale firmato dalle tre presidenti di APDH.
Nelle ultime ore sono sopraggiunti altri colpi bassi: il giudice Gustavo Villanueva ha disposto l’arresto dei giovani mapuche Fausto Jones Huala e Lautaro González (che quel 25 novembre trasportarono il corpo del moribondo Rafael Nahuel dalla montagna della comunità Lafken Wilkul Mapu di Villa Mascardi, fino alla strada 40) e ha inoltre sollecitato nuove perizie sugli indumenti dei due giovani mapuche e della vittima (Rafael Nahuel) alla ricerca di residui di polvere da sparo.
Come se a distanza di 9 mesi dai fatti, dopo aver sequestrato gli indumenti dei mapuche e di funzionari del gruppo Albatros non fossero già stati eseguiti numerosi analisi per determinare la presenza di polvere da sparo su di essi.
Secondo quanto riferito dai media locali la perizia in questione è stata affidata alla Direzione di Criminalistica e Studi Forensi della Gendarmeria Nazionale. Perizie eseguite sotto la giurisdizione di una forza di sicurezza strettamente legata alle politiche di governo della titolare del Ministero di Sicurezza, Patrizia Bullrich; e ciò che è ancora più grave: una forza di sicurezza che ha agito in modo palesemente discutibile (sospettoso, per meglio dire), in tutto ciò che riguarda il caso Santiago Maldonado.
È evidente quindi che è compito del governo, rafforzare sottilmente e allo scoperto la teoria dello scontro con urgenza. Vale a dire, la versione ufficiale cerca di alimentare l’idea che quel 25 novembre gli agenti furono attaccati a colpi da arma da fuoco. Ciò non è vero, perché i mapuche si sono difesi come sempre avviene quando vengono repressi: con pietre, fionde o con la fuga.
Non bisogna dimenticare, e lo ricordiamo al lettore, che già in precedenza, così come riferito dalla stampa libera e non da portavoci del governo - quelli indumenti furono analizzati da tecnici del laboratorio del Ministerio Público Fiscal della Provincia di Salta e i risultati hanno escluso completamente la teoria dello scontro. Furono portati in laboratorio filmati della perizia e il materiale digitalizzato, consolidandosi il sospetto di un possibile inquinamento delle cinghie di carbonio dovuto all’uso degli stessi guanti in latex per la manipolazione dei campioni.
Da qui la difesa dei giovani chiese la nullità dell’analisi.
Per quanto riguarda il recente ordine di cattura dei due giovani mapuche che portarono il corpo ferito di Rafael Nahuel, i dottori Matías Schraer e Sonia Ivanoff hanno dichiarato al quotidiano Pagina 12: “Preso atto dell’ordine di cattura emesso dal Giudice Villanueva contro Fausto Jones Huala e Lautaro González vogliamo denunciare che si intensifica ancora di più la criminalizzazione, la violenza, la persecuzione e la negazione dell’identità culturale. Situazione che si ripresenta sistematicamente contro gli indigeni che partecipano a manifestazioni o altro per il recupero territoriale che riguarda terre di elevato valore economico, turistico, estrattivo e idroelettrico, tra l’altro”.
I due giovani sono accusati di usurpazione. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il reclamo presentato da Schraer e Ivanoff che ricorreranno in appello dopo l’ordine di cattura emesso da Villanueva dinnanzi il Tribunale di General Roca.
È emerso anche che in questo contesto il Giudice Villanueva ha formalizzato due convocazioni. Dovranno comparire dinnanzi al Tribunale di Bariloche due membri del gruppo Albatros, della Prefettura Navale Argentina: il Primo Caporale Francisco Antonio Lezcano e il Primo Ufficiale Pablo Rubén Berra, il 24 agosto e 7 settembre, rispettivamente. Presenzieranno le udienze il pubblico ministero Silvia Little e gli avvocati rappresentanti delle parti. Lezcano fece parte del contingente di prefetti che partecipò allo sgombero, ma non fece uso di armi da fuoco. Mentre Berra, capo dell’operazione, non prese parte all’irruzione nella comunità mapuche.
La teoria dello scontro continua a insinuarsi nei fatti accaduti a Villa Marcardi.
Un’insinuazione lacerante.
Spudorata.
Come lo è il fatto che il fascicolo dell’assassinio di Rafael Nahuel continua a essere classificato: “Fausto Jones Huala / morte

dubbiosa”.rios lonko incontro

Norma Rios visita il Lonko Facundo Jones Huala
Previa autorizzazione - concessa espressamente dal giudice Gustavo Villanueva - la presidente dell’Assemblea Permanente di Diritti umani (APDH) Norma Ríos ha fatto visita al Lonko Facundo Jones Huala presso il domicilio dove è agli arresti domiciliari, in attesa della decisione della Corte Suprema di Giustizia, sulla sua estradizione in Cile. Parallelamente c’è un ricorso in appello, sollecitando anche la sua scarcerazione.
Benché inamovibili gli uomini e donne della giustizia argentina di fronte agli appelli e alle multipli mobilitazioni popolari che rivendicano - coscientemente e con occhio critico - la libertà del Lonko, finalmente sono stati concessi allo stesso gli arresti domiciliari, argomento che abbiamo già trattato in un nostro precedente articolo dal titolo “Huala ai domiciliari”.
Indossando un braccialetto elettronico (che ovviamente monitora ognuno dei suoi movimenti, dentro l’abitazione di un parente stretto, nella quale vive dal momento in cui lasciò l'Unità Penale di Esquel, in provincia di Chubut), Facundo Jones Huala ha incontrato la presidente di APDH, Norma Ríos.
L’incontro è avvenuto prima di venire a conoscenza della decisione del giudice Gustavo Villanueva di rifiutare l’APDH come querelante nel caso Rafael Nahuel, e prima che lo stesso magistrato emettesse l’ordine di arresto del fratello del Lonko, Fausto Jones Huala e del giovane Lautaro González.
Norma Ríos, dall'Argentina ha raccontato sinteticamente ad Antimafia Dos Mil gli aspetti rilevanti del recente incontro con il Lonko: “L’ho trovato molto bene, si sta recuperando fisicamente, soprattutto dopo lo sciopero della fame. Era con Andrea, la sua compagna. Le visite e le sue dichiarazioni ai mezzi stampa sono soggetti ad una serie di restrizioni. I suoi avvocati Sonia Ivanoff ed Elisabeth Gómez si stanno occupando di questo aspetto. Dal punto di vista umano, il Lonko è sempre fermo nella lotta che porta avanti da tempo. Fermo politicamente e ha ben chiara l'idea che la lotta deve continuare, come il primo giorno. Io comprendo che ha dei validi motivi per continuare a lottare, e non abbiamo dubbi che è incarcerato ingiustamente”. Foto di copertina: www.diariospatagonicos.comFoto 2: Gentilezza di Norma Ríos di APDHARTICOLI CORRELATINora Cortiñas: ''Questo governo vuole negare la tragedia di Santiago Maldonado''

 

   

PIANETA OGGI - SPECIALE STRAGE TRENO ITALICUS E RAPIDO 904. NUOVA COLLABORAZIONE CON RDE RADIO DIFFUSIONE EUROPEA IN AM

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

SAN BENEDETTO V.S.

IMPORTANTE INTERVENTO DEL SINDACO ALESSANDRO SANTONI, IMMAGINI DA SAN BENEDETTO V. S. SULLA CERIMONIA.

IN COLLABORAZIONE CON IL CIRCUITO DT INTERREGIONALE E LA PRESENTAZIONE DELLA NUOVA COLLABORAZIONE CON L' EMITTENTE RADIO DIFFUSIONE EUROPEA IN AM SUI 1584 KHZ DA TRIESTE PER TUTTA LA COSTA DELL'ALTO E MEDIO ADRIATICO,

www.radiodiffusioneeuropea.net

 

http://www.radiodiffusioneeuropea.net/2018/08/26/nuova-collaborazione-di-rde-con-pianeta-oggi-tv/

 

 DA PARTE DI TUTTA PIANETA OGGI TV LA MASSIMA SOLIDARIETA' ALL'EMITTENTE RDE SUL GRAVE FATTO INERENTE AL SABOTAGGIO DEL TRASMETTITORE IN ONDE MEDIE DEI 1584 KHZ, AD OPERA DI PERSONAGGI CHE DOVREBBERO ESSERE EMARGINATI DALLA SOCIETA' CIVILE.

 

   

GENOVA, PONTE MORANDI

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

DAL FATTO QUOTIDIANO:

"Ponte Morandi, governo: “Verso revoca della concessione ad Autostrade”. Conte: “Stato d’emergenza di 12 mesi”

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/08/15/ponte-morandi-governo-verso-revoca-della-concessione-ad-autostrade-conte-stato-demergenza-di-12-mesi/4561059/

 

   

PIANETA OGGI REPORTER - SPECIALE 38° ANNIVERSARIO DELLA STRAGE ALLA STAZIONE DI BOLOGNA FS

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

DA BOLOGNA FS: INTERVISTE AI RESPONSABILI ALTARE BUS 37 CHE TRASPORTO' MORTI E FERITI,

A SEGUIRE, I NARRATORI DEL CANTIERE 2 AGOSTO DELLA COMMEMORAZIONE 2017,INSIEME ALLA REGIONE

PRESIDENTE CAMERA DEPUTATI ROBERTO FICO,

PRESIDENTE ASSOCIAZIONE PARENTI DELLE VITTIME PAOLO BOLOGNESI

DA SAN BENEDETTO VAL DI SAMBRO: IMMAGINI ED INTERVISTA AL SINDACO ALESSANDRO SANTONI.

REDAZIONE INVIATO CONDUZIONE E REGIA MASSIMO BONELLA DIRETTORE DELLA TESTATA PIANETA OGGI TV ALLNEWS

PROGRAMMA DI APPROFONDIMENTO SETTIMANALE IN COLLABORAZIONE CON IL CIRCUITO DT INTERREGIONALE ED ONLINE RST SAIUZ.

 

 

   

IN PRIMO PIANO: LA STRAGE DI BOLOGNA: UN NUOVO GRIDO DI VERITA' E GIUSTIZIA, 38 ANNI DOPO

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

IN COLLABORAZIONE CON LA TESTATA ANTIMAFIA DUEMILA DI PALERMO

www.antimafiaduemila.com

bologna05Emersi nuovi elementi sul coinvolgimento di P2 e Servizi segreti
di Aaron Pettinari
Fatti nascosti, taciuti, misteri, anomalie, depistaggi e mezze verità. Sono questi, purtroppo, gli "ingredienti" che hanno caratterizzato diversi episodi della storia del nostro Paese. Oggi sono passati esattamente 38 anni dall'attentato alla stazione di Bologna quando, nel 1980 alle ore 10.25, una bomba esplose uccidendo 85 persone e ferendone oltre 200. Oggi si torna a fare memoria, a riflettere ma la certezza è che si debba andare oltre il semplice ricordo, oltre quel minuto di silenzio che unirà non solo i bolognesi ma tutti gli italiani. Si sono celebrati processi e pur conoscendo i nomi degli esecutori, (per la strage sono già stati condannati i terroristi Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini, ndr) e tutt'ora è in corso davanti la Corte d'Assise il processo per concorso in strage all'ex Nar, Gilberto Cavallini, non conosciamo chi ha voluto che si perpetrasse quell'efferato delitto (sui mandanti occulti c’è l'indagine, ancora aperta, della Procura generale di Bologna). Manca, dunque, una verità completa su quel massacro, anche se oggi qualche elemento nuovo sta emergendo con ulteriori particolari sui rapporti fra terroristi, Servizi segreti e P2 nei giorni dell’attentato, nel nome di Gladio (la nota rete militare segreta anticomunista la cui esistenza fu rivelata da Giulio Andreotti alla Camera, il 24 ottobre 1990).
Nei giorni scorsi l'Espresso ha parlato dei nuovi documenti di cui è stata chiesta l'acquisizione nel procedimento in corso contro Cavallini. Questi, secondo il settimanale, avrebbe avuto dei legami proprio con Gladio, e verrebbe dimostrato da alcune banconote usate al tempo dall'ex Nar. Dalle carte emerge che il 12 settembre 1983, i carabinieri perquisirono a Milano un covo di Cavallini, e tra le sue cose venne trovato il reperto numero 2/25, una mezza banconota da 1.000 lire, con il numero di serie che termina con la cifra 63.
Spulciando gli archivi di Gladio, è emersa l'esistenza di un documento sconcertante che l'Espresso è riuscito a recuperare, ovvero una foto di banconote da 1.000 lire, tagliate a metà, e i fogli protocollati in cui si spiega che erano il segnale da usare per accedere agli arsenali e prelevare armi o esplosivi, in particolare dalle caserme in Friuli.
Non solo. In una foto si legge anche il dettaglio che le ultime due cifre di una mezza banconota sono proprio 63, ovvero le medesime della "mezza banconota" trovata da Cavallini.
Ciò significherebbe che l'ex Nar aveva il modo di prelevare direttamente qualsiasi tipo di materiale dagli arsenali di Gladio.
Ma nuovi spunti sono dati anche dalle parole di Vito Zincani, il giudice istruttore della maxi-inchiesta sulla strage, il quale, vedendo le carte ritrovate dall'Espresso, ricorda che anche "Fioravanti aveva rubato un’intera cassa di bombe a mano, modello Srcm, quando faceva il servizio militare a Pordenone. Era stato ammesso alla scuola ufficiali quando risultava già denunciato e implicato in gravi reati. Per capire come avesse fatto, abbiamo acquisito i suoi fascicoli". In quegli archivi della divisione Ariete fu trovato un documento dell'Ufficio I (quello dei servizi militari). "Si indicava proprio Fioravanti e Alessandro Alibrandi come responsabili del furto delle Srcm - ha aggiunto Zincani - Quelle bombe sono state poi utilizzate per commettere numerosi attentati. Sono fatti accertati, mai smentiti".
Un elemento che dimostra come Fioravanti, prima della nascita dei Nar, già godesse di coperture militari e dei servizi.
Sullo sfondo della strage di Bologna resta poi l'ombra immensa del Gran Maestro della P2, Licio Gelli. Lui è morto nel 2015 ma è stato accertato il suo ruolo nel depistaggio ordito dopo l'attentato. A suo carico, oggi, emergono nuovi fatti, su cui indaga la Procura generale nel filone sui mandanti.
L'Espresso ha pubblicato anche questi elementi evidenziando come tra le carte dell’epoca sequestrate a Gelli vi è un documento classificato come "piano di distribuzione di somme di denaro". Riguarda milioni di dollari usciti dalla Svizzera proprio nel periodo della strage e dei depistaggi, tra luglio 1980 e febbraio 1981. Un documento che ha nell'intestazione proprio il riferimento alla città: "Bologna - 525779 XS". Secondo quanto approfondito dagli inquirenti il numero e la sigla corrispondono a un conto svizzero di Gelli. Ci sono poi anche delle note, scritte di pugno da Gelli, in riferimento a pacchi di contanti da portare in Italia. Denaro che, solo nel mese che precede la strage, tocca la cifra di quattro milioni di dollari.bolognesi paolo c imagoeconomicaPaolo Bolognesi, presidente dell'associazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna (© Imagoeconomica)
Numeri, documenti, indagini. Oggi Bologna torna a ricordare stringendosi attorno ai familiari delle vittime che chiedono verità e giustizia.
Il presidente dell’associazione dei familiari delle vittime, Paolo Bolognesi, ha già spiegato che ai componenti del Governo è stato chiesto l’impegno dell’esecutivo su due questioni chiave come il risarcimento dei danni ma, soprattutto, sulla desecretazione dei documenti relativi agli anni dell’attentato.
Intervistato da "La Repubblica" Bolognesi ha lanciato un grido d'allarme: "C’è ancora chi non vuole la verità sulla strage di Bologna. Ed oggi il rischio di depistaggi è paradossalmente più alto che in passato. E lo è perché la posta in gioco è più alta. I processi del passato, che hanno portato alla condanna di Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, hanno certificato le responsabilità di tre esecutori materiali; il processo in corso e l’inchiesta che sta svolgendo la procura generale sui finanziatori e sui mandanti della strage alzano di molto il tiro andando sulle possibili responsabilità di livelli superiori. È chiaro che più si sale di livello, maggiore è la possibilità di toccare trame fino a ora sconosciute, o solo intuite. Ovvio ritenere che certi poteri proveranno a difendersi occultando la verità".
Sulla strage, secondo Bolognesi, "si può scoprire ancora molto. Le tecnologie e gli strumenti investigativi moderni offrono molte possibilità in più rispetto al passato. Poi resto convinto che anche sul fronte documentale non tutto sia già saltato fuori. L’Italia è un paese nel quale i documenti vengono fatti sparire, ma quasi mai vengono distrutti. Perché certe carte consentono il ricatto e il controllo di alcuni apparati. Sono spariti alcuni archivi, ma c’è chi sa dove sono e conosce la verità". Se da una parte si può avere fiducia del lavoro della magistratura ("Stanno lavorando, credo che sia necessario essere attenti e prudenti. Siamo in una fase delicata e insidiosa, ma ho grande fiducia nel lavoro che si sta facendo, vedremo i risultati a tempo dovuto, è giusto così") secondo Bolognesi è necessario che anche la politica faccia la sua parte. E la desecretazione di tutti i documenti è un punto fondamentale nella ricerca della verità.

 

   

CIAO RITA!

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

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borsellino rita paolo falcone c ansadi Lorenzo Baldo
Il ricordo è indelebile: l’anniversario della strage di via D’Amelio del 2000. Fiaccole che ardono sul sentiero sterrato che porta alla “Vignicella”. In un flashback riaffiora il vecchio edificio appartenuto ai Gesuiti (venduto alla fine del 1880 a un’Opera Pia che ha realizzato la “Real casa dei matti”) dove per qualche tempo si è svolta la manifestazione “Legami di memoria”. Molto più che una semplice manifestazione per Rita Borsellino: un’agorà dove ritrovarsi per fare il punto della situazione e per progettare. Ed è quella l’immagine che ci torna alla mente in queste ore. Era il primo anno di Antimafia Duemila, la passione civile di Rita ci colpì immediatamente. Conoscevamo la sua storia dai libri e dagli articoli dei giornali; l’avevamo incontrata in alcune occasioni, ma quella sera le sue parole fecero breccia dentro di noi. Ed è ripensando alla profondità delle sue parole pronunciate in questi anni che vogliamo ricordarla.Zona rimozione
Sono quelle inascoltate, nei 57 giorni tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio, le prime parole che vogliamo rammentare.

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PIANETA OGGI REPORTER - SPECIALE XXVI ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DI VIA D'AMELIO (PARTE 3)

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

DA PALERMO INTERVISTE A:

ANTONIO  INGROIA COLUI CHE HA AVVIATO IL PROCESSO STATO MAFIA, A SEGUIRE

ANNALISA  INSARDA'  ATTRICE,

ALFREDO  RUSSO  SCORTA CIVICA DI PALERMO.

IN COLLABORAZIONE CON IL CIRCUITO DT INTERREGIONALE,

REDAZIONE, CONDUZIONE, E REGIA DI MASSIMO BONELLA DIRETTORE DI PIANETA OGGI TV ALLNEWS.

 

 

   

PIANETA OGGI - SPECIALE XXVI ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DI VIA D'AMELIO (PARTE 2)

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

INTERVISTE A:

ON. PIERA AIELLO A CURA DI ADRIANA G. GNANI

I RAGAZZI SI OUR VOICE MOVIMENTO CULTURALE INTERNAZIONALE

ROBERTO DOMINICI ASSOCIAZIONE LIBERA

PROGRAMMA IN COLLABORAZIONE CON IL CIRCUITO INTERREGIONALE DT, RST SAIUZ E ANTIMAFIA DUEMILA.

CONDUZIONE, REDAZIONE E REGIA DI MASSIMO BONELLA DIR. DI PIANETA OGGI TV ALL NEWS

www.antimafiaduemila.com

www.radiosaiuz.it

 

 

   

IL FURTO DELL'AGENDA ROSSA DI PAOLO BORSELLINO

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

arcangioli borsa borsellino video

di Giorgio Bongiovanni
Le indagini dei mandanti esterni del pm Di Matteo 


Un collage di foto e video, alcuni inediti, che può aiutare le autorità giudiziarie nel far luce sulla misteriosa e vergognosa scomparsa della agenda rossa di Paolo Borsellino il giorno della strage (che pubblichiamo integrale per gentile concessione del movimento Agende Rosse). Grazie al lavoro di Angelo GaravagliaFragetta (agenda rossa e collaboratore di Salvatore Borsellino) di raccolta e analisi dei vari filmati e foto di quel giorno, si possono vedere, da diverse inquadrature e riprese, dei personaggi chiave che nei minuti successivi allo scoppio della bomba in via d'Amelio si muovono attorno all'auto ancora in fiamme.
A partire dalla prima foto ritrovata: il carabiniere Giovanni Arcangioli con la valigia di Borsellino in mano pochi minuti dopo la tragedia, immagine scoperta dal collega e vicedirettore di questo giornale Lorenzo Baldo che informò le autorità competenti e da cui ebbe inizio l'indagine sulla agenda rossa. Per continuare a tracciare gli spostamenti di Arcangioli con la valigia fino a individuarlo mentre parla e stringe la mano ad un personaggio sconosciuto in camicia e occhiali scuri che poi sembra ricomparire in altri frame che si aggira vicino all'auto distrutta.
Dal video emergono anche i vari movimenti di Giuseppe Ayala, che nelle sue testimonianze è riuscito a dare più differenti versioni e che ci auguriamo ora, grazie all'indagine giornalistica di Garavaglia si riesca a ricostruirne una unica. Emergono infatti possibili nuovi testimoni da sentire, come il magistrato Nicola Mazzamuto, spesso presente vicino all'auto di Borsellino. Si intravede spesso, anche vicino ad Ayala, la figura del colonnello dei carabinieri Emilio Borghini, che per il grado avrebbe potuto coordinare le azioni di Arcangioli o altri carabinieri in quei frangenti.
Delle tante persone sentite riguardo la borsa di Paolo Borsellino, nessuna ha mai detto di aver visto l'agenda rossa ma nella borsa consegnata nell’ufficio del dirigente della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera dell'agenda rossa non c'è traccia. Eppure la moglie Agnese, e i figli Manfredi, Lucia e Fiammetta hanno sempre confermato che Paolo Borsellino mise l'agenda rossa dentro la valigia di cuoio la mattina del 19 luglio prima di recarsi dalla madre. I famigliari hanno raccontato anche che quando chiesero spiegazioni a La Barbera per l'assenza della agenda dentro la borsa riconsegnata, dopo la strage, lo stesso (riconosciuto come principale responsabile del depistaggio delle prime indagini sulla strage, secondo la sentenza del Borsellino Quater) li screditò in modo irrispettoso. A testimoniare l'esistenza dell'agenda rossa e l'importanza che aveva per le indagini di Paolo Borsellino, oltre a video e filmati dell'epoca, ci sono anche testimonianze e ricordi di amici o collaboratori, come il maresciallo Canale ad esempio, che racconta come il magistrato annotasse tutto in quella agenda rossa. Che fine ha fatto quindi quell'agenda rossa tanto importante?
Resta certamente l'interrogativo sul perchè Arcangioli si sia allontanato dall'auto con la borsa in mano per poi rimetterla dentro l'auto ancora fumante. Interrogativo al quale, a nostro avviso e secondo anche i giudici della Corte d'Assise di Caltanissetta che hanno emesso la sentenza del Borsellino quater, Arcangioli non ha fornito risposte soddisfacenti anzi, ha rilasciato “una deposizione ben poco convincente” oltre ad aver avuto un comportamento “molto grave”.
La possibilità che in via d'Amelio ci fossero gli uomini dei servizi segreti era già stata sollevata dalle delicatissime indagini di Nino Di Matteo e Luca Tescaroli, su Bruno Contrada, per concorso in strage, e per chiarire se l'ex numero 2 del Sisde fosse stato presente quel giorno.
Un'ipotesi che fu scandagliata incriminando l’allora funzionario di Polizia Roberto Di Legami che avrebbe rivelato quell’informazione a due suoi colleghi: Umberto Sinico e Raffaele Del Sole, al tempo in forza al ROS. A far emergere l’intera vicenda era stato il tenente dei Carabinieri Carmelo Canale, stretto collaboratore di Paolo Borsellino, processato e poi prosciolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Tuttavia la ricostruzione fornita da tutti questi ufficiali non è mai combaciata e “tra non ricordo”, ritrattazioni e smentite si è messa una pietra tombale sulla questione. Bruno Contrada ha sempre sostenuto di aver appreso della strage (circa un minuto dopo l’esplosione secondo i tabulati) mentre si trovava in mare aperto a bordo dell’imbarcazione dell’amico Gianni Valentino che ha sempre confermato il suo racconto.
La presunta confidenza di Di Legami a Sinico raccontava anche di una relazione di servizio che attestava la presenza di Contrada in via D’Amelio, andata però distrutta.
Ma come mai l'agenda rossa doveva essere fatta sparire quando costituiva una importantissima fonte per le indagini future? Forse perchè Borsellino aveva scoperto la trattativa in corso, confermata da ben due sentenze (una definitiva e una in primo grado) oppure c'erano altre scoperte inquietanti e drammatiche che aveva fatto Paolo riguardo la strage del suo amico e fratello Falcone, ucciso solo 57 giorni prima della bomba in via d'Amelio? Supponiamo che in quella agenda ci fossero i nomi che i pentiti come Salvatore Cancemi rivelano a Di Matteo: Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Nomi che ritornano nei dialoghi del boss Giuseppe Graviano che in carcere parla di Berlusca come se le avesse chiesto un favore.
Oggi Dell'Utri è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa (sentenza definitiva) e per attentato a corpo politico dello Stato (primo grado nel processo trattativa Stato-mafia) ma ricordiamo i duri attacchi che si sollevarono contro i magistrati quando, durante le indagini sulla strage portate avanti principalmente da Nino Di Matteo e Anna Maria Palma, per la prima volta i pentiti fanno il nome di Berlusconi e Marcello Dell'Utri come supposti mandanti esterni delle stragi.
Il lavoro d'indagine “dal basso” fatto da semplici cittadini che vogliono contribuire alla ricerca della verità come ha fatto in questo caso Angelo Garavaglia è sicuramente un prezioso contributo che noi ci auguriamo che la procura e la Dia di Caltanissetta, composte da professionisti e uomini delle forze dell’ordine specializzati in materia, possano accogliere e approfondire per trovare finalmente la verità sulla strage del 19 luglio 1992.

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LE PAROLE DI MARTA FIORE BORSELLINO E L'INIZIO DI UNA NUOVA ANTIMAFIA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

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SALVATORE BORSELLINO: "RITUCCIA, ADESSO AVRO' ANCHE IL TUO SOGNO PER CUI COMBATTERE"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

di Salvatore Borsellino
Ciao Rituccia, ormai ero rimasto forse solo io a chiamarti così, come ti chiamava nostro padre che tra tutti i figli vedeva solo te, prendeva in braccio solo te, la più piccola, provocando la gelosia di noi, i figli maschi più grandi che per indispettirti ti raccontavamo che tu non eri, come noi, figlia dei nostri genitori ma eri stata adottata da una famiglia di povera gente che non ti avevano chiamato Rita, ma Scurpidda. E tu scoppiavi a piangere ma poi, poco dopo, dimenticavi tutto e tornavi a cercarci per avere le nostre carezze con quel tuo sorriso che ti faceva splendere il viso già da piccola e al quale non potevamo resistere.

Quel tuo sorriso che hai voluto portarti via troppo presto per andare a cercare quella Verità per cui hai tanto combattuto direttamente da Paolo, da nostra madre, da Adele, l’altra nostra sorella, la più grande, quella che chiamavamo ‘materna’ solo perché aveva qualche anno più di noi e per questo preferiva stare con i ‘grandi’ piuttosto che partecipare ai nostri giochi troppo ‘da piccoli’.Tu adesso sai la Verità ma mi hai lasciato da solo a lottare, su questa terra, per la Verità e per la Giustizia per quelle stragi che nel ’92 hanno cambiato la nostra vita.Ma non temere, non smetterò di lottare, non mi sento solo, non mi sento più debole.Se prima avevo soltanto la luce di Paolo a rischiararmi la strada, a dare forza alle mie gambe, alle mie parole, adesso ci sarà anche la tua.Se prima avevo solo il sogno di Paolo per cui combattere fino all’ultimo giorno della nostra vita, come ci aveva fatto promettere nostra madre quando ci aveva chiamati il giorno dopo quel tremendo 19 luglio, adesso avrò anche il tuo sogno per cui combattere e non sarà difficile perché il tuo, come quello di Paolo, è soltanto un sogno d’amore.Tratto da: 19luglio1992.com

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LA STRAGE DI GENOVA DEL PONTE MORANDI

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

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benetton luciano gilberto giuliana carlo

(IN COLLABORAZIONE CON LA TESTATA ANTIMAFIADUEMILA ALLNEWS)

E adesso arrestate i Benetton
di Giorgio Bongiovanni
Ci complimentiamo con il governo Conte per aver tolto la concessione per le autostrade ai fratelli Benetton dopo il tragico crollo del ponte Morandi che martedì 14 agosto ha causato ben 43 morti. Ora però aspettiamo che venga data alla magistratura la possibilità di indagare a fondo sulle responsabilità di questa evitabile tragedia ed arrestare i Benetton per omicidio colposo (art.589 del cod.p.p.), reato che una volta provato, può prevedere fino a quindici anni di carcere. Difficile pensare che i Benetton, a capo di Aspi (Autostrade per l’Italia), non abbiano responsabilità, dal momento che, malgrado l’allerta e la segnalazione della pila 9, poi crollata, non si è messo in sicurezza il ponte. Ancora una volta i Benetton si sono dimostrati avidi di denaro, non attenti al fatto che lasciare il ponte in quello stato poteva portare alla perdita di vite umane. Un ‘modus operandi’ che sembra caratterizzare spesso il business di questa famiglia imprenditoriale veneta. Un esempio è la vergognosa ingiustizia che la Benetton sta continuando a imporre al popolo Mapuche in Argentina, sottraendogli le terre in cui da millenni il popolo nativo vive. Terre che negli anni ’90, la famiglia Benetton acquisì, grazie all’allora presidente Carlos Menem ad un prezzo irrisorio, confinando i Mapuche in zone marginali e improduttive, o costringendoli alla migrazione nei centri urbani. Nel 2007 però il popolo nativo della Patagonia decise di recuperare il suo territorio ancestrale, e per anni ha dovuto affrontare continui e violenti tentativi di sgombero, nonostante, più tardi nel 2014 l’Istituto Nazionale degli Affari Indigeni (INAI) riconobbe il diritto dei Mapuche sul territorio.

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