Giovedì, Ottobre 19, 2017
   
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Antimafia Duemila & Terzo Millennio

GUARDIE O LADRI

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

(IN COLLABORAZIONE CON LA TESTATA ANTIMAFIADUEMLIA ONLINE DI PALERMO)

di Giorgio Bongiovanni
Su Il Sole 24 Ore le dichiarazioni di Di Matteo su via d'Amelio Da lunedì, su ilsole24ore.com, il giornalista Roberto Galullo, nel suo blog “Guardie o ladri”, sta ricostruendo a puntate alcuni spunti investigativi, finora trascurati, sulla strage di via d'Amelio che il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo ha spiegato alla Commissione parlamentare Antimafia. Il magistrato è stato sentito, il 13 settembre, a seguito delle dichiarazioni di Lucia Borsellino, figlia del giudice Paolo Borsellino, sulla possibile esistenza di un depistaggio nella prima inchiesta sulla strage di via d'Amelio. Finalmente anche un giornale nazionale (per ora preceduto solo da “Il Fatto Quotidiano”) ha deciso di approfondire e provare a fare chiarezza su questi 25 anni di pezzi di verità, depistaggi e interrogativi riguardo la strage di via d’Amelio.

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'NDRANGHETA, IL BUSINESS DEI RIFIUTI DEI PIROMALLI

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

(ARTICOLI PUBBLICATI IN COLLABORAZIONE CON LA TESTATA ANTIMAFIA DUEMILA ONLINE ALLNEWS)

Operazione “Metauros”, 7 arresti: “Fanghi come fertilizzanti, pericolo per la salute"
di Miriam Cuccu
Per le cosche il termovalorizzatore di Gioia Tauro era il crocevia dello smaltimento di rifiuti: un business interamente nelle mani del clan Piromalli, dalla manutenzione, allo smaltimento dei fanghi, al trasporto, grazie anche all'utilizzo di false fatturazioni e all'inserimento di propri uomini nel ciclo dello smaltimento e della lavorazione dei rifiuti. L'enorme giro d'affari emerge dall'operazione “Metauros”, scattata per opera della Squadra mobile di Reggio Calabria e del Comando provinciale dei carabinieri, che ha portato all'arresto di sette soggetti considerati affiliati ai Piromalli.

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RICORDANDO CLAUDIO DOMINO, IL VOLTO DELL'INNOCENZA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

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di Davide de Bari
“I figli, se li ami, ti lasciano quando scompaiono una ferita talmente profonda che solo il tempo aiuterà a guarire. Sono passati trentuno anni, il tempo non ha fatto altro che togliere i punti a quella ferita che si apre ogni anno e ti lascia sempre il segno”. Con l’emozione che trabocca delle sue parole Antonio Domino, padre del piccolo Claudio Domino, ucciso da Cosa Nostra all’età di undici anni il 7 ottobre 1986, è intervenuto durante la trasmissione de L’Altroparlante andata in onda su Radio In 102 lo scorso mercoledì sera. Ancora una volta è giunto il giorno del ricordo ma la volontà di rendere onore alla memoria del piccolo Claudio e a quella degli altri 107 bambini uccisi dalle mafie, della famiglia Domino è una promessa che si rinnova quotidianamente.


La vicenda di Claudio
La storia della famiglia Domino è davvero drammatica. Quando Claudio venne ucciso era ancora in corso il maxiprocesso e all’epoca il padre gestiva un'azienda che aveva ricevuto in appalto il servizio di pulizia all'interno dell'aula bunker. Il bambino stava giocando davanti

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LA FINANZA CRIMINALE PADRONA DEL MONDO

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di Giorgio Bongiovanni
I numeri del traffico di droga, il viaggio che la cocaina compie dal Sudamerica al porto di Gioia Tauro, le rotte, la rete degli affari, gli interessi dei clan, gli investimenti all’estero. Sono solo alcuni degli argomenti che il Procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, ha affrontato nell’intervista che potete leggere nel nostro giornale. Ai dati drammatici che ci ha fornito con le sue risposte si aggiungono le parole di un’altra figura autorevole nel panorama internazionale, ovvero quelle dell’economista Antonio Maria Costa, già vice segretario generale delle Nazioni Unite. Questi, interpellato dalla Fondazione Centesimus Annus pro Pontifice per approfondire sui traffici di persone e sulla criminalità economica e finanziaria, ha spiegato come collettivamente le varie forme di crimine del mondo (mafie in testa con il traffico di droga per poi passare alla corruzione ed i reati finanziari) generano un giro d’affari di oltre mille miliardi di euro l’anno. “Collettivamente, le varie forme di crimine rappresentano la più grande industria del mondo” ha detto l’economista senza mezze misure. Quindi ha snocciolato i numeri stimando il traffico di droga mondiale (abbiamo visto come la ‘Ndrangheta detiene il monopolio del traffico di cocaina in Occidente) in una cifra pari a 350 miliardi di euro l’anno. La vendita illegale di armi è stimata attorno agli 80-100 miliardi di euro l’anno, mentre il danno che produce la corruzione “secondo il Fondo Monetario Internazionale raggiunge i 1.000 miliardi di euro l’anno.

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GRATTERI: "I MILIARDI DEL NARCOTRAFFICO POSSONO ALTERARE UNA DEMOCRAZIA"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

Intervista al Procuratore capo di Catanzaro
di Giorgio Bongiovanni ed Aaron Pettinari
“Quello della droga è un mercato che non conosce crisi e la ‘Ndrangheta controlla l’80% del traffico di cocaina che arriva in Europa. Tradotto significa un guadagno di quarantasei miliardi di euro l’anno. Quanto una finanziaria di uno Stato medio Europeo”. Le parole di Nicola Gratteri rendono efficacemente l’idea del potere, non solo economico, che la mafia calabrese ha acquisito nel corso della sua storia. Sotto scorta dall’aprile del 1989 è considerato, tanto in Italia quanto all’estero, tra i massimi esperti nel contrasto al traffico di stupefacenti. E’ stato pm in numerosissime inchieste che hanno riguardato la criminalità organizzata calabrese, dal 2009 al 2016 come procuratore aggiunto presso la Dda di Reggio Calabria, ed oggi è Procuratore capo a Catanzaro, un’area in cui la ‘Ndrangheta è forte e presente. Ed è proprio a Catanzaro che lo abbiamo incontrato.

Procuratore, come è riuscita la ‘Ndrangheta a diventare monopolista del traffico di droga nel mondo occidentale?
Questo dato si ha nel momento in cui, nel mondo occidentale, cambiano usi, costumi e consumi nel campo dello stupefacente. Questo è avvenuto verso la fine degli anni Ottanta quando la cocaina perde la sua connotazione sociale diventando una droga di massa. Il risultato è che oggi l’80% dei tossicodipendenti in Italia ed in Europa sono cocainomani anche se negli ultimi anni si sta registrando una ripresa del consumo di eroina (si è passati dal 5 al 7%) grazie agli effetti della guerra in Afghanistan.

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VAJONT: QUANDO IL DESTINO SPOSO' IL SOGNO E LA MORTE

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

(IN COLLABORAZIONE CON ANTIMAFIA DUEMILA)

di Luciano Armeli Iapichino
La storia del professore siciliano Vincenzo Gumina

Interviste a Gioacchino Bratti, Toni Sirena, Antonino Speziale

Questa storia giunge direttamente dagli archivi di quella memoria popolare gelosamente custodita nel cuore di chi ha vissuto nel periodo del secondo dopoguerra, testimone di un’Italia che “arrancava” nella pianificazione della ricostruzione.

Una storia in cui una qualche anomalia nell’ingranaggio che regola la sorte degli uomini ha unito dinanzi a Dio, alla Storia – quella con la “S” maiuscola – e per sempre, la speranza della realizzazione di un sogno alla morte. Uno sponsale sepolcrale nazionale.

Una storia in cui “uomini” delle Istituzioni sarebbero potuti essere processati con l’infamante accusa di “crimine contro l’umanità”.  

Una storia che inizia nelle pastoie della burocrazia; due lettere formali, due richieste, due progetti di quell’Italia post-bellica inizialmente diversi per forma e contenuto, “lontani” nel tempo e nello spazio, “fermi” nei cassetti di due rispettivi Ministeri, che finiranno per ricongiungersi con l’avallo del destino in uno dei giorni più funerei della Repubblica: il 9 ottobre del 1963.

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"AMBIENTI ESTERNI A COSA NOSTRA CONDIVISERO IL PROGETTO DI UCCIDERE FALCONE"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

Depositate le motivazioni della sentenza del processo Capaci bis
di Aaron Pettinari
“Nel presente procedimento 'viene a formarsi un quadro, sia pure non ancora compiutamente delineato, che conferisce maggiore forza alla tesi secondo cui ambienti esterni a cosa nostra si possano essere trovati, in un determinato periodo storico, in una situazione di convergenza di interessi con l’organizzazione mafiosa, condividendone i progetti ed incoraggiandone le azioni'”. Riprendendo le parole presenti nella memoria dei pm, depositata il 25 luglio 2016, i giudici della corte d’assise di Caltanissetta (presidente Antonio Balsamo, a latere Graziella Luparello) affrontano il delicato tema dei “mandanti esterni” sulla strage che il 23 maggio 1992 uccise il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Le motivazioni della sentenza che ha portato nel luglio 2016 alla condanna all'ergastolo per Salvo Madonia, Lorenzo Tinnirello, Cosimo Lo Nigro e Giorgio Pizzo, e all'assoluzione “per non aver commesso il fatto” di Vittorio Tutino, sono state depositate nei giorni scorsi.

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TRATTATIVA, CHILOIRO: QUANDO RIINA MI PARLO' DI GELLI E "ZIO SARO"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

Subranni e Cinà: dichiarazioni spontanee contro tutte le accuse
di Lorenzo Baldo e Miriam Cuccu
“A Palermo è diventato sindaco, ha fatto gli affari con le case. Dietro di lui c'era “L”, Licio Gelli”. Totò Riina, che dal carcere di Parma segue il processo trattativa Stato-mafia, non usa lasciarsi andare a commenti. Ma quel giorno – è il 30 marzo di quest'anno – davanti all'agente di polizia penitenziaria Cosimo Chiloiro oggi teste davanti alla Corte d'Assise di Palermo inizia a parlare. Di Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo, di “Binnu” Provenzano, che con don Vito “andava d'accordo”, e dello “zio Saro”, che possibilmente sarebbe il noto pregiudicato Rosario Pio Cattafi da molti considerato “trait d'union” fra la mafia barcellonese e le altre associazioni criminali, di cui Riina parla come “un trafficante d'armi straniero”.
“Ero nella saletta delle conferenze, in attività di vigilanza. – ha esordito Chiloiro – Riina cominciò a parlare durante la pausa dell'udienza. Eravamo solo io e il detenuto. In quel momento disse che voleva proseguire l'udienza per vedere se parlavano dello 'zio Saro', trafficante di armi”. Quel giorno, in aula,

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NINO DI MATTEO, E IL GIORNALISMO A QUATTRO ZAMPE

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(IN COLLABORAZIONE CON ANTIMAFIADUEMILA)

di Saverio Lodato
Ma quanto è rognosa, imbarazzante, politicamente scorretta, urticante, ingestibile e indigeribile, questa recentissima audizione di Nino Di Matteo alla commissione antimafia sull’infinita via crucis delle indagini e della mezza dozzina di processi sulla strage Borsellino.
Audizione secretata, come è giusto che sia.
E su richiesta dello stesso Di Matteo, il quale, essendo a conoscenza del fatto che molti contenuti delle sue indagini sono adesso a disposizione delle Procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze, non ha voluto mettere in imbarazzo i suoi colleghi, facendo loro fretta. Ma siamo pur sempre in Italia.
E per fortuna, qualcosa di questa audizione - e verrebbe da dire, appunto, all’italiana - è trapelata. E ci riferiamo a quei pochi elementi di verità che appaiono

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VIA D'AMELIO, DI MATTEO: APPROFONDIRE LE INDAGINI SU MANDANTI ESTERNI

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(IN COLLABORAZIONE CON ANTIMAFIA DUEMILA)

 

La denuncia del pm alla Commissione antimafia
di Giorgio Bongiovanni, Lorenzo Baldo e Miriam Cuccu
Altro che “errore giudiziario”. Se qualcuno ha fatto di Vincenzo Scarantino un “pupo vestito” ad arte per depistare le indagini sulla strage di via d'Amelio “questo è depistaggio”, senza girarci troppo attorno. L'ha puntualizzato davanti alla Commissione parlamentare antimafia il pm Nino Di Matteo, convocato su sua esplicita richiesta per “contribuire a ristabilire la verità dei fatti" e mettere “fine a strumentalizzazioni dannose”. Già all'indomani del 25° anniversario dell'assassinio di Paolo Borsellino e degli agenti di scorta, infatti, Di Matteo aveva domandato di essere sentito a seguito delle precedenti audizioni presiedute dalla Commissione, inclusa quella di Fiammetta Borsellino, figlia del giudice ucciso, che aveva denunciato il depistaggio facendo anche il nome di Di Matteo (all’epoca giovane magistrato).
Oggi il pm che ha recentemente varcato la soglia della Procura nazionale antimafia ha messo in fila riscontri, circostanze, avvenimenti che possono far supporre l'esistenza di un vero e proprio depistaggio, ancora tutto da “accertare in maniera opportuna”. “Se Scarantino è il 'pupo' che qualcuno ha 'vestito' – ha sottolineato Di Matteo – bisogna vedere come si è arrivati a individuarlo il giorno del suo arresto” il 26 settembre '92.

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IL GENERALE CARLO ALBERTO DALLA CHIESA

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Padre della Patria ucciso dallo Stato-mafia
di Giorgio Bongiovanni
- 03 Settembre 2017
Ma chi cazzo se ne fotteva di ammazzare dalla Chiesa… E perché glielo dovevamo fare questo favore...”. A pronunciare queste terribili frasi è il medico e capomandamento di Brancaccio Giuseppe Guttadauro, boss mafioso che spiega a uno dei suoi soldati come e perché i capi di Cosa nostra diedero l’ordine di uccidere il generale Carlo Alberto dalla Chiesa la sera del 3 settembre 1982. Ad intercettare le parole del boss, nel 2001, sono i magistrati di Palermo coordinati dal pm Nino Di Matteo, che indagano sull’ex governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro, poi condannato in via definitiva per favoreggiamento aggravato alla mafia.

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IL KU KLUX KLAN DI TRUMP

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IN COLLABORAZIONE CON LA TESTATA ANTIMAFIADUEMILA ONLINE

di Giorgio Bongiovanni
Il “Der Spiegel” castiga il presidente degli Stati Uniti d'America

Alla luce degli ultimi avvenimenti sulle violenze di estremisti di destra a Charlottesville viene da chiedersi come è possibile che gli U.S.A., bacino di talenti nel mondo della musica, dello sport, dell'arte e delle scienze, siano caduti così in basso con l'elezione di Donald Trump. Dopo Obama, che tutti si auguravano fosse il volto del cambiamento e dell'antirazzismo, è stato scelto colui che si sta rivelando, a pochi mesi dall'elezione, il peggior presidente degli Stati Uniti d'America.
Un uomo che vanta un passato all'insegna della discriminazione del diverso, che sia nero, povero o immigrato e che non prova nemmeno a nasconderlo o dissimularlo.
Come ha messo nero su bianco il giornale tedesco “Der Spiegel”, che, esibendo una “libertà di stampa” e d'informazione scomparsa da tempo in Italia, ha delineato, con carte alla mano, un Donald Trump razzista, omofobo e fomentatore di odio.
Un presidente che potrebbe rivelarsi, e lo sta già facendo a nostro avviso, di gran lunga peggiore di Truman che utilizzò la bomba atomica contro i giapponesi avocandosi il diritto di distruggere intere generazioni. Basti guardare alla sua storia ed alla campagna elettorale per comprendere come Trump, presidente di un popolo da sempre molto eterogeneo che ha saputo valorizzare, richiamare e accogliere talenti da tutto il mondo, incarni invece l'antisolidarietà umana. Andando contro il sentimento che già più di duemila anni fa un rivoluzionario di nome Gesù professava con forza.
Gli scandali scoppiati attorno a Trump, il suo modo di ostentare pregiudizi che si credevano superati da tempo e la sua palese “faccia tosta” non possono che ricordare l'epoca berlusconiana, con la differenza che gli U.S.A. la fanno da padrona in “Occidente” ed hanno missili atomici sparsi anche nel territorio italiano. Nemmeno Silvio Berlusconi è riuscito

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DA RADIO AUT MARCHE INTERVISTA AD AARON PETTINARI AUTORE DEL LIBRO "QUEL TERRIBILE '92"

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IN COLLABORAZIONE CON RST SAIUZ DI TREVISO.

CONDUCONO IN STUDIO MAURO CARUSO CON LUDOVICA DI CHIARA

 

   

IN PRIMO PIANO: IL SISTEMA CRIMINALE INTEGRATO

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 IN COLLABORAZIONE CON LA TESTATA ANTIMAFIA DUEMILA DI PALERMO

www.antimafiaduemila.com

 

di Giorgio Bongiovanni
Che non esistono più mafie singole, ma una sola con una volontà unitaria, è finalmente un dato di fatto. A darne prova la procura di Reggio Calabria con l’inchiesta coordinata dal procuratore Federico Cafiero de Raho e dall’aggiunto Giuseppe Lombardo, che hanno spiccato l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del boss Giuseppe Graviano (Cosa nostra) e Rocco Santo Filippone (‘Ndrangheta). Dopo l’indagine palermitana sui Sistemi Criminali (poi archiviata) e il processo “Gotha” che, sul versante calabrese, riunisce le più importanti inchieste dell’anno scorso, da “Mammasantissima” a “Reghion”, si può dire che, con “‘Ndrangheta stragista”, l’esistenza del sistema criminale integrato è stata acclarata. E che questo sistema è in funzione dei centri di potere facenti capo a uomini delle istituzioni, servizi segreti deviati, apparati dell’alta finanza e massonerie deviate. Ma il percorso processuale per arrivare fin qui non è stato facile.
Torniamo alla metà degli anni ‘90, quando la mafia (Cosa nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita) stava per essere sconfitta all’indomani

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FUORI LE CORRENTI POLITICHE E MASSONICHE DAL CSM

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di Giorgio Bongiovanni
La desecretazione dei numerosi verbali di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, tra questi le audizioni davanti al Csm all’indomani della torrida “estate dei veleni” del 1988 - quando Borsellino pubblicamente denunciò lo “smantellamento” del pool antimafia - volute dal vicepresidente Legnini, sono in realtà azioni degne degli ignavi di Dante Alighieri. Da un lato, infatti, il Legnini cura la pseudo-immagine del Consiglio superiore della magistratura che, per i suoi magistrati, funge da sinedrio inquisitore; dall’altro cerca di guadagnare consensi all’interno di una magistratura ormai sfibrata e a pezzi, che corre il rischio di un grave fallimento. E malgrado ciò è riabilitata dall’eroico lavoro di quei magistrati impegnati in prima linea nel contrasto a tutte le mafie ed alla corruzione dilagante. Non possiamo, a questo proposito, non citare le Procure più a rischio - tra queste Palermo, Reggio Calabria, Napoli - ma anche molte altre - Caltanissetta, Roma, Milano, Torino - che con esse lavorano in sinergia nella lotta al terrorismo ed alla criminalità, comune ed organizzata.
C’è però un paradosso: ovvero che proprio quei magistrati che risollevano l’azione della magistratura in Italia, il cui lavoro investigativo di pregio è tuttora riconosciuto, sono proprio coloro che il Csm non valorizza nè promuove, perseguita e, nella maggior parte dei casi, mette sotto azione disciplinare. Proprio come accadde a Falcone e Borsellino,

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DI MATTEO: "RISPETTARE DOLORE FAMILIARI E CHI IN QUESTI ANNI HA CERCATO LA VERITA'"

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di AMDuemila
Fiammetta Borsellino: 25 anni di schifezze e menzogne

"Bisogna rispettare la memoria di Paolo Borsellino e il dolore dei familiari, io so e tanti sanno fuori e dentro la mafia, e fuori e dentro le istituzioni, chi, in questi anni, ha continuato a cercare la verità sulla strage e ha esposto se stesso e la propria famiglia a rischi gravissimi, sacrificando la propria libertà e anche la carriera”. A dirlo è il pm Nino Di Matteo all'Ansa, a margine della manifestazione per il venticinquesimo anniversario della strage di via d’Amelio, rispondendo così a Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato Paolo, che stamani nel Corriere della Sera ha parlato dei depistaggi delle indagini sulla strage e dei pm, come Di Matteo, che svolsero le indagini.
"Credo che questo sia giusto ricordarlo - ha aggiunto il magistrato - per evitare che certe parole possano essere strumentalizzate da chi non vuole che si vada avanti nel completare il percorso di verità sulle stragi che, in questo momento, deve essere completato. Anche cercando di capire con gli elementi nuovi che sono stati scoperti in questi anni chi eventualmente assieme agli uomini di Cosa nostra ha ucciso Paolo Borsellino".
“Il problema non è soltanto il depistaggio - ha spiegato il magistrato, pubblica accusa assieme a Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia e Vittorio Teresi, al processo trattativa Stato-mafia - ma capire i tanti elementi concreti emersi in 25 anni di inchieste, e capire se insieme a Cosa nostra hanno agito ambienti esterni, forse anche istituzionali”.

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VIA D'AMELIO, DOPO 25 ANNI NESSUN SILENZIO

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Sul palco i familiari delle vittime di mafia, un unico filo che lega le mancate verità
di Miriam Cuccu e Francesca Mondin -


Nessun minuto di silenzio quest’anno in via Mariano d’Amelio, ma un lungo momento in cui un migliaio di persone hanno scandito i nomi di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina e Agostino Catalano, uccisi 25 anni fa nella strage del 19 luglio 1992. All’evento organizzato dal Movimento Agende Rosse sono presenti, tra gli altri, Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia, pm del processo trattativa Stato-mafia, Antonio Ingroia, ex magistrato di Palermo, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando e quello di Messina, Renato Accorinti, Ferdinando Imposimato, Presidente della Corte di Cassazione, e Giulia Sarti, componente M5S e della Commissione parlamentare antimafia.
Mentre una giovane sul palco canta l’inno d’Italia, sul balcone della famiglia Borsellino campeggiano sei figure di cartone a grandezza naturale: sono quelle del giudice ucciso e dei cinque agenti di scorta. Quasi a voler osservare la folla che applaude attorno al palco ed ai familiari delle vittime. Che, ancora una volta, denunciano l’amara condizione dell’essere defraudati della verità sull’uccisione dei loro cari.

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ANNIVERSARIO STRAGE VIA D'AMELIO, DI MATTEO: "AMORE PER LA PATRIA E LA VERITA'"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

Grandi emozioni ieri all’anniversario della strage di via d’Amelio, dove alcuni parenti delle vittime della strage e di molti altri omicidi mafiosi hanno chiesto, a gran voce dal palco, verità e giustizia. Voci di padri, mamme, fratelli, sorelle e nipoti, che hanno condiviso le loro drammatiche storie e le loro testimonianze di verità negate. Storie che come ha detto Antonino Di Matteo, sostituto procuratore nazionale antimafia, a chiusura degli interventi, sono unite da un unico filo. Pubblichiamo la trascrizione integrale del suo intervento.
“E' sempre un emozione particolare prendere la parola in questo luogo, il mio intervento non era previsto ma quando Salvatore me lo ha chiesto non ho esitato un momento perché è sempre una bella occasione rivolgermi a voi che rappresentate la parte del nostro Paese che continua a credere nella vera giustizia e nella verità e che è veramente innamorata della nostra Costituzione. Oggi, nonostante conoscevo molte delle cose dette dai famigliari delle vittime, ho ascoltato non solo con grande attenzione, ma anche con emozione e passione, perché è vero che il magistrato nel momento della valutazione deve essere freddo e distaccato, ma non nel momento in cui deve condurre l’indagine.

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IN DIRETTA DA PALERMO, IN CHE STATO E' LA MAFIA? 17 LUGLIO PALERMO

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IN COLLABORAZIONE CON RST RADIO SAIUZ TV

 

 

   

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