Sabato, Settembre 21, 2019
   
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Antimafia Duemila & Terzo Millennio

AMAZZONIA. HRV DENUNCIA: "JAIR BOLSONARO INDIFFERENTE NELLA LOTTA ALLA MAFIA DELLE FORESTE"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

(DA ANTIMAFIA DUEMILA ONLINE)

di AMDuemila
Dal suo insediamento gli incendi nella selva brasiliana sono aumentati del 91,9%

Gli incendi in Brasile che hanno devastato la selva amazzonica le scorse settimane hanno un grande e intoccabile responsabile: “la mafia delle foreste”. Una rete di criminali che, secondo l'ultimo rapporto stilato da Human Rights Watch (Hrw), intitolato "Le mafie della foresta tropicale”, ha "la capacità logistica di coordinare il taglio degli alberi, il trasporto e la vendita del legno su vasta scala. Nel contempo - si legge - assoldano uomini armati per intimidire, in alcuni casi uccidere, quanti cercano di difendere le foreste”. Tuttavia, se questi personaggi sono liberi di fare ciò che vogliono con “il polmone del mondo” gran parte del merito va al presidente del Brasile Jair Bolsonaro che dal suo insediamento al potere è rimasto quasi sempre a braccia conserte. Parlano i numeri. Dall'inizio della sua carica (gennaio 2019) ad oggi, gli incendi in Amazzonia sono aumentati precisamente del 91,9%, un dato spaventoso se si considera che già quando gli incendi erano quasi la metà, ad agosto 2018, ammontavano a 3336 in tutto il territorio dell'Amazzonia brasiliana. Inoltre, secondo altri dati diffusi da enti governativi, tra gennaio e agosto 2019, la deforestazione dell'Amazzonia brasiliana è raddoppiata rispetto allo stesso periodo del 2018, da 3337 a 6404 km2, l'equivalente di 640 mila campi da calcio. “Fin quando il Brasile non adotterà misure urgenti contro la violenza che facilita il taglio illegale del legno - ha denunciato il direttore dei diritti umani e dell'ambiente di Hrw, Daniel Wilkinson - la distruzione della più grande foresta tropicale del mondo sarà sfrenata”.

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PROCESSO DEPISTAGGIO VIA D'AMELIO, BORSELLINO QUATER: "SOGGETTI ESTERNI POTREBBERO AVER AGITO NELLA STRAGE DI VIA D'AMELIO"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 (DA ANTIMAFIA DUEMILA)

di Aaron Pettinari
"Trattativa può aver accelerato morte del giudice". Nella requisitoria Pg Sava anticipa la richiesta di conferma delle condanne

Ventisette anni dopo le stragi del 1992, tanto sull'Attentatuni di Capaci quanto su quella di via d'Amelio, la verità non è ancora completa. Ci sono stati processi, sentenze e ancora oggi proseguono le inchieste per far luce su quelle zone d'ombra presenti in entrambi gli eccidi che hanno portato alla morte Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Oggi a Caltanissetta è iniziata la requisitoria del Procuratore generale Lia Sava (presente assieme al sostituto Antonino Patti) al processo Borsellino quater. Un Processo importante che in primo grado ha sancito in via definitiva che Vincenzo Scarantino, il cui reato di calunnia è stato prescritto, è stato "indotto" a mentire. Nel corso della requisitoria iniziata questa mattina il Pg ha già fatto intendere che chiederà la conferma della sentenza della Corte d'Assise (ergastolo per i boss palermitani Salvatore Madonia e Vittorio Tutino; 10 anni ciascuno per i falsi collaboratori di giustizia Calogero Pulci e Francesco Andriotta e reato prescritto per Scarantino), ma ha anche evidenziato come "la ricerca della verità" non si è fermata e che vi sono elementi che possono portare all'individuazione di responsabilità esterne attorno alla strage.
"Secondo la procura generale - ha detto oggi la Sava - lo sviluppo delle indagini sta via via delineando altre strade che, se doverosamente riscontrate, possono far individuare altri soggetti che hanno potuto contribuire alle stragi". Secondo il magistrato "anche qualora si arrivasse ad individuare i soggetti esterni e allorquando sarà fatta luce sull'agenda rossa ciò non farà venir meno le responsabilità degli uomini di Cosa nostra che misero in atto lo scellerato progetto di Riina".
Facendo riferimento ad alcuni atti inerenti la strage di Capaci il Pg ha sottolineato che "sono oggetto di ulteriori approfondimenti". "Questo materiale - ha aggiunto la Sava - costituisce la dimostrazione che senza alcuna remora si sta cercando di battere ogni pista percorribile per far luce sui coni d'ombra". Per il Pg si tratta "di dichiarazioni di sicuro interesse e che consentono allo stato di formulare alcune considerazioni. Il materiale sopra richiamato non incide in alcun modo sulla sentenza della quale oggi vi chiediamo conferma. Deve evidenziarsi che la auspicabile, futura individuazione di responsabilità di soggetti esterni al sodalizio mafioso, che ben potrebbero aver agito prima della strage di via d'Amelio, concorrendo alla relativa esecuzione e determinandone l'accelerazione, e dopo la strage, a realizzare il colossale depistaggio evidenziato nella motivazione della sentenza impugnata, non possono, comunque, scalfire la validità ed efficacia delle argomentazioni logico-giuridiche utilizzate nella sentenza impugnata per ricostruire il profilo di responsabilità in relazione a ciascuno degli imputati di questo processo".L'accelerazione possibile nella Trattativa

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DALLA CHIESA, VIA CARINI UN OMICIDIO DI STATO

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

(DA ANTIMAFIA DUEMILA ONLINE)

di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari -

“Appena è uscito lui con sua moglie, lo abbiamo seguito a distanza. Potevo farlo là, per essere più spettacolare, nell’albergo, però queste cose a me mi danno fastidio… L’indomani gli ho detto: 'Pino, Pino (si riferisce a Pino Greco detto "Scarpuzzedda", uno dei più famigerati killer di Cosa Nostra) vedi di andare a cercare queste cose che … prepariamo armi'. A primo colpo, a primo colpo ci siamo andati noi altri… eravamo qualche sette, otto di quelli terribili, eravamo terribili. Nel frattempo lui era morto ma pure che era morto gli abbiamo sparato là dove stava, appena è uscito fa… ta… ta..., ta… ed è morto”. E' il 4 settembre 2013 quando la Dia, nel carcere Opera di Milano, registra le parole del Capo dei Capi, Salvatore Riina, mentre parla con il suo compagno d'ora d'aria, Alberto Lorusso. La sua è una descrizione macabra e violenta dell'attentato del 3 settembre 1982 quando, in via Carini a Palermo, vennero uccisi a colpi di kalashnikov, da un commando di Cosa Nostra, il generale dei carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo.
Un omicidio di mafia, come accertato nelle sentenze che hanno condannato in via definitiva i killer (Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo, Nino Madonia, insieme ai collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci) e i mandanti interni a Cosa nostra (Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci) ma che presentano anche quei contorni, tra pezzi mancanti e misteri, propri delle grandi stragi di Stato.
Dalla Chiesa, alto ufficiale dell'Arma dei Carabinieri, fu prefetto a Palermo per appena 100 giorni. Al più volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti, poco prima di partire per la Sicilia, disse: "Non avrò riguardo per quella parte dell'elettorato alla quale attingono i suoi grandi elettori". Lo ha raccontato chiaramente il figlio, Nando dalla Chiesa, nel libro "Delitto Imperfetto". "Mio padre disse a noi dopo quel colloquio: 'Sono stato da Andreotti e quando gli ho detto tutto quello che si dice sul conto dei suoi in Sicilia è sbiancato in faccia'". Parole che furono testimoniate anche nel processo. Nando dalla Chiesa accusava quantomeno di complicità morali gli appartenenti alla corrente andreottiana della Democrazia cristiana.
Del resto il prefetto dalla Chiesa aveva chiesto poteri speciali per combattere la mafia così come aveva combattuto il terrorismo. Gli furono promessi dal ministro Rognoni ma concretamente non gli furono mai dati.
Anche le altre figlie del generale dalla Chiesa, Rita e Simona, sono più volte intervenute negli anni per chiedere verità giustizia. Qualche anno fa Simona ha ricordato un fatto semplice: "La mafia in quel momento non aveva convenienza nell’uccidere mio padre. Non aveva ancora i poteri per mettere in atto quel che aveva in mente. E non poteva nemmeno compiere delle indagini specifiche proprio perché non è quello il compito del Prefetto. E la mafia sapeva anche che uccidendo lui, la moglie e l’agente Russo avrebbe portato anche ad una reazione dell’opinione pubblica. Dunque perché si doveva uccidere?”.
E' proprio questa una delle domande rimaste fin qui inevase. Del resto sono diversi i punti oscuri da chiarire come ad esempio la scomparsa dei documenti dalla cassaforte e dalla valigetta del generale. E' sempre Totò Riina ad aver confermato di recente: “Gli hanno portato via tutto”.
Chi ha voluto, dunque, la morte del Generale dalla Chiesa, vero padre della Patria?
Quel che appare evidente a 37 anni di distanza è che a volere ed a beneficiare della sua morte non è stata solo Cosa nostra così come, certamente, non furono uomini di Cosa nostra ad entrare nell'abitazione del Prefetto a Villa Pajno nel corso della notte fra il 3 e il 4 settembre 1982, per svuotare la cassaforte che lì era presente.

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VICTOR JARA AVREBBE CANTATO CON OUR VOICE

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

"Il mondo gira e crea perché esiste l'amore" (Víctor Jara)
di Jean Georges Almendras
- "Io sono un lavoratore della musica, non sono un artista. Il paese ed il tempo diranno se sono artista. In questo momento sono un lavoratore, un lavoratore che ha la consapevolezza di far parte della classe lavoratrice che lotta per costruire una vita migliore".
Così si era espresso Víctor Jara appena un mese e dieci giorni prima di essere assassinato con 44 proiettili dalla dittatura di Pinochet nel settembre del 1973. Si esprimeva in questo modo perché era così che concepiva il suo talento di musicista, compositore e cantante, come lavoratore che lotta per una vita degna e per un mondo più giusto. Un lavoratore combattente, che proprio per questo suo modo di essere così diretto e puro nelle sue idee (sempre a favore della vita e dell'uguaglianza), pagò con la sua vita il confrontarsi tanto appassionatamente contro il potere e contro il sistema.
Víctor Jara che oggi, nonostante sia assente fisicamente, è ancora vivo tra noi.
Tra noi, i giovani di Our Voice ed i redattori di Antimafia Dos Mil, che abbiamo visitato la Fondazione che porta il suo nome, in un’abitazione in Via Almirante Riveros al 067, nel Comune di La Providencia.
Mentre prendevamo posto in un settore all’ingresso della struttura ci ha accolto Cristian Galaz, direttore esecutivo della Fondazione. Una Fondazione nata 26 anni fa.
"Io non lo l’ho conosciuto personalmente, ma lo vedevo cantare, lo vedevo nelle manifestazioni, perché Víctor Jara si era trasformato in un vero attivista dei diritti sociali, in un'epoca in cui il Cile viveva un periodo molto particolare. Gli eventi di quel tempo lo portarono in prima linea in un movimento culturale artistico che accompagnava quel processo sociale e politico. Lui si esibiva in grandi luoghi ma anche in posti molto piccoli. L'ultima esibizione la tenne, accogliendo l’invito di una piccola scuola, in località San Bernardo dove cantò per gli alunni. Era la vigilia del colpo di Stato. Egli era presente nel grande e nel piccolo. Per lui non c'erano differenze. E si vedeva. Per questo motivo la gente lo amava e lo ama fino al giorno d’oggi. Il popolo lo ama e lo porta nel suo cuore".
Víctor Jara, come molti alunni e professori dell'Università in cui si trovava, decise di rimanere sul posto ed accompagnare la resistenza, quell’11 settembre del 1973.
"Lui avrebbe potuto non rispondere all’appello che alcuni mesi addietro era stato fatto per difendere il presidente Allende, ma scelse di rispondere a quella chiamata, per andare incontro, alla fine, come tanti altri, alla tortura e alla morte. Victor era molto conosciuto e molto amato. Grazie a questo lui oggi non è un desaparecido in più. Cercarono di occultare il suo corpo ma la gente lo riconobbe nel luogo dove era stato abbandonato. Grazie a questo i suoi resti furono portati all'obitorio. Oggi il posto dove collocarono il suo cadavere è indicato come luogo di memoria accanto alla ferrovia, a fianco di un muro divisorio del Cimitero Metropolitano, nel comune di El Espejo. Lo lasciarono lì Victor, senza vita, ed un vicino lo trovò.

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USA FALL OUT

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 (In collaborazione con Antimafia Duemila)

di Giorgio Bongiovanni
Da giorni i media italiani si stanno occupando della morte del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ucciso con undici coltellate lo scorso 26 luglio, mentre svolgeva il proprio servizio. Una vicenda che, come ha dichiarato il Procuratore facente funzioni di Roma, Michele Prestipino, vede una narrazione ufficiale che non ha chiarito ancora tutti i dubbi e non sono poche le incongruenze che emergono sia prima che dopo la morte del militare.
Al centro del dibattito, però, non vi sono solo le modalità con cui Cerciello Rega ed il suo collega Andrea Varriale sono intervenuti presumibilmente per il semplice recupero di un borsello, ma a rendere ancor più tenebrosa e drammatica l'intera vicenda è la pubblicazione della foto choc dell’americano bendato e ammanettato, diffusa dapprima nelle chat interne all’Arma e poi giunte sui giornali di mezzo Pianeta.
Fonti investigative hanno spiegato che Christian Gabriel Natale Hjort, arrestato assieme al 19enne Finnegan Lee Elder (colui che ha ammesso di aver accoltellato e ucciso il vicebrigadiere dei carabinieri, ndr) avrebbe tenuto il foulard sugli occhi "per quattro, cinque minuti al massimo" prima di essere spostato in un'altra stanza.
Ma non è certo la durata con cui si è svolto un atto simile che diminuisce o giustifica un gesto sicuramente grave e deprecabile e che non rende onore ai valori che, diversamente, sono propri dell'Arma dei Carabinieri. Anche su questo l'autorità giudiziaria italiana sta effettuando tutti gli accertamenti e non abbiamo dubbi che si interverrà contro gli autori.
Immediatamente lo sdegno è arrivato anche oltreoceano, negli Stati Uniti. I più grandi media hanno pubblicato la foto accompagnata dai titoloni ad effetti come “Scioccante” (Cnn), “Intollerabile” (Washington Post), “Esposto come un trofeo” (Bloomberg), “Intollerabile, intollerabile, intollerabile” (Los Angeles Times).
C'è chi, come Alan Dershowitz, maestro del diritto penale “liberale” statunitense, è arrivato addirittura a chiedere l'"invalidazione dell’intero procedimento penale. Altri hanno ipotizzato la richiesta di estradizione da parte del governo Usa. Ipotesi non solo remote ma infondate alla luce delle prove acquisite, ma che vengono messe comunque sul piatto.
Certo è che leggendo il livore degli organi di informazione Usa per questa fotografia si rimane sorpresi.
Gli americani oggi gridano giustamente allo scandalo di fronte alla terribile foto ma nel passato più recente si sono sempre voltati dall'altra parte quando le pratiche di tortura venivano applicate nei confronti di soggetti arrestati negli Stati Uniti d'America. E ancora oggi, nel più classico dei "due pesi, due misure", gli Stati Uniti preferiscono ricordare il caso Amanda Knox, condannata e poi assolta assieme a Raffaele Sollecito per la morte di Meredith Kercher, anziché fare autocritica contro ogni forma di tortura nel mondo; torture perpetrate anche dal proprio stesso governo come testimoniano le prigioni a Guantanamo, o casi come quello di Abu Omar, presunto terrorista, catturato illegalmente in Italia dai servizi segreti americani e trasferito, anche con la nostra complicità, nelle galere egiziane perché potesse essere torturato.
E quando compiono tali "rimozioni" ricordano il peggior razzismo di Adolf Hitler. Come Hitler riteneva la razza ariana superiore alle altre così gli Stati Uniti d'America ritengono di poter agire come meglio credono, torturando ed uccidendo impunemente e violando qualsiasi regola del diritto internazionale.

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POOL STRAGI, DE RAHO: "MASSIMA DISPONIBILITA' A TROVARE UNA SOLUZIONE SU DI MATTEO"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

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Il sostituto procuratore: "Specificate le ragioni per cui ritengo ingiusto il provvedimento di estromissione"
di AMDuemila

 

"Massima disponibilità a trovare una soluzione, con la migliore composizione della vicenda per il conseguimento dei risultati a cui aspira l'ufficio". Con queste parole il Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho si sarebbe espresso quest'oggi davanti alla Settima Commissione del Csm, presieduta dalla togata Loredana Miccichè, chiamata ad esprimersi sulla legittimità dell'atto con cui lo scorso maggio lo stesso Capo della Procura nazionale ha estromesso il sostituto procuratore Antonino Di Matteo dal pool che indaga sulle "stragi ed entità esterne nei delitti eccellenti di mafia", costituito i primi mesi del 2019.
Le audizioni di de Raho e Di Matteo, ascoltati separatamente, sono durate un'ora ciascuno.
Nello specifico la Commissione, che a quanto è dato sapere non presenterà le sue conclusioni prima della ripresa dei lavori dopo la pausa estiva, dovrà verificare, dal punto di vista tecnico, se il provvedimento con cui il capo della Dna ha tolto tali deleghe all'ex pm di Palermo sia in linea con le regole in materia di organizzazione - e dunque sia legittimo - oppure se vi sia stata qualche discrepanza con quanto previsto dalle norme. Anche se lo ritenesse fuori dalle regole, il Csm non ha il potere di annullarlo, ma potrebbe formulare dei rilievi di cui il procuratore nazionale non potrebbe non tenere conto.

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DECEDUTO FRANCESCO SAVERIO BORRELLI, IL CAPO DEL POOL MANI PULITE

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(In collaborazione con la Testata Antimafia Duemila allnews)

di AMDuemila
"Resiste, resistere, resistere" erano le sue parole nella battaglia contro le leggi vergogna ai tempi di Berlusconi.

"Resistere, resistere, resistere, come sulla linea del Piave". Le parole di Francesco Saverio Borrelli nel suo celebre discorso da procuratore generale della Corte d'Appello, nel 2002, a difesa dell'indipendenza della magistratura tornano oggi nella mente degli italiani, per ricordare il magistrato, deceduto questa mattina presso l'Istituto dei Tumori di Milano, dove si trovava ricoverato.
Un magistrato integerrimo, padre del pool Mani Pulite, con una carriera vissuta praticamente nelle aule di giustizia del tribunale di Milano dove è stato pretore, giudice fallimentare e poi civile, pubblico ministero, procuratore capo dal 1988 fino alla nomina di procuratore generale nel 1999.
Borrelli è morto all'età di 89 anni. Lascia la moglie Maria Laura, i figli Andrea e Federica e quattro nipoti. Figlio e nipote di magistrati e a sua volta con un figlio magistrato, Borrelli, trasferitosi a Firenze, ha studiato al conservatorio (la musica, insieme alla montagna, e' stata una delle sue passioni) e si è laureato in legge con una tesi su 'Sentimento e sentenza'. Relatore fu Piero Calamandrei.
Il suo primo processo importante per Borrelli fu quello sull’omicidio di Luigi Calabresi, ma il suo nome è profondamente legato alla stagione di Tangentopoli, creando il pool composto da Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo e Gerardo D’Ambrosio. Una squadra a cui si aggiunsero poi Ilda Boccassini, Tiziana Parenti, Paolo Ielo, Armando Spataro e Francesco Greco, attuale capo della procura milanese.
Tra le dichiarazione celebri dell'ex magistrato c'è quella rilasciata il 20 dicembre 1993, prima delle elezioni che avrebbero portato Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Suona come un messaggio ai partiti: "Chi sa di avere scheletri nell'armadio, vergogne del passato, apra l'armadio e si tiri da parte. Tiratevi da parte prima che arriviamo noi"

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PALERMO, CONFERENZA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

L'evento sarà trasmesso in diretta streaming!

20190717 paolo borsellino strage stato vertIn occasione del 27° anniversario della strage di via d’Amelio mercoledì 17 luglio, alle ore 20.30 si terrà, presso l’atrio della Facoltà di Giurisprudenza di Palermo, in via Maqueda 172, il convegno organizzato da ANTIMAFIADuemila e dall'Associazione Culturale Falcone e Borsellino, in collaborazione con Contrariamente e Rum, dal titolo “Paolo Borsellino: strage di Stato. Sulle orme dei mandanti esterni”. Numerosi sono ancora oggi gli interrogativi sull’attentato che il 19 luglio 1992 uccise il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli. Per quale motivo venne ucciso il magistrato appena 57 giorni dopo la strage di Capaci? Chi, oltre Cosa nostra, voleva la morte di Borsellino? Chi sono i mandanti esterni di quell'efferato delitto? Perché scompare l'agenda rossa? Chi si cela dietro a quello che i giudici hanno descritto come “il più grande depistaggio della storia della Repubblica italiana”?
A che punto siamo nella ricerca della verità sulle stragi?
A cercare di rispondere a questi interrogativi su quanto avvenne in quel 1992, in qualità di relatori, interverranno il pubblico ministero al processo Andreotti, Guido Lo Forte; il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo; Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo e il direttore di ANTIMAFIADuemila Giorgio Bongiovanni. Alla conferenza, moderata dal caporedattore, Aaron Pettinari, saranno proiettati anche dei contributi video del Presidente della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra, del magistrato e oggi consulente della Commissione, Roberto Tartaglia, dell'ex pm e oggi avvocato Antonio Ingroia e del sostituto procuratore generale di Messina, Felice Lima.

Nel corso della serata è previsto anche un intervento artistico del Movimento Giovanile Internazionale Our Voice

Per gli studenti di Giurisprudenza è previsto 1 CFU

INGRESSO LIBERO

L'evento facebook.com/events/1919136558188620

Per info: 091 6684590 / 0734 277448

 

   

QUASI CENTOMILA FIRME PER IL PM DI MATTEO

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

Saranno consegnate al Csm
di Giorgio BongiovanniE’ passato un mese da quando abbiamo lanciato sulla piattaforma di change.org un appello alle istituzioni competenti, affinché il sostituto procuratore nazionale antimafia Antonino Di Matteo non sia delegittimato. Così abbiamo chiesto ai cittadini di manifestare la propria solidarietà e sostegno nei confronti del magistrato firmando la petizione e condividendola, e la risposta è stata estremamente positiva. In questo mese, infatti, sono state sfiorate le centomila firme. Un numero importantissimo che ha superato decisamente le nostre aspettative. Per questo motivo vogliamo ringraziare uno ad uno questi 97.744 cittadini, che hanno aderito a questa iniziativa dimostrando la propria sensibilità su questo tema che si è ancor di più rappresentato dopo la delicata, quanto grave, vicenda dell'allontanamento del sostituto procuratore nazionale antimafia dal pool "stragi e mandanti esterni". Tutte le firme saranno trasmesse al Consiglio Superiore della Magistratura, che ha la sua massima rappresentazione nelle persone del Presidente Sergio Mattarella, Capo dello Stato, ed il suo vice David Ermini con l’augurio che l’organo di autogoverno possa tener conto della solidarietà manifestata al pm Di Matteo, evitando così quell'isolamento che distrugge e devasta quanto una bomba. Con questa petizione non si vuole condizionare a furor di popolo le autorità competenti, che saranno chiamate a decidere sul caso nel pieno diritto delle proprie decisioni, ma caso mai sensibilizzare le stesse a valutare attentamente i fatti affinché lo stesso magistrato possa essere reintegrato e proseguire quell'attività che lo ha visto impegnato in oltre vent'anni di carriera, ovvero cercare la verità sulle stragi del 1992 e del 1993 e dare un volto ai mandanti dal volto coperto dietro cui si nascondono personaggi potenti e settori deviati dello Stato.

 

   

L'IRAN SI DIFENDE SCHIACCIATO DALLA "TROIKA DEL MALE"

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di Margherita Furlan

Le riserve di uranio arricchito dell'Iran hanno superato il limite di 300 kg stabilito nell'accordo sul nucleare del 2015. Dopo l’annuncio di ieri, 1 luglio, da parte del ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, in queste ore arriva la conferma dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica. Il prossimo passo sarà quello di aumentare il grado di arricchimento dell’uranio (fino al 20%) e la soglia di acqua pesante (che potrebbe arrivare a 13 tonnellate), avverte Teheran, che potrebbe così aprire la strada allo sviluppo di armi nucleari.

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IN PRIMO PIANO, MESSICO. I CORPI SENZA VITA DI PAPA' OSCAR E DELLA PICCOLA ANGIE VALERIA, LO SCATTO CHE HA FATTO PIANGERE IL PIANETA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

di AMDuemila
Trovati sulle rive del Rio Grande. Papa Francesco: “profondamente addolorato per la loro morte

Messico, Rio Grande. Una bambina di due anni è immersa nell’acqua con la faccia rivolta in basso, accanto a lei si trova un uomo, suo padre, al quale ancora stringe le esili braccia al collo, come se fosse stata l’ultima ancora di salvezza prima dell’inevitabile. Entrambi i corpi senza vita galleggiano tra il fango e la melma nella sponda del fiume che segna il confine tra Messico e Stati Uniti. Un confine maledetto che ogni anno migliaia e migliaia di cittadini del centro-America cercano di oltrepassare, molte volte senza successo, come accaduto a papà e figlia. La fotografia raffigurate la piccola Angie Valeria e suo padre salvadoregno Oscar Alberto Martinez, di 25 anni, è stata scattata da Julia Le Duc, reporter de la Journada e sta già facendo il giro del mondo scatenando le prime reazioni di dolore e indignazione da parti di alcuni e totale indifferenza da parte di altri. Papa Francesco ad esempio "ha visto con immensa tristezza, l'immagine del papà e della sua bambina morti annegati nel Rio Grande mentre cercavano di passare il confine tra Messico e Stati Uniti. Il Papa è profondamente addolorato per la loro morte, prega per loro e per tutti i migranti che hanno perso la vita cercando di sfuggire alla guerra e alla miseria”. Come lo scatto shock del piccolo Aylan trovato su una spiaggia turca è divenuto il triste simbolo dell'immigrazione verso l'Europa, quello della piccola Angie e di suo padre è destinato a diventare l’emblema delle carovane latine che tentano di entrare negli Stati Uniti in cerca di un futuro migliore. La disgrazia sarebbe avvenuta domenica e i due corpi sono stati ritrovati lunedì e saranno rimpatriati nei prossimi giorni. Il ministro degli affari esteri di El Salvador ha intanto invitato le famiglie che tentano di migrare negli Usa di ripensarci: "Non rischiate". Poche ore dopo il ritrovamento però sono stati già avvistati altri quattro cadaveri vicino al Rio Grande e proprio nella zona dove è in costruzione una sezione del muro voluto dal presidente Donald Trump: si tratta di una giovane donna, due bambini e un neonato. Le principali emittenti Usa e i media sul web ripropongono in continuazione quelle immagini che sono come un pugno nello stomaco. Ma dalle autorità americane nessuno osa profererir parola. Kamala Harris, candidata democratica alla Casa Bianca di origini indiane e afroamericane ha commentato: “Queste famiglie che cercano asilo stanno spesso fuggendo da una violenza estrema. E cosa accade quando arrivano? Trump dice tornate da dove siete venuti. Questo è inumano. Dei bambini stanno morendo. Questa è una macchia nella nostra coscienza morale”. La Camera a maggioranza democratica ha deliberato uno stanziamento di 4,5 miliardi da destinare alla crisi del confine sud, ma la Casa Bianca è già pronta a imporre il veto. Nel frattempo, il massimo responsabile dell’agenzia federale che gestisce i campi al confine del Messico dove vengono trattenuti i bambini separati dalle famiglie illegali è costretto a dichiarare le dimissioni, dopo che un gruppo di avvocati ha testimoniato le condizioni terribili in cui i minori sono costretti a vivere: senza cibo adeguato, con scarsa assistenza medica, i neonati accuditi da altri minori.

 

   

PATRICIA BULLRICH, IL PEGGIORE MINISTRO DELLA SICUREZZA DELL'ARGENTINA DEMOCRATICA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

di Matías Guffanti*
È dall'ultima dittatura civico-militare, che il paese non aveva dovuto subire una gestione della sicurezza così violenta e sanguinosa, con una evidente linea ideologica verso l'estrema destra.
Morte, repressione nei confronti di popoli originari, pensionati e lavoratori; grilletto facile, persecuzione politica a mezzi di comunicazione ed organizzazioni politiche, sindacali e di diritti umani, e a una parte della giustizia, a cui si aggiunge una politica che dimostra sempre di più un costante disprezzo verso i più vulnerabili, non si erano visti così palesemente nel nostro paese in questi ultimi 36 anni di democrazia.
Se ciò non fosse già motivo sufficiente per provare un forte senso di indignazione e di impotenza, le dichiarazioni e risposte a questo elenco nefasto, sembrano provenire da un film surreale, dove ogni cosa viene portata all’esagerazione per coinvolgere emotivamente i spettatori. La cosa triste è che tutto questo non è un film. È la nostra realtà.maldonado veronica silvia

La ragazza Silvia Verónica Maldonado
Ieri una ragazza di 17 anni è morta dopo due giorni di agonia per essere stata colpita in fronte da un proiettile. A sparare un poliziotto impegnato in una perquisizione nel suo domicilio senza alcun mandato giudiziario. La giovane, Silvia Verónica Maldonado, che al momento dei fatti teneva in braccio il suo bebè di 2 mesi, cercò di respingere l’ingresso delle forze

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SETTANTAMILA FIRME PER IL PM ANTONINO DI MATTEO

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

di Giorgio Bongiovanni
Prosegue l'appello alle istituzioni competenti per non delegittimare il magistrato

Tre settimane sono passate da quando abbiamo lanciato l'appello alle Istituzioni competenti, non delegittimate il pm Di Matteo chiedendo ai cittadini di manifestare la propria solidarietà e sostegno nei confronti del magistrato Antonino Di Matteo, sostituto procuratore nazionale antimafia, firmandolo e condividendolo. In tre settimane è stata raggiunta e superata la quota di settantamila firme. Un numero importante, dal nostro punto di vista, che ha superato le nostre aspettative. Vogliamo ringraziare uno ad uno questi 70.659 cittadini, che hanno aderito a questa iniziativa dimostrando la propria sensibilità su una vicenda che è delicata quanto grave, come l'allontanamento del sostituto procuratore nazionale antimafia dal pool "stragi e mandanti esterni". Con questa petizione non si vuole condizionare a furor di popolo le autorità competenti nel pieno diritto delle proprie decisioni ma caso mai sensibilizzare le stesse a valutare attentamente i fatti affinché lo stesso magistrato possa essere reintegrato e proseguire quell'attività che lo ha visto impegnato in oltre vent'anni di carriera, ovvero cercare la verità sulle stragi del 1992 e del 1993 e dare un volto ai mandanti dal volto coperto dietro cui si nascondono personaggi potenti e settori deviati dello Stato. L'augurio, ovviamente, è che il numero delle firme possa ancora aumentare. Evitando quell'isolamento che distrugge e devasta quanto una bomba.

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OLTRE CINQUANTAMILA FIRME IN UNA SETTIMANA PER IL PM DI MATTEO

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

Prosegue l'appello alle istituzioni competenti per non delegittimare il magistrato
di Giorgio Bongiovanni

Una settimana è passata da quando abbiamo lanciato l'appello alle Istituzioni competenti, non delegittimate il pm Di Matteo chiedendo ai cittadini di manifestare la propria solidarietà e sostegno nei confronti del magistrato Antonino Di Matteo, sostituto procuratore nazionale antimafia, firmandolo e condividendolo. In una settimana è stata raggiunta e superata la quota di cinquantamila firme. Un numero importante, dal nostro punto di vista, che ha superato le nostre aspettative. Vogliamo ringraziare uno ad uno questi 57028 cittadini (questo il dato al momento della pubblicazione), che hanno aderito a questa iniziativa dimostrando la propria sensibilità su una vicenda che è delicata quanto grave, come l'allontanamento del sostituto procuratore nazionale antimafia dal pool "stragi e mandanti esterni". Con questa petizione non si vuole condizionare a furor di popolo le autorità competenti nel pieno diritto delle proprie decisioni ma caso mai sensibilizzare le stesse a valutare attentamente i fatti affinché lo stesso magistrato possa essere reintegrato e proseguire quell'attività che lo ha visto impegnato in oltre vent'anni di carriera, ovvero cercare la verità sulle stragi del 1992 e del 1993 e dare un volto ai mandanti dal volto coperto dietro cui si nascondono personaggi potenti e settori deviati dello Stato. L'augurio, ovviamente, è che il numero delle firme possa ancora aumentare. Evitando quell'isolamento che distrugge e devasta quanto una bomba.

FIRMA LA PETIZIONE!

Foto © Reuters

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SOLIDARIETA' A NINO DI MATTEO PER LA RIMOZIONE DAL POOL SULLE STRAGI

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

 

Chi persegue la ricerca della verità va sostenuto, non combattuto
di Antonio Ingroia e Coordinamento Azione Civile
Il Coordinamento di Azione Civile e il Presidente del Movimento Antonio Ingroia esprimono la loro solidarietà e sostegno al pm Nino Di Matteo, rimosso - pare a causa di un’intervista televisiva - dal pool della Procura nazionale antimafia che indaga sulle stragi mafiose. Stupisce e amareggia che un magistrato serio, esperto e coraggioso, artefice di importanti inchieste e processi, come il Procuratore Nazionale Antimafia Cafiero de Raho, abbia preso un provvedimento del genere sottraendo a Di Matteo la possibilità di approfondire temi di indagine come quelli sulla Trattativa Stato-Mafia e gli altri misteri ancora irrisolti, spesso legati a quella scellerata trattativa. Secondo le notizie di stampa, il provvedimento di rimozione sarebbe motivato dal fatto che l’intervista televisiva di Di Matteo avrebbe fatto venir meno il “rapporto fiduciario” con i colleghi della DNA e delle altre Procure competenti per le stragi. Ed anche questo - se vero - sorprende non poco, visto che nell’intervista non è stato rivelato nulla che non fosse già pubblico e documentato. Quindi, qual è il vero problema? C’è dell’altro? Occorre fare chiarezza, e ci auguriamo che il CSM contribuisca a diradare le nebbie. I cittadini italiani hanno diritto di sapere, di conoscere la verità su questa vicenda, così come sui misteri della Trattativa, delle stragi e degli altri delitti - di mafia, ma anche di Stato - collegati. Così come ha fatto Nino Di Matteo, nel rispetto del segreto investigativo. E ricordiamo che ogni uomo dello Stato, nessuno escluso, ha questo obbligo di chiarezza e trasparenza verso i cittadini e noi da cittadini ne rivendichiamo il diritto.
In attesa che la vicenda sia chiarita, e con l’augurio che a Di Matteo sia restituito il ruolo che merita, non possiamo non dichiararci al fianco della sua battaglia per Verità e Giustizia. Una ricerca che va sostenuta e difesa da ogni autentico democratico, non combattuta.

 

   

IL POTERE ALLA RESA DEI CONTI CON NINO DI MATTEO, IL NUOVO GIOVANNI FALCONE

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

(DA ANTIMAFIA DUEMILA)

 

 

di Saverio Lodato
Tremano i Palazzi del Potere. Come non mai. Perché Antonino Di Matteo appare sempre più agli italiani come il nuovo Giovanni Falcone. Inutile girarci attorno. E a noi stessi, che le scriviamo, queste parole suonano quasi lapalissiane e scontate. Vediamo perché.
E' il nervosismo spasmodico, covato per anni sotto pelle, che questa volta tradisce i denigratori di Di Matteo. E' un gran passo falso, il loro. E' il passo falso di chi è accecato dall'odio. E che non sappiamo, al momento, quali meccanismi potrà innescare e quali conseguenze determinare. Si addensano nuvoloni.
Per estromettere il giudice Nino Di Matteo dalla neocostituita "commissione stragi" della Procura Nazionale antimafia, non si è cercato un pretesto. E' stato inventato un pretesto. A freddo, appigliandosi a ghirigori da galateo, il che fa una gran bella differenza.
Il pretesto viene firmato dal Procuratore antimafia, Federico Cafiero de Raho, e la scelta sorprende. E non poco, visto che lui stesso, appena pochi giorni fa, aveva intelligentemente istituito il nuovo organismo, e aveva deciso che Di Matteo ne facesse parte a pieno titolo, per esperienza e curriculum. A cosa è dovuta un'inversione di marcia che suona, nei fatti, come una precipitosa, clamorosa, inspiegabile ritirata? Cosa è accaduto di cui non ci siamo accorti? Cosa ci eravamo persi?
Ognuno può farsi una sua opinione in merito a questa apparente incongruenza.
Resta il fatto che sulle stragi di Capaci, via D’Amelio, Roma, Firenze e Milano, i misteri che vanno ancora scoperti il patto sporco integralesono tantissimi. Diversamente sarebbe stato inutile creare nuovi organismi di indagine. Gli italiani lo sanno e lo hanno capito. E non da ora.
A fianco, trovate la minuziosa ricostruzione (Bongiovanni e Pettinari) dei fatti culminati nella sconcertante estromissione.
Ma è stranissimo, inquietante, che ciò accada all'indomani delle commemorazioni di Giovanni Falcone e della strage di Capaci. Mentre è ancora vivo il ricordo della schierata di tante personalità istituzionali pronte a brandire i vessilli dell'antimafia. Ma anche - ce lo si lasci dire - il ricordo del sangue.
Sorge il sospetto - legittimissimo, verrebbe da dire - che qualcuno che si muove in alto, e molto in ombra, avesse una gran fretta di chiudere la partita investigazioni Stragi '92 - '94 e di archiviare la "pratica Di Matteo".
E che sia riuscito - inspiegabilmente, o molto spiegabilmente: giudichi il lettore - a trovare porte spalancate per i suoi desiderata.
Ma ci permettiamo di dire che chi aveva paura prima, ha più paura adesso. È facile il mestiere dell’apprendista stregone, che però poi, molto spesso, è costretto a fare i conti con le forze che ha voluto evocare. Purtroppo si dà il caso che stiamo parlando del magistrato più a rischio vita in Italia.
Si percepisce in tutta questa storia un forte elemento di censura.
Di Matteo, nella sua intervista a Andrea Purgatori, per la puntata di Atlantide dedicata alla strage di Capaci, non ha svelato neanche lo straccio di un Segreto di Stato. Neanche una virgola, un dettaglio che già non fossero pubblici. Tutto ciò che ha detto, è contenuto in atti processuali e sentenze. Guardare per credere. Leggere per capire, e convincersi dell’inaudita gravità di quanto sta accadendo. Ecco perché più che di pretesto cercato, parliamo di pretesto inventato.
Certo. Non siamo ingenui. C’è un livore sordo rispetto al modo in cui si è concluso il primo grado del processo sulla Trattativa Stato-Mafia (Corte d’Assise presieduta da Alfredo Montalto, giudice a latere Stefania Brambille). Si ritiene Di Matteo il responsabile n°1, in quanto Pm simbolo dello stesso processo, delle condanne inflitte a Antonio Subranni (12 anni), Mario Mori ( 12 anni), Giuseppe De Donno (8 anni), carabinieri d’eccellenza, insieme a famigerati capi di Cosa Nostra.
D’altra parte, lo stesso Mori non aveva fatto mistero di “augurare la morte” ai suoi nemici con chiaro riferimento ai suoi accusatori. Ma sarebbe ingeneroso “tirare” su Mario Mori, come fosse l’unico “pianista” dell’orchestrina della vergogna. E' inaccettabile (infatti) "augurare la morte" a qualcuno. Soprattuto quando l'augurio viene da un uomo che è stato in divisa ed alamari. In questo, siamo all’antica. Giusto per non dimenticare.
Né lo fa diventare meno vergognoso il silenzio della grande stampa e delle grandi tv che di fronte a quelle parole non alzarono un sopracciglio. Convinte come sono che quando una cosa, da loro, non viene scritta non esiste. Dunque: l'orchestrina, a voler chiamare le cose con il giusto nome, è un'orchestrona.
Nino Di Matteo mette paura perché è diventato il nuovo Giovanni Falcone. È il pubblico ministero che riparte da lontano. Che sembra venire da un passato che molti speravano seppellito dalle macerie di Capaci e Via D’Amelio.
Di Matteo continua a cercare le Menti Raffinatissime che stavano dietro Cosa Nostra cui fece riferimento Giovanni Falcone dopo il fallito attentato contro di lui all'Addaura.
Questo non piace. Dà fastidio. Mette paura, accieca la vista.
Non fosse così, non si spiegherebbero i provvedimenti a lui sfavorevoli del Csm, la campagna denigratoria contro la sua persona di alcune testate giornalistiche, lo stillicidio al quale viene sottoposto da mesi e mesi, anni e anni, complice involontario persino qualche familiare di vittima di mafia.
Tutto quanto accadde a Falcone si sta ripetendo con Nino Di Matteo.
Né si perdona, infine, a Di Matteo di avere concesso un’intervista per un libro - "Il Patto Sporco" - dove sono riassunti, né più né meno che nell’intervista ad Andrea Purgatori che oggi gli viene contestata, i punti fermi già acquisti in materia di rapporti fra Stato e Mafia.
Si vuole cioè impedire che all’opinione pubblica arrivi un segnale forte e chiaro. Si capisce cosa intendiamo? Tutto qui.
La7 - ma è solo una nostra modestissima opinione - forse dovrebbe rimandare in onda la puntata di Andrea Purgatori. Nel giornalismo anglosassone si farebbe così.
È bene che se decidiamo di mandare al patibolo Nino Di Matteo gli italiani conoscano bene il "reato" che aveva commesso.

 

Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. La rubrica di Saverio LodatoFoto © Imagoeconomica

   

FLASH 3

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

DNA: IL PM DI MATTEO ESPULSO DAL POOL "STRAGI E MANDANTI ESTERNI"

 

   

STRAGE DI CAPACI. GLI ASSASSINI DI STATO DEL GIUDICE FALCONE - PALERMO, 22 MAGGIO 2019

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

Trasmesso dal vivo in streaming il 22 mag 2019

In occasione del 27° anniversario della strage di Capaci martedì 22 maggio, presso l'Aula Magna della Facoltà di Giurisprudenza di Palermo (via Maqueda, 172), alle ore 17, avrà luogo la conferenza dal titolo “Strage di Capaci. Gli assassini di Stato del giudice Falcone. Il ruolo dell’informazione ieri ed oggi”, organizzata dall'Associazione culturale Falcone e Borsellino in collaborazione con Rete Universitaria Mediterranea e ContrariaMente. Un'occasione per fare memoria ma anche discutere sui molti interrogativi che in questi anni sono rimasti aperti. Dopo inchieste e processi, ci sono ancora molte verità nascoste e da individuare ci sono ancora i volti di quei soggetti esterni a Cosa nostra che si intravedono sullo sfondo dell'eccidio. Chi ha voluto la morte di Falcone? Chi ha manomesso i supporti informatici del giudice presso il suo ufficio del Ministro di Grazia e Giustizia? E che ruolo possono avere gli organi di informazione nell'accertamento della verità? Interverranno in qualità di relatori l’ex magistrato, oggi avvocato, sopravvissuto alla strage di Pizzolungo, Carlo Palermo; il direttore della sede siciliana della RAI, Salvatore Cusimano, e il giornalista di Rai3 - Report, Paolo Mondani. Alla conferenza moderata dal direttore di ANTIMAFIADuemila, Giorgio Bongiovanni, saranno proiettati anche dei contributi video del procuratore aggiunto di Firenze, Luca Tescaroli, dell’autore e conduttore di Report, Sigfrido Ranucci e del giornalista-scrittore, Giulietto Chiesa. Parte integrande dell'incontro, il movimento giovanile Our Voice, che dedicherà un monologo ai caduti della strage del 23 maggio in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, insieme agli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

   

TESCAROLI: "STRAGI DEL '92-'93 HANNO CAMBIATO LA NOSTRA DEMOCRAZIA"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

Il contributo video del procuratore aggiunto di Firenze
di AMDuemila
“Cosa nostra è passata da anni in cui le stragi e gli omicidi eccellenti erano attività selettive, ad anni, negli anni ’90, in cui ha cambiato passo e ha portato avanti un’azione di contrasto complessivo allo Stato per condizionare le scelte politiche del governo e Parlamento. Queste azioni hanno accelerato la nomina del Capo dello Stato e in tal modo hanno sovvertito le regole dell’agire democratico”. E’ con queste parole che il procuratore aggiunto di Firenze, Luca Tescaroli, ha risposto alle nostre domande in un’intervista proiettata oggi alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo in occasione della conferenza dal titolo “Strage di Capaci. Gli assassini di Stato del giudice Falcone. Il ruolo dell’informazione ieri e oggi” organizzata dall'Associazione culturale Falcone e Borsellino in collaborazione con la Rete Universitaria Mediterranea e ContrariaMente. Per Tescaroli l’iniziativa della Direzione Nazionale Antimafia con la formazione di un pool che si occuperà di stragi e mandanti esterni è “apprezzabile lo sforzo dell’ufficio di stimolare le indagini proprio perché quelle stragi hanno inciso profondamente sulle nostra democrazia. - ha detto - Sono state delle stragi di tipo terroristico-eversivo”. Mentre per quanto riguarda il rapporto tra la mafia e la politica, il magistrato ha detto che bisogna “incidere e spezzare queste relazioni. Questo significherebbe fare passi importanti per debellare le strutture mafiose nel nostro Paese”. “I rapporti con il mondo imprenditoriale, la borghesia e la Chiesa - ha spiegato - consentono di trasformare le semplici strutture criminali in gruppi che riescono a raggiungere i risultati maggiori rispetto a una tipica organizzazione criminale”. Per quanto riguarda la corruzione e come questa sia utilizzata dalle mafie, Tescaroli ha detto che “le organizzazioni mafiose hanno utilizzato la corruzione per incrementare le proprie ricchezze”. Infatti, i processi degli ultimi anni “hanno registrato che il meccanismo operativo si è implementato. Ci sono nuove mafie che hanno privilegiato nel settore dell’economia il ricorso alla corruzione. Per contrastare efficacemente questo fenomeno è sicuramente importante l’impegno delle forze dell’ordine, ma non è sufficiente”. Secondo il pm per contrastare il fenomeno è “necessario che vi sia una consistente attività preventiva per cercare di aborigene di eliminare i presupposto affinché non si creino queste intese. La moralizzazione dell’agire pubblico dei partiti politici, dei cittadini è elemento fondamentale per fermare il mondo criminale che inquina istituzioni ed economia”.

   

RANUCCI: "CORPO NASCOSTO DELLO STATO? LA TRATTATIVA STATO - MAFIA E IL CASO MONTANTE DOVRANNO DARE LA RISPOSTA"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

Il contributo video dell'autore e conduttore di Report
di AMDuemila
"Quello che mi chiedo è se una volta che si è dimostrato che si è stati vicini a scoprire un corpo nascosto dello Stato, che vive e si nutre all’interno delle istituzioni, non solo anche capace di rigenerarsi, sarà capace di processare se stesso?" E' questa la domanda dell'autore e conduttore del programma di RaiTre, Report, Sigfrido Ranucci, che si è posto nel contributo video proiettato in occasione del convegno "Strage di Capaci. Gli assassini di Stato del giudice Falcone. Il ruolo dell'informazione ieri e oggi" in corso alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo. "Io voglio pensare positivo perché i casi come la Trattativa Stato-mafia e il caso Montante - ha spiegato - hanno dimostrato che gli organi giudiziari funzionano. Bisogna vedere se questi colpiscono davvero il male o se ci sono delle metastasi ancora in giro". Il conduttore di Report ha poi parlato di quei sistemi di poteri che comprendono banchieri, politici, magistrati e imprenditori: "Hanno fatto il doppio gioco, lo hanno fatto solo per fare carriera o perché fanno parte di una vecchia strategia, che si è vista colorarsi nel tempo, dove sono seduti imprenditori, banchieri e mafiosi uno a sostegno dell’altro. La risposta? La dovrà dare la sentenza definitiva della Trattativa Stato-mafia e quella del caso Montante".
Ranucci ha poi parlato di una delle sue puntate in cui Report si è occupata del caso Ubi Banca. "I soldi si dice che non puzzano. Quando si tratta di fare dei conti con dei grandi fallimenti è ovvio che chi cura il passaggio da una società fallita al risanamento - adesso è più semplice perché c’è la bad company - prima non era così e quindi tutto quello che potevi racimolare lo hai portato dentro - ha detto - bisogna vedere se qualcuno spostando gli armadi da una società ad un’altra non abbia portato insieme gli scheletri e bisogna vedere se fosse consapevole di portargli da una parte all’altra - ha proseguito - E' abbastanza sintomatico ad esempio quando ci troviamo davanti a due suicidi sospetti come quello di Calvi e Sindona dove la sentenza dice che erano stati così abili da farlo sembra un suicidio".
Nel concludere l'intervista, l'autore di Report ha parlato del ruolo dell'informazione oggi: "Il ruolo dell’informazione è stato sempre vitale. Ci sono stati dei colleghi che pur di fare informazione, sono stati uccisi per mano della mafia o delegittimati dall’imprenditoria ed editori collusi affinché non parlassero dei rapporti tra mafia e potere. Ci sono colleghi che vengono allontananti e licenziati da alcune testate. Penso alle testate locali le quali sono quelle più sotto scacco da sponsor e imprenditori collusi o addirittura dove c’è il potere dei sindaci o degli enti locali". Nei casi come quello della Trattativa Stato-mafia e il caso Montante "è difficilissimo, quando le acque sono torbide, distinguere la mafia dall’antimafia e soprattutto capire cosa è diventata oggi la mafia"

   

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