Venerdì, Luglio 20, 2018
   
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Antimafia Duemila & Terzo Millennio

XXVI ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DI VIA D'AMELIO - PALERMO 17-19 LUGLIO

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

 

20180711 anniversario strage via damelio palermoCome tutti gli anni dal 2009, anche quest’anno ci troviamo a Palermo insieme a Salvatore Borsellino in occasione del 19 luglio, 26° anniversario della strage in cui persero la vita Paolo Borsellino e cinque dei suoi agenti di scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Claudio Traina, Eddie Walter Cosina e Vincenzo Li Muli.
La manifestazione si articolerà su tre giorni con una serie di iniziative.PROGRAMMA MARTEDÌ 17 LUGLIOVia della Vetriera, 57, Palermo
ore 17 - 3° compleanno della "Casa di Paolo"-
ore 18 - 4° edizione del triangolare di calcetto "La legalità scende in campo".Facoltà di Giurisprudenza, Via Maqueda 172, Palermo
ore 20:30Convegno promosso da AntimafiaDuemila "Paolo Borsellino: pezzi mancanti di una strage annunciata".MERCOLEDÌ 18 LUGLIOore 17 - Presentazione del libro della ciclostaffetta "L’agenda ritrovata - Il diario", Prospero Editore (Cantieri culturali della Zisa sala Deseta)
ore 21 - "Acchianata" (salita) in notturna al monte Pellegrino (partenza da via D’Amelio)
ore 23 - Veglia in via D’AmelioGIOVEDÌ 19 LUGLIOParco Uditore, Palermo
ore 9 - Piantumazione di alberi in memoria di Agende Rosse (parco Uditore)Via D’Amelio Palermo
ore 15Interventi dal palco in Via D’Amelio “Le nuove generazioni respireranno il fresco profumo di libertà?”
Concorso Laura Borruso “Un giorno questa terra sarà bellissima”ore 16.58 - Minuto di silenzio
ore 18 - Presentazione del libro “La Repubblica delle Stragi”. Intervengono Salvatore Borsellino, Roberto Scarpinato, Giovanni Spinosa, Fabio Repici e Giuseppe Lo Bianco.
ore 19.30 - Video con materiale inedito “Nuove ipotesi sul furto dell’Agenda Rossa di Paolo Borsellino”Per accrediti stampa: Clicca qui!Fonte: 19luglio1992.com

 

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RAPPORTO ECOMAFIE, UN BUSINESS DA 14 MILIARDI

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

rapporto ecomafie 2018Nel 2017 cresciuti il numero di arresti ed inchieste
di AMDuemila
Quattordici miliardi di euro. E' questo il "fatturato" che il business delle Ecomafie è stato capace di "chiudere" lo scorso anno, con un incremento del 9,4%, secondo i dati del rapporto "Ecomafie 2018" stilato da Legambiente e presentato oggi alla Camera.
Dal traffico dei rifiuti agli abusi edilizi, ancora una volta sono stati messi in fila i danni che le criminalità organizzate mettono in atto. Osservando il dato delle Regioni emerge che la Campania è ancora una volta in testa per il numero di reati seguita da Sicilia, Puglia, Calabria e Lazio. Il settore più a rischio è proprio quello dei rifiuti dove si concentra quasi un quarto dei crimini ambientali. A seguire ci sono quello degli animali e della fauna selvatica (23%), incendi boschivi (21%) e ciclo illegale del cemento e abusivismo edilizio (13%) con ben 17mila costruzioni illegali.
Di fronte a questa situazione c'è però un dato confortante, ovvero che nel 2017 c'è stata un'importante crescita nel numero di arresti per crimini contro l'ambiente e di inchieste sui traffici illegali di rifiuti come mai prima nel nostro Paese.
Infatti nel 2017 sono state avviate 76 inchieste per traffico organizzato di rifiuti (erano 32 nel 2016), con 177 arresti, 992 presunti trafficanti denunciati a cui si aggiunge il sequestro di 4,4 milioni di tonnellate di spazzatura.
E Legambiente per rendere l'immagine la paragona ad "una fila ininterrotta di 181.287 tir per 2.500 km” con fanghi industriali, polveri di abbattimento fumi, rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, materiali plastici, scarti metallici, carta e cartone tra i tipi di rifiuti più trafficati.
Importanti le inchieste sviluppate dalla Dda di Brescia e Noe di Milano che ha fatto luce sulle nuove rotte del traffico di rifiuti da Sud a Nord, o ancora le inchieste condotte dalla Dda di Firenze, dalla Procura di Livorno ed i Carabinieri forestali.
Purtroppo diminuiscono solo in maniera lieve i reati sull'edilizia con 3908 infrazioni e quasi 5mila persone denunciate. Secondo Legambiente la flessione “testimonia come - dopo anni di recessione significativa - l’edilizia, e quindi anche quella in nero, abbia ricominciato a lavorare”.
Ed è proprio in questo settore che per il Presidente di Legambiente, Stefano Ciafani, è necessario un nuovo impegno per "completare la rivoluzione avviata con la legge sugli ecoreati e affidare allo Stato la competenza sulle demolizioni degli abusi edilizi".
In questo momento, infatti, "solo pochi e impavidi sindaci hanno il coraggio di far muovere le ruspe, rischiando in prima persona. Più in generale, le poche demolizioni realizzate sono da attribuire al lavoro delle procure”.

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I MANDANTI ESTERNI DELLA STRAGE DI VIA D'AMELIO

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

borsellino paolo tg1 agenda rossadi Giorgio Bongiovanni
Il 19 luglio 1992, in via d'Amelio, è andata in scena una vera e propria strage di Stato. Ecco quel che è accaduto ormai 26 anni fa. Le motivazioni della sentenza della Corte d'Assise di Caltanissetta sul processo Borsellino quater mettono in evidenza i contorni del depistaggio e di quelle zone d'ombra su cui oggi è necessario far luce.
La mafia ha eseguito materialmente una parte della strage ma, possiamo dirlo, è sempre più evidente che non fosse da sola.
Quando intervistai il collaboratore di giustizia, Totò Cancemi, mi disse che “Riina è stato preso per la manina per fare le stragi”. I giudici nisseni, parlando dell'accelerazione sulla strage, appena 57 giorni dopo quella di Capaci, hanno ricordato le parole dell'ex boss di Porta nuova, il quale aveva spiegato che da giugno 1992 i "discorsi" su Borsellino diventarono più pressanti e che lo stesso capo dei capi si assumeva la responsabilità e la paternità di uccidere subito il giudice. E anche le parole del collaboratore Nino Giuffré sui sondaggi e le "tastate di polso" esterne a Cosa nostra non possono essere dimenticate.
Ed è espressamente chiarito che il magistrato palermitano "rappresentava un pesantissimo ostacolo alla realizzazione dei disegni criminali non soltanto dell’associazione mafiosa, ma anche di molteplici settori del mondo sociale, dell’economia e della politica compromessi con 'Cosa Nostra'".
Quindi, senza entrare nel merito della questione "trattativa Stato-mafia" (oggetto di altro procedimento su cui si è espressa lo scorso 20 aprile la Corte d'assise di Palermo -, i giudici scrivono che "appare incontestabile come la strage di Via D’Amelio, inserita nella complessiva strategia stragista di cui si è ampiamente riferito, oltre a soddisfare un viscerale istinto vendicativo, si proponesse il fine di “spargere terrore” allo scopo di “destare panico nella popolazione”, di creare una situazione di diffuso allarme che piegasse la resistenza delle Istituzioni, così costringendo gli organi dello Stato a sedere da 'vinti' al tavolo della 'trattativa' per accettare le condizioni che il Riina ed i suoi sodali intendevano imporre".
Come giustamente ha ricordato Saverio Lodato le sentenze di Palermo e di Caltanissetta hanno il merito di mettere alla luce le responsabilità che pezzi di Stato e delle istituzioni hanno avuto negli anni delle bombe.
Il "nodo” dei mandanti esterni si intreccia anche con la scomparsa dell'agenda rossa ed il depistaggio che è stato definito come il "più grande della storia".
I processi che si sono fin qui celebrati hanno offerto una parte della verità. E non è un caso se anche la sentenza del "quater" riprende le motivazioni del "Borsellino ter". Proprio in quest'ultimo si parla delle piste che portano al possibile collegamento tra l’accelerazione della strage di via d'Amelio e la trattativa Ciancimino-Ros dei Carabinieri; ma anche del fatto (così come riferiva sempre Cancemi) che Riina citava Berlusconi e Dell’Utri come soggetti da appoggiare "ora e in futuro", e rassicurava gli altri componenti della Cupola che fare quella strage sarebbe stato alla lunga "un bene per tutta Cosa nostra".
La motivazioni della sentenza, depositate sabato, affrontano anche il tema degli "elementi di verità" con cui è stato imboccato Scarantino chiarendo che il depistaggio, così come aveva spiegato il pm Nino Di Matteo in Commissione antimafia, era iniziato immediatamente dopo la strage (due anni prima dal momento in cui Di Matteo si era occupato delle indagini).
Una "pista" viene indicata in seno a quei Servizi di sicurezza che già il giorno dopo la strage furono coinvolti direttamente dal Procuratore capo di Caltanissetta, Gianni Tinebra. Fu lui a chiedere aiuto per le indagini all'ex numero due del Sisde Bruno Contrada. E pesano come macigni le note che lo stesso Servizio segreto civile diffuse proprio nelle prime fasi delle indagini.
La prima è quella del 13 agosto 1992 dove il Centro di Palermo comunicava alla Direzione del Sisde di Roma che “a seguito di ‘contatti informali’ con gli investigatori della Questura di Palermo, anticipazioni sullo sviluppo delle indagini relative alla strage di via d’Amelio circa gli autori del furto della macchina ed il luogo ove la stessa ‘sarebbe stata custodita prima di essere utilizzata nell’attentato'”.
Un'informazione incredibile tenuto conto della tempistica che precede di diverso tempo la comparsa sulla scena di Candura e Scarantino (ufficialmente le prime fonti di accusa che portavano in direzione della Guadagna). Poi ci sono le note del 17 ottobre '92, firmata da Lorenzo Narracci (vice capocentro del Sisde di Palermo), in cui venivano inseriti i nomi di Luciano Valenti, Roberto Valenti e Salvatore Candura; e sempre di ottobre è la nota del centro Sisde di Palermo che informò gli uffici centrali del servizio e quindi la Questura di Caltanissetta circa le parentele mafiose “importanti” di Scarantino. Tra queste non vi era solo il cognato Salvatore Profeta, uomo d’onore della famiglia mafiosa di S. Maria di Gesù ma che con Scarantino non aveva alcun legame di collaborazione criminale. L'intelligence ipotizzava, infatti, una lontana, ma mai accertata, parentela con la famiglia Madonia di Resuttana. Ci fu dunque una spinta dei Servizi verso quella falsa verità? La Corte d'Assise punta il dito contro gli investigatori ed in particolare contro l'allora Capo della Polizia, Arnaldo La Barbera, stabilendo un collegamento anche con la vicenda della sparizione dell'Agenda Rossa.
Misteri su misteri. Questi elementi, a cui si aggiungono le dichiarazioni coincidenti tra Gaspare Spatuzza e Scarantino sulle modalità del furto dell'auto e del ricovero in un garage; ma anche gli aspetti riguardanti la presenza di un uomo "non appartenente a Cosa

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LA MUSICA E' CAMBIATA. LO STATO DIETRO VIA D'AMELIO

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

lodato saverio cprof c paolo bassani 2018di Saverio Lodato
"È uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana". Che si poteva dire di più? Parole che non potrebbero essere più chiare. Parole che sono alla base della riapertura delle indagini su poliziotti ancora in servizio, sospettati di reati pesantissimi. Parole che definiscono un orrendo scenario sullo sfondo della strage in cui persero la vita Paolo Borsellino e uomini e donne della sua scorta. E che si spingono oltre, indicando in quell'Arnaldo La Barbera, poliziotto che guidava la task force sulle indagini, il Depistatore Principe con un ruolo diretto nella sparizione "dell'Agenda rossa".
Le motivazioni della sentenza quater su via d'Amelio, Corte d'Assise presieduta da Antonio Balsamo, giudice a latere, Janos Barlotti, andranno a fare il paio con quelle, che presto leggeremo, di Alfredo Montalto, presidente della seconda Corte d'Assise di Palermo, e di Stefania Brambille, a seguito della pesante condanna inflitta agli imputati per la Trattativa Stato-Mafia.
Cosa diranno ora i minimalisti della materia, quelli che volevano convincerci che avevamo assistito a uno stragismo straccione, frutto solo di responsabilità mafiose?
La suoneranno ancora la musichetta dei pubblici ministeri che, divorati dal protagonismo, inseguono "entità superiori", oltre Cosa Nostra, che invece non esistono in natura?
E certi storici la diranno qualche parolina per spiegarci i comportamenti di interi pezzi deviati dello Stato?
Capiranno tutti, minimalisti, storici e opinionisti del travestimento della verità, che la musica è cambiata? Che, un quarto di secolo dopo, con piede lento, la magistratura sta rimettendo ordine?
Si rassegneranno all'evidenza che non di solo Mafia fu insanguinata l'Italia?
Ne dubitiamo. Ci sono sempre sembrati troppo ostinati nell'errore, quasi avessero qualche peccatuccio da farsi perdonare.Foto © Paolo Bassani Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. La rubrica di Saverio Lodato

 

 

PANDORA TV - SPECIALE

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

TOLTA LA SCORTA AD ANTONIO INGROIA.

 

STRAGE USTICA, DARIA BONFIETTI: "IL NUOVO GOVERNO SI IMPEGNI PER LA VERITA'"

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Erano quasi le ore 21 del 27 giugno 1980 quando il Dc-9 I-Tigi Itavia, in volo da Bologna a Palermo con il nominativo radio IH870, scomparve dagli schermi del radar del centro di controllo aereo di Roma. Il caso di quell'aereo, precipitato nel mar Tirreno, in acque internazionali, tra le isole di Ponza e Ustica, con ben 81 vittime (77 passeggeri, tra cui 11 bambini e quattro membri dell'equipaggio) è uno dei tanti misteri su cui non vi è ancora una verità.
A 38 anni di distanza è ancora forte il grido di chi chiede di conoscerla.
Daria Bonfietti, presidente dell'associazione dei familiari delle vittime della strage di Ustica, dice con forza, nel corso del suo intervento in Comune a Bologna, di credere ancora "che sia possibile la piena verità sulla Strage di Ustica e dare in ogni modo sostegno all'impegno della Magistratura". Un appello accorato rivolto, in particolare, al Governo appena insediato, "per operare con determinazione sia a livello internazionale, per ottenere risposte adeguate alle rogatorie, sia sul piano interno per una puntuale attuazione della direttiva Renzi che deve permettere effettivamente di rendere pubblica tutta la documentazione delle amministrazioni dello Stato sulle stragi". A questo riguardo ha, tra l'altro, chiesto direttamente a Matteo Piantedosi, fino a pochi giorni fa prefetto di Bologna, nuovo capo gabinetto di Salvini "di affrontare, dalla sua nuova posizione, la questione non irrilevante di totale mancanza di documentazione proveniente dalla Prefettura di Bologna". "Il susseguirsi di sentenze civili definitive - ha sottolineato Bonfietti - che facendo propria la ricostruzione sulle cause dell'evento formulata dal giudice Priore e cioè che il Dc9 è stato abbattuto, riconoscono la colpevolezza dei Ministeri dei Trasporti e della Difesa, il primo per non aver garantito la sicurezza del volo e il secondo per avere ostacolato in ogni modo l'accertamento della verità".
Sono infatti tre le sentenze della Cassazione civile che hanno stabilito che il DC9 fu abbattuto da un missile, condannando i ministeri della Difesa e dei Trasporti a pagare un risarcimento ai familiari delle vittime e agli eredi di Aldo Davanzali, patron dell'Itavia, per non avere garantito la sicurezza del nostro spazio aereo.
Dall'altra parte c'è una sentenza della Cassazione penale, del 2004 in cui fu assolto dall'accusa di depistaggio il vertice dell'Aeronautica del 1980 (che però era stato condannato in primo grado), concludendo che "le ipotesi dell'abbattimento dell'aereo ad opera di un missile o di una esplosione a bordo non hanno trovato conferma" poiché "in termini di certezza nulla è emerso dalle perizie e dalle consulenze tecniche delle varie commissioni che si sono succedute nel tempo".
Tuttavia non si spiega come sia stato possibile piazzare l'eventuale ordigno. Non solo. Non si tiene conto che non vi è presenza di tracce di esplosivo sull'asse della toilette, che sarebbe stata a mezzo metro di distanza dalla suddetta bomba e che fu poi ripescata integra. Tanti dunque gli interrogativi che sono rimasti aperti.
Oggi si apprende che i magistrati della Procura della Repubblica di Roma, che indagano sulla strage sarebbero pronti a partire per gli Stati Uniti, dove vorrebbero interrogare Brian Sandlin, ex membro dell'equipaggio della USS Saratoga (CV 60), che la sera del 27 giugno 1980 era in servizio sul ponte della portaerei USS Saratoga (CV 60) e che afferma di aver visto due F-4J Phantom della squadriglia "Fighting 103" rientrare al termine di una missione di combattimento contro due Mig libici senza più l'armamento sotto le ali.
Andrea Purgatori, conduttore della trasmissione Atlantide, rivela che anche un altro soggetto, un secondo membro dell'equipaggio della USS Saratoga (S.G.) anche lui di guardia quella sera sul ponte, avrebbe confermato la stessa versione in un'intervista telefonica che verrà trasmessa questa sera. Insomma la ricerca della verità prosegue e, così come ha detto il Presidente della Camera Roberto Fico, "la legittima aspettativa di vedere finalmente restituita la verità su questa pagina drammatica della nostra storia, frustrata da depistaggi, complotti e silenzi anche da parte di alcuni settori deviati dell'apparato statale, non può essere ulteriormente disattesa"

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IL MINISTRO DEL GOVERNO DEL (NON) CAMBIAMENTO E I MAFIOSI DEL 41 BIS

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"Questi so’ pazzi, amma a’ fa ammuina (rumore)"
di Giorgio Bongiovanni
Da Cesare Lupo, fedelissimo dei Graviano, a Sandro Lo Piccolo. Da Ferdinando Autore, boss camorrista, a Giuseppe Guarino, mafioso del clan Bottaro-Attanasio. Ecco i nomi di alcuni dei mafiosi detenuti al 41 bis che, così come avevamo già scritto su ANTIMAFIADuemila, avevano espresso il proprio dissenso ad un'eventuale nomina del sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, a direttore del Dap, muovendo anche critiche contro il neonato governo Cinquestelle-Lega.
A riportare i contenuti della relazione del Gom (Gruppo Operativo Mobile della polizia penitenziaria) è oggi Il Fatto Quotidiano. Gli agenti mettono nero su bianco i commenti dei primi di giugno, quando i neo ministri hanno già giurato al Quirinale e devono ottenere la fiducia alla Camera ed al Senato.
È dal carcere de L'Aquila che i boss fanno sentire la propria voce. Il 3 giugno a parlare è Cesare Carmelo Lupo, boss di Brancaccio e fedelissimo dei fratelli stragisti Giuseppe e Filippo Graviano. Commenta l'indiscrezione stampa (uscita su Il Messaggero il giorno prima, ndr) proprio di fronte agli agenti: "Appuntato, avete visto che come capo dipartimento (direttore del Dap, ndr) mettono a Di Matteo? Che vogliono fare? Stringerci ancora di più? Noi siamo già stretti, più di questo non possono fare”. È evidente che il boss di Cosa nostra è consapevole che l'appuntato farà una relazione.
Lo stesso giorno un altro mafioso, il camorrista Ferdinando Autore, dimostra tutta la propria preoccupazione per il possibile arrivo al Dap del pm di punta che ha indagato sulla trattativa Stato-mafia.

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CASO SCORTA INGROIA: GLI "AMBIENTI DEL VIMINALE" E LE DENUNCE "LIQUIDATE" COME "FALSITA'"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

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L'ex pm: "Dichiarazioni offensive. Pronto a denunciare chi lo sostiene"
di AMDuemila
"Leggo sul Corriere della Sera di oggi che in 'ambienti del Viminale' le mie denunce verrebbero 'liquidate' come 'falsità'. Cosa sarebbe 'falso' secondo questi 'ambienti del Viminale'?". L'ex magistrato, oggi avvocato, Antonio Ingroia commenta così, su Facebook, l'articolo di giornale del "Corriere della Sera" in cui si riportano alcune considerazioni, senza fare nomi, che proverrebbero dalla sede del ministero degli Interni in merito alla vicenda della scorta che gli è stata revocata dallo scorso maggio. Ingroia non ci sta e pone una serie di interrogativi: sarebbero falsi "i fatti che ho denunciato? Che mi è stata revocata la protezione con queste modalità ? I progetti di attentato e le minacce subite negli anni? Le intercettazioni di Riina nella parte che mi riguardano? Le dichiarazioni di pentiti su progetti di attentato da parte di mafie e servizi segreti contro di me? Il fatto che ci sia stata una Trattativa, non più presunta, e che io ho avviato quell’indagine? E che gli imputati sono stati condannati a pene pesantissime e che subito dopo mi è stata revocata la scorta?". Quindi aggiunge: "Capisco che non sono amato da certi 'ambienti del Viminale': processo Contrada e processo Trattativa ne sono la causa, lo so. Ma non può essere consentito che io venga offeso impunemente: ritengo offensive queste dichiarazioni e sono pronto a querelare chi lo dichiarasse uscendo dall’anonimato. E quindi mi auguro vengano smentite da chi ha la responsabilità del Viminale. Oltre il danno, l’insulto. E’ davvero troppo. E non sono più disposto a subire in silenzio".

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DI MATTEO E DEL BENE: "LA POLITICA TORNI A PARLARE DI MAFIA"

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dimatteo delbene c claudio paciellodi Aaron Pettinari - Video
I due magistrati intervenuti a Milano alla conferenza di WikiMafia, "Dipende da NOI"

La lotta alla mafia, l'impegno della magistratura, i silenzi della politica, gli attacchi subiti con il processo trattativa Stato-mafia, l'isolamento, la ricerca della verità sulle stragi, i legami tra le criminalità organizzata e segmenti del potere. E' un'intervista a tutto tondo quella che Nando dalla Chiesa, direttore dell'Osservatorio sulla Criminalità Organizzata della Statale di Milano, Presidente Onorario di Libera e figlio del generale ucciso in via Carini il 3 settembre 1982, ha fatto ai sostituti procuratori nazionali antimafia, Nino Di Matteo e Francesco Del Bene in occasione dell'evento "Dipende da NOI", organizzato da WikiMafia nei giorni scorsi, presso la Camera del Lavoro a Milano. Un dibattito a cui hanno partecipato tantissimi ragazzi. Grazie agli interventi dei due magistrati è stato possibile fare il punto sulla dimensione che i Sistemi criminali in Italia hanno assunto nel corso della storia, passata e presente.La forza della mafia
Ed è proprio partendo dai rapporti mafia-politica, mafia-impresa, mafia-banche, mafia-pubblica amministrazione, mafia-informazione e mafia-giustizia che è iniziata la riflessione. Secondo Di Matteo questi rapporti sono il "cuore" su cui si dovrebbe insistere nel contrasto alle criminalità organizzate. "Le mafie hanno saputo sempre coltivare certi rapporti - ha detto il magistrato - Lo stesso Salvatore Riina, dialogando con alcuni capomafia diceva che 'se non avessimo avuto questo rapporti saremmo stati una banda di sciacalli', cioè una banda di criminali ordinari che come tali sarebbero stati debellati con una semplice repressione poliziesca. Se così non è stato è perché loro hanno la consapevolezza di questi rapporti e lo Stato non sempre ha avuto la consapevolezza e soprattutto la volontà di capire che, se non si recidono questo tipo di rapporti, in futuro potremmo arrestare dieci cento o mille esponenti dell'ala militare delle organizzazioni mafiose ma non vinceremo mai la guerra".
Quindi ha aggiunto che "al di là di quello che siamo riusciti a provare nei processi noi sappiamo che dietro l'eccidio di via Carini, dietro la strage di via d'Amelio, di Capaci, dietro gli omicidi eccellenti che hanno costellato la storia criminale di questo Paese c'è sempre stata una convergenza di volontà... Ora è necessario individuare, con nomi e cognomi, i responsabili ulteriori di tanti delitti eccellenti che hanno caratterizzato la nostra storia repubblicana e che non sono esclusivamente gli uomini d'onore che appartengono a Cosa nostra". Del Bene, da parte sua, ha ribadito: "Spesso siamo accusati di fare archeologia. Ma la necessità è quella di scavare nel tempo degli anni per individuare esattamente quelle persone, quella zona grigia che ha consentito la crescita di queste persone fino ad assurgere ai rapporti più alti delle istituzioni. Un'attività difficile ma che è un dovere morale... E' la volta che lo Stato italiano alzi la testa dinanzi a certe vicende e faccia completa chiarezza. Se noi non facciamo chiarezza sulle vicende del passato non riusciremo a comprendere bene il presente e soprattutto proiettarci nel futuro".Il ruolo della Procura nazionale antimafia
Stimolati a rispondere sulle possibilità che la Procura nazionale antimafia può avere nel contrasto alla criminalità organizzata entrambi hanno evidenziato come la stessa abbia un ruolo differente rispetto a quello che Giovanni Falcone aveva pensato, lottando per la sua costituzione. "Falcone - ha ricordato Del Bene - sperava che la Dna potesse curare direttamente certe indagini in maniera centrale, sempre con l'aiuto delle distrettuali presenti sul territorio. Oggi la Dna svolge un'attività centralizzata di coordinamento anche se non è privo di efficacia il dato che oggi si ha una conoscenza del fenomeno in tutte le regioni... In Piemonte, in Lombardia, in Emilia Romagna, in Toscana oggi non parliamo più di infiltrazione dell'organizzazione mafiosa ma di radicalizzazione. E conoscere questi fenomeni diventa importante per contrastarli con forza anche laddove oggi le organizzazioni hanno diramato le proprie radici".
Ugualmente Di Matteo ha ricordato come la Procura nazionale antimafia ed antiterrorismo abbia un ruolo centrale a livello europeo proprio per le conoscenze acquisite nel corso degli anni. Inoltre ha ricordato che "la legge attribuisce alla Dna, oltre ai compiti di coordinamento, anche quelli di impulso che noi magistrati possiamo svolgere nei confronti di tutte le Procure distrettuali antimafia, attraverso strumenti incisivi: quello delle banche dati, fondamentali e ricchissime, che abbiamo a disposizione; quello dei colloqui investigativi (con i detenuti e non solo); quelli della pre-investigazione, rispetto l'investigazione giudiziaria che spetta alla Procura distrettuale; e quello dell'applicazione di magistrati della Dna nei processi presso le sedi distrettuali. La Procura nazionale antimafia non può esaurire il suo compito nel mero coordinamento e nella mera trasmissione di verbali da una procura all'altra o nella mera risoluzione o tentativo di risoluzione di conflitti che dovessero sorgere tra diverse procure.
Noi ci batteremo, assieme al procuratore Cafiero de Raho, affinché la Dna riacquisti il potere di impulso e di centralità affinché possa essere protagonista delle indagini assieme alle Procure distrettuali. Un passo necessario in particolare in indagini particolari come quelle sulle stragi, che richiedono un impegno totalizzante".Il processo trattativa
Entrambi i pm hanno fatto parte del pool che ha condotto il processo trattativa Stato-mafia, conclusosi lo scorso 20 aprile con la condanna di boss, uomini delle istituzioni ed ex politici. Una sentenza che, come ha detto dalla Chiesa, oggi "sembra dimenticata, quasi come se non ci fosse stata". Ripercorrendo i momenti più difficili vissuti nel corso del dibattimento Di Matteo ha evidenziato come "dopo la sentenza i grandi media hanno parlato solo per un giorno e mezzo, dopodiché hanno taciuto. Diversamente hanno continuato a parlare, imperterriti quei giornali che in precedenza avevano osteggiato, denigrato e preso in giro l'inchiesta ed il processo". "Cosa sarebbe accaduto se fosse arrivata un'assoluzione, come gran parte di potere in questo Paese sperava? - si è domandato il pm - Questo Paese ha già rimosso la vicenda ed è letteralmente vergognoso... La sentenza della Corte d'assise sostiene che si è realizzata nei confronti di almeno tre governi della Repubblica di aver subito una minaccia e una pressione a colpi di bombe e di ricatti. Si è realizzata questa minaccia il ché significa che prima di tutto deve essere percepita e conosciuta da chi sta al governo". Due gli aspetti su cui il sostituto procuratore si è soffermato: "Il primo aspetto è che mentre saltavano in aria Falcone, Borsellino, Francesca Morvillo e i poliziotti delle scorte, e mentre venivano compiuti altri cinque attentati nel 1993 a Roma Firenze e Milano, c'era una parte di istituzioni che trattava con Totò Riina dicendo 'che cosa vuoi per finire le stragi?'. A me da cittadino italiano questa circostanza acclarata dalla sentenza colpisce". Il secondo è che "tra governi vengono raggiunti dalla minaccia ma nessuno degli esponenti di quei governi ha fornito un contributo. Nessuno, dopo la sentenza, continua ad avere la curiosità o ad interrogassi sulla reticenza di queste persone... Il processo lo abbiamo vinto e il potere ha reagito nel modo in cui reagisce meglio quando mancano i fatti su cui poter controbattere: alzando la cortina del muro di gomma, la cortina del silenzio, del 'non è successo nulla' o 'aspettiamo le motivazioni della sentenza o il secondo grado'".
Di Matteo punta il dito anche contro chi aveva definito il lavoro della Procura di Palermo "una botta pazzesca". "Oggi - ha detto - sentiamo lamentare da quelle stesse persone che la sentenza è arrivata dopo 25 anni, che la verità è tardiva o incompleta. Bene dopo 25 anni si sa che mentre saltavano in aria Falcone e Borsellino e nel contesto delle stragi non c'era soltanto Riina ma pezzi dello Stato". E a chi dice che mancano i politici sotto accusa il pm ha ricordato che "uno è ancora sotto processo (Calogero Mannino, ndr) e nel dispositivo è citato un altro (l'ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ndr) che ha ricevuto la minaccia di Riina e non l'ha denunciata".Gli attacchi al processo
Parlando degli attacchi subiti nel corso del processo Di Matteo ha ribadito come quelli che più lo hanno colpito "non siano stati tanto quelli arrivati dai media, dagli ambienti politici o dalla mafia ma dagli ambienti della magistratura". Il pm ha ricordato le parole del Procuratore generale di Milano che, a processo in corso, "criticava le iniziative processuali del Pm e della Corte d'Assise di Palermo". Poi ancora le dichiarazioni di altri magistrati che "parlavano di processo farsa". "Noi sappiamo - ha continuato Di Matteo - che se io o qualsiasi altro collega fossimo intervenuti dicendo qualcosa su un processo in corso a Milano, Firenze, Roma o Torino, dicendo che non lo condividevamo saremmo stati giustamente sottoposti ad un procedimento disciplinare. Noi siamo stati sottoposti a tutto. Non ci ha difeso nessuno, non ci ha difeso l'Anm, non ci ha difeso il Csm, non ci ha difeso, ed anzi ci ha strumentalmente attaccato, il Capo dello Stato. Noi siamo andati avanti non perché siamo bravi o siamo stati ragazzi eroi, ma semplicemente perché abbiamo fatto il nostro dovere".
Successivamente è stato il sostituto procuratore nazionale antimafia Del Bene a ricordare i momenti di isolamento ribadendo la gravità dell'azione del Pg di Milano in quanto "un organo giudicante censurava a mille chilometri un altro organo giudicante senza conoscere i fatti". Poi ha aggiunto: "Un altro momento difficile da digerire è stato quando ci è stato imposto la distruzione delle intercettazioni. Lo dico da tecnico del diritto. Noi abbiamo agito nel rispetto della legge e abbiamo fatto molto di più di quello che altri uffici non avevano fatto e che non sono stati censurati. Le famose conversazioni (quelle tra il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l'indagato Nicola Mancino, ndr) le abbiamo ascoltate solo noi. Non troverete un brogliaccio in cui si parla del contenuto. Non le abbiamo mai depositate in un processo per chiedere al giudice di ascoltarle, trascriverle o utilizzarle. Nello stesso arco temporale un altro ufficio giudiziario, con lo stesso interlocutore (Napolitano) ha fatto ascoltare le intercettazioni all'autorità giudiziaria, le ha fatte inserire nei brogliacci, le ha depositate, le ha fatte trascrivere e le ha fatte avere ai giudici e alle parti. Ebbene non si è mossa foglia".

Il rapporto con Antonio Ingroia

Nel corso del dibattito entrambi i magistrati hanno ricordato il rapporto di lavoro avuto con l'ex collega Antonio Ingroia, che con Di Matteo ha curato l'inchiesta sulla trattativa per poi "lasciare il testimone" a Vittorio Teresi come procuratore aggiunto di riferimento, evidenziando come lo stesso sia stato "un magistrato che ha interpretato il suo ruolo secondo il dettato costituzionale di cercare di trattare tutti i cittadini allo stesso modo. Un magistrato che ha avuto il coraggio di indagare settori inquinati delle istituzioni e settori inquinati e inquinanti della politica". Nel suo intervento Di Matteo ha anche denunciato la revoca della scorta ad Ingroia.

La mafia spiegata a un bambino: perché la politica non ne parla?

Dalla Chiesa ha poi chiesto ai due magistrati di provare a rispondere ad un eventuale bambino che, curioso di capire cos'è la mafia, "ad un certo punto vi chiede per quale morivo quei signori, i politici, non ne parlano". Di Matteo è diretto: "Non ne parlano perché una parte trova ancora conveniente che questo sistema mafioso-corruttivo non venga affrontato con decisione e sconfitto. Perché da questo sistema comunque traggono la possibilità di nuovi affari, consensi, di perpetrazione del sistema di potere. Poi c'è un'altra parte che sembra ignorare la gravità del problema, che sembra non avere gli strumenti e che non li vuole acquisire... non ha consapevolezza di quello che c'è dietro i delitti eccellenti, di quello che c'è stato dietro nell'immediato dopoguerra in determinati accordi tra la mafia e le strutture politiche. Non vogliono avere la consapevolezza di quello che significa nel suo reale significato più vero la sentenza Andreotti o quella Dell'Utri. E non si pone il problema di ciò che significa la sentenza sulla trattativa Stato-mafia. Quindi a questo ipotetico bambino risponderei: lotta per te stesso, prima di tutto, per il tuo futuro affinché quei politici che convivono e che vogliono convivere vengano espulsi dalla vita politica. E lotta per cambiare quelli che ignorano il problema perché è altrettanto grave l'atteggiamento". Quindi ha aggiunto: "La mafia verrà sconfitta quando si realizzano due condizioni, in primis una rivoluzione culturale che deve partire dai giovani nella consapevolezza e nella conoscenza del problema. Ma l'altro punto dipende dalla politica".
Di Matteo ha dunque ricordato quanto sancito dalle sentenze Androetti e Dell'Utri sottolineando che ancora oggi "una parte importante della politica è rappresentata da un soggetto che una sentenza definitiva afferma che ha stipulato un patto, dal 1974 fino al 1992, con i capi delle famiglie mafiose palermitane. Allora era un imprenditore, si tratta di Silvio Berlusconi".
Secondo il pm "la politica deve fare un cambio di marcia. Deve stare in prima linea... Oggi mi sembra che abbia perso la consapevolezza della gravità del fenomeno e non ha più la volontà di stare in prima linea". Di Matteo ha quindi definito "una scusa meschina" il principio per cui oggi la politica "aspetta le sentenze definitive della magistratura". "Confondono i piani volutamente - ha ribadito - perché la magistratura accerta la responsabilità penale di singoli soggetti e di singoli comportamenti ma ci sono determinati fenomeni di collusioni che al di là dell'esito del processo penale dovrebbero essere sanzionati con una responsabilità politica". Del medesimo avviso il sostituto procuratore Francesco Del Bene che ha ricordato come la politica non si muova anche quando ci sono le sentenze. "Anche in quelle di assoluzione - ha ricordato - ci possono essere degli elementi su cui riflettere. Non si leggono mai le motivazioni delle sentenze. Ci sono dei comportamenti che possono avere rilevanza penale, altri no. Ma se tu incontri mafiosi, delinquenti e truffatori ha comunque un peso". Del Bene ha poi evidenziato il ruolo che deve avere l'informazione: "Bisogna conoscere il fenomeno. Un tempo si diceva che la mafia non esisteva, oggi non è più possibile dirlo ma si nasconde il problema".
Entrambi hanno ribadito il concetto che "la questione mafiosa è principale per la democrazia del Paese".L'intervento di Salvatore Borsellino
Prima della fine dell'evento, con le conclusioni dell'ideatore e co-fondatore di WikiMafia, Pierpaolo Farina, che ha ricordato il valore dell'impegno quotidiano e di tutti nella lotta alla mafia, sul palco è salito Salvatore Borsellino. Il suo è stato un intervento accorato in cui, a proprio nome, ha anche voluto chiedere scusa a Nino Di Matteo per gli attacchi di sua nipote Fiammetta, figlia di Paolo, a proposito del depistaggio del finto pentito Scarantino. Poi, rivolgendosi ad entrambi i sostituto procuratori nazionali antimafia, ha aggiunto: "Voi non siete mai stati da soli. Noi vi siamo sempre vicini, noi vi abbiamo seguiti in ogni momento durante la vostra lotta e come voi siamo stati derisi e accusati. Se questo processo non avesse avuto la fine che grazie a Dio avuto anche noi saremmo stati attaccati. Saremmo stati il 'vascello pirata' finalmente affondato. Non è così. Questo processo è una svolta come anche il processo di Caltanissetta. Queste due sentenze portano ad una strada nuova, ancora lunga, difficile come quella di oggi ma non ci arrestiamo".Foto © Claudio Paciello

 

 

   

L'ATTACCO DI SALVINI: "PROTEZIONE A SALVIANO? VEDREMO SE HA BISOGNO

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

(IN COLLABORAZIONE CON ANTIMAFIA DUEMILA ALLNEWS DI PALERMO)

L’autore di ‘Gomorra' risponde: “È il ministro della malavita”
di Francesca Mondin

La carica di ministro dell'Interno non sembra aver conferito a Matteo Salvini maggior raziocinio nell'uso delle parole, anzi la sue esternazioni sono rimbalzate su giornali e televisioni a più non posso da quando è al governo. Ieri però il ministro dell'Interno, facendo un baffo alla riservatezza su argomenti delicati come la tutela di chi è sotto minacciato dalle mafie, si è scagliato contro il giornalista e scrittore Roberto Saviano sollevando un botta e risposta dai toni aspri. La miccia è partita ieri mattina quando il leader della Lega ad Agorà su Rai3 ha risposto in merito ad una sua dichiarazione di un anno fa (“se andiamo al governo a Saviano gli leviamo l’inutile scorta”). “Saranno le istituzioni competenti a valutare se corra qualche rischio - ha detto Salvini - anche perché mi pare che passi molto tempo all’estero…”. Aggiungendo poi cheRoberto Saviano è l’ultimo dei miei problemi: gli mando un bacione se ci sta guardando. È una persona che mi provoca tanta tenerezza e tanto affetto, ma è giusto valutare come gli italiani spendono i loro soldi”. Dichiarazioni che, anche non contenendo un esplicito attacco, rappresentano un sostanziale isolamento da parte del ministero dell'Interno nei confronti di un giornalista minacciato di morte dalle mafie che vive sotto scorta dal 2006.
In seguito Salvini ha precisato che: “Non sono io a decidere sulle scorte, ci sono organismi preposti” per annunciare poi una verifica ad ampio raggio: “Verificheremo tutti i servizi di vigilanza, sono quasi 600 e occupano 2.000 uomini delle forze dell’ordine”.
Non si è fatta attendere la risposta dell'autore di 'Gomorra' che, nel video pubblicato su Facebook, non ha fatto sconti al leader della Lega (mai entrato nelle sue simpatie, si sa): “E secondo te, Salvini, io sono felice di vivere così da 11 anni, minacciato dalla camorra e dai narcos messicani? Buffone”. Poi Saviano è passato al contro attacco definendo Salvini “il ministro della malavita. È stato eletto in Calabria e in un suo comizio a Rosarno in prima fila c’erano uomini della cosca Pesce. Lui, da codardo, non ha detto niente contro la ’ndrangheta”. In merito all'importanza di informare i cittadini sui "soldi degli italiani", il giornalista ricorda: “Salvini restituisca i soldi della maxi-truffa della Lega ai danni della Repubblica italiana e poi parli del denaro che gli italiani devono sapere come viene speso”.saviano grasso c imagoeconomica

Già nei giorni scorsi Saviano aveva definito il leader della Lega “il ministro della crudeltà" per la complessa vicenda della nave Aquarius, ieri ha rinnovato l'invito a togliere "al ministro della malavita, la possibilità di continuare ad armare odio e disprezzo”.
La critica alle dichiarazioni di Salvini è arrivata dal suo predecessore Marco Minniti che ha detto: “Le scorte non si assegnano né si tolgono in tv”. “Non vogliamo altri Pippo Fava, Peppino Impastato, Mario Francese, ha rincarato Pietro Grasso. Mentre Graziano Delrio ha proposto “tolga a me la scorta e la lasci a Saviano”. Il pentastellato presidente della Camera Roberto Fico, senza fare nomi, ha ricordato la serietà con cui bisogna parlare di mafia: "L'Italia è il Paese che ha nel suo ventre tre fra le più grandi organizzazioni criminali internazionali: mafia, camorra, 'ndrangheta. Tutti i cittadini, gli imprenditori e gli intellettuali che hanno avuto il coraggio di opporsi alla criminalità organizzata devono essere protetti dallo Stato. Spero che al più presto questo male possa essere definitivamente sradicato, diventando così solo un brutto ricordo. In questo modo nessuno dovrà più essere scortato perché finalmente libero".
In difesa e sostegno del giornalista si sono schierati diversi colleghi anche dall'estero. Il presidente di Articolo21 Paolo Borrometi anche lui minacciato di recente di morte, ha scritto: “Le scorte non si chiedono e chi vive sotto scorta non è un privilegiato, ma un condannato”. "Chi ricopre cariche istituzionali - è invece l'avvertimento lanciato dai microfoni del Tg1 da parte del Pm Nino Di Matteo - dovrebbe conoscere bene la mentalità dei mafiosi in modo da evitare che certe dichiarazioni siano interpretate come un segnale di indebolimento".Foto © Imagoeconomica

   

'NDRANGHETA STRAGISTA, PALMIERI: "SERVIZI SEGRETI DIETRO A PROGETTO DI DESTABILIZZAZIONE DELLO STATO"

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

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"Da quegli incontri Milazzo usciva molto turbato - ha aggiunto il pentito rispondendo alle domande del procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo - Mi diceva 'questi sono pazzi scatenati' e che quello che volevano fare avrebbe portato alla fine di Cosa nostra e che non avrebbe portato beneficio a nessuno. Milazzo non era favorevole ma rispondeva con un 'Ni' a quel progetto. Se avesse detto no sarebbe stato un gran rifiuto e ci avrebbero ammazzato".
Non è la prima volta che l'ex autista del capomafia di Alcamo parla di queste cose. In merito è stato riascoltato di recente anche dai pm di Caltanissetta che indagano sui mandanti esterni delle stragi che uccisero Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti delle scorte.

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TOLTA LA SCORTA A INGROIA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

(IN COLLABORAZIONE CON ANTIMAFIA DUEMILA ALL NEWS DI PALERMO)

 

ingroia antonio c imagoeconomica 0Continua l'azione del "governo del (non) cambiamento"
di Giorgio Bongiovanni - Video
Mentre il deputato di Forza Italia Francesco Paolo Sisto esulta per la mancata nomina del magistrato Nino Di Matteo al Dap (a suo tempo aveva definito "terrificanti" le voci su una tale eventualità) continuano le "gaffe" del ministro degli Interni, Matteo Salvini, e del "governo del (non) cambiamento". Il leader leghista ieri ha dimostrato ancora una volta tutta la propria ignoranza, al di là dei proclami, in materia di lotta alla mafia attaccando Roberto Saviano che si è permesso di criticarlo sull'operato (assolutamente discutibile) che il Governo ha messo in atto sui migranti. "Io dico che l’Italia ha il record europeo di servizi di scorta e vigilanza, non dipendono da me le scelte su simpatia o antipatia - ha detto Salvini - Saranno le istituzioni competenti a valutare se corra qualche rischio anche perché mi pare che passi molto tempo all’estero. Valuteranno come si spendono i soldi degli italiani. Gli mando un bacione”.
L'Italia, purtroppo, è il Paese che al suo interno ha le organizzazioni criminali più potenti del mondo (Cosa nostra, 'Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita) e ancora oggi, sisto francesco paolo c imagoeconomicacosì come in passato, le mafie (ma anche i sistemi criminali) non vogliono che si parli di loro. La nostra storia è intrisa del sangue di giornalisti uccisi dalle mafie e ancora oggi minacce ed intimidazioni non mancano. L'autore di Gomorra, che ha raccontato la storia dei Casalesi, da oltre undici anni è sotto scorta ma, evidentemente, il ministro fa finta di non sapere che quando si entra nel mirino della mafia è come una sentenza "fine pena mai". Ma non è solo la vicenda Saviano a destare indignazione.
È grave la mancata azione del ministro, e di conseguenza del governo, rispetto alla scorta che è stata tolta all'ex pm, oggi avvocato, Antonio Ingroia. A dare la notizia è stato ieri il sostituto procuratore antimafia, Nino Di Matteo, intervenuto in un convegno a Milano. "La mafia e i potenti che colludono con la mafia non dimenticano - ha denunciato - Eppure lo Stato ha deciso di togliere la scorta ad Antonio Ingroia. Ci sono personaggi della politica che restano sotto scorta e alcuni da anni non hanno più alcun ruolo pubblico. Ingroia invece è lasciato senza protezione”. Ugualmente anche il sostituto procuratore nazionale antimafia Francesco Del Bene ed il sociologo Nando dalla Chiesa hanno evidenziato la gravità della situazione. Ad Ingroia la scorta è stata tolta appena 15 giorni dopo la sentenza emessa dalla Corte d'assise di Palermo sulla trattativa Stato-Mafia. Un processo inizialmente da lui istruito e poi condotto fino alla sentenza di primo grado dai pm Di Matteo, Del Bene, Teresi e Tartaglia. Un processo che ha portato alla condanna di boss, rappresentanti delle istituzioni e politici: gli ufficiali dei carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, i boss di Cosa nostra come Leoluca Bagarella e Antonino Cinà e dell'ex senatore e fondatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri.
dimatteo nino c imagoeconomicaMa erano già 27 anni che Ingroia era sotto scorta. È stato allievo di Paolo Borsellino, ha condotto inchieste e processi contro la mafia ma anche contro quei sistemi criminali che con essa fanno affari. Ha portato alla sbarra soggetti come l'ex numero tre del Sisde, Bruno Contrada, e l'ex senatore e fondatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri, ottenendo (assieme ai colleghi Alfredo Morvillo e Domenico Gozzo) le condanne poi divenute definitive per concorso esterno in associazione mafiosa.
La decisione di togliere la scorta ad Ingroia è stata presa quando al governo c'era Paolo Gentiloni e ministro degli Interni era Minniti. Cosa c'era da aspettarsi rispetto ad un governo nefasto come quello del Pd, poi bocciato alle urne? Ma è il tempo presente che ora conta. Ed è assurdo che il governo attuale abbia confermato quella decisione e non muova un dito per il ripristino della scorta. Non possono esserci ideologie di fronte alle sentenze di "condanna a morte" che le mafie hanno emesso.
Questo era il "governo del cambiamento" e se "cambiamento" c'è la sensazione è che si stia andando verso il peggio. Già ieri abbiamo pubblicato la notizia della relazione degli agenti del GOM in cui si dice che dei boss ergastolani mafiosi, dal carcere, hanno espresso il proprio "no" all'eventuale nomina come direttore del Dap del sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo. Fatti alla mano il ministro alla Giustizia, Alfonso Bonafede, anziché dare un segnale forte, proponendo al Csm il nome di Di Matteo per l'incarico, ha preferito orientare la propria scelta verso altre figure. Nessuna risposta è arrivata (per ora) dal Guardasigilli, rispetto a quella relazione se ne era venuto a conoscenza o se questa, in qualche maniera, ha condizionato la sua scelta. Ed anche sulla vicenda di Roberto Saviano il ministro della Giustizia ha preferito "lavarsi le mani" come Pilato (“Non commento: le scorte sono competenza del Viminale”). Diversamente ha fatto il Presidente della Camera, Roberto Fico: “Chi ha avuto il coraggio di denunciare e opporsi alla criminalità organizzata deve essere protetto dallo Stato”.
Intervistato dal Tg1 anche Di Matteo ha commentato le parole di Salvini: "Su Saviano non conosco nello specifico la sua situazione di rischio quindi non mi permetto di entraresalvini matteo c imagoeconomica 2 nel merito però mi sarei aspettato che questioni così delicate fossero trattate soltanto ed esclusivamente davanti gli organismi competenti. Io credo che chi ricopre incarichi istituzionali dovrebbe conoscere bene la mentalità dei mafiosi per evitare che determinate dichiarazioni possano diventare nella mente dei mafiosi un segnale di delegittimazione e di isolamento di un bersaglio. Io vorrei che in italia si ricordasse un po' di più che soprattutto in terra di mafia molti scortati, assieme ai carabinieri i poliziotti che li proteggevano, sono saltati in aria e sono morti. Questo è un paese che non può perdere la memoria. Io penso e spero tanto che tutte le istituzioni e anche questo governo si rendano conto finalmente che la questione mafiosa, la lotta alla mafia, èe deve essere una delle questioni principali delle agende di qualsiasi governo, di qualsiasi colore esso sia". Ed è proprio questo il nocciolo. Allo stato attuale il nuovo Governo rischia di fare anche cose peggiori del precedente. Speriamo che arrivino nuove risposte.In foto dall'alto: l'ex pm Antonio Ingroia, il deputato di Forza Italia, Francesco Paolo Sisto, il sostituto procuratore antimafia, Nino Di Matteo e il ministro dell'Interno, Matteo Salvini (© Imagoeconomica)

 

 

   

DA PALERMO, PRESENTAZIONE DEL LIBRO "AVANTI MAFIA! PERCHE' LE MAFIE HANNO VINTO"

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ANTIMAFIA DUEMILA TV

www.antimafiaduemila.com

Lo scorso 27 maggio, presso l’Atrio “Paolo Borsellino” della Biblioteca Casa Professa è stato presentato, in anteprima nazionale, il libro “Avanti Mafia! Perché le Mafie hanno vinto” (edizioni ACFB-Corsiero Ed.) a firma di Saverio Lodato, giornalista, scrittore ed editorialista per ANTIMAFIADuemila. Una pubblicazione in questi giorni disponibile in tutte le librerie ed anche nelle edicole siciliane. ANTIMAFIADuemila TV, avvalendosi della collaborazione dell'agenzia di pubblicità e comunicazione Sydonia Production, specializzata nei settori delle produzioni video, ha voluto documentare l'evento. Un vero e proprio docufilm, con la regia di Luca Trovellesi Cesana che racconta l'evento a cui, oltre all'autore, hanno partecipato, l'attore e regista Pif, il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo, che firma la prefazione del libro, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando e gli attori Lunetta Savino e Carmelo Galati.

 

   

LE PAROLE CORAGGIO DI GIUSEPPE CONTE SULLA MAFIA

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di Saverio Lodato
Sono parole al vento che mai diventeranno fatti? Può essere. Sono l’appendice verbale di una campagna elettorale permanente, visto che fra poco torneranno a votare sette milioni di italiani? Possibile, probabile.
Però, che belle parole. Ascoltiamole insieme: “Contrasteremo con ogni mezzo le mafie. Aggrediremo le loro finanze, le loro economie”. Che c’è di sbagliato in parole come queste? Sono musica per le orecchie di milioni di italiani.
E che bel coro da stadio, risuonato in oltre mezzo Senato: “Fuori la mafia dallo Stato”. Sembrava di sentire le dirette radio, a Cinisi, di Peppino Impastato, quarant’anni fa; tornava alla memoria l’avvertimento di Giovanni Falcone sulle “intelligenze raffinatissime” che si nascondevano, guidandola, dietro le spalle della mafia; o le tesi accusatorie di quei Pm che hanno portato avanti il processo sulla Trattativa Stato-Mafia.
Quando un premier, in questo caso Giuseppe Conte, a guida di un governo 5 Stelle e Lega, legge le sue dichiarazioni programmatiche, è innanzitutto con le parole che è chiamato a fare i conti. Per la scelta di queste parole viene giudicato, applaudito, ignorato o fischiato. E’ il discorso della corona, bellezza. E da che mondo è mondo, sempre “parole” sono.
Guardo i filmati di quel passaggio sulle mafie, e vedo impietriti, fra gli altri, Paolo Romani e Maurizio Gasparri, Renato Schifani e Anna Maria Bernini, ma i conti mi tornano. Mi tornano benissimo.
Poi le telecamere inquadrano Matteo Renzi e, al suo fianco, il fedele tesoriere del “suo” PD, Francesco Bonifazi: non applaudono

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SI INSEDIA IL GOVERNO CONTE. COSA NE SARA' DELLA LOTTA ALLA MAFIA?

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di Giorgio Bongiovanni
Dopo numerose e rocambolesche vicissitudini tutte all’italiana, rinunce improvvise e repentini cambi di marcia, ecco che si è insediato il nuovo governo sotto il nome del (rispettabilissimo, fino a prova contraria) professor Giuseppe Conte. Un governo dove nuovi sono, in massima parte, anche i nomi dei ministri; e nuova, se non inedita, la coalizione dalla quale è scaturito. Ma, al cambiare delle alleanze e dei nomi di coloro che occupano le cariche istituzionali più forti, non cambiano e non devono, a nostro parere, cambiare, le priorità che il governo del momento deve affrontare in maniera seria, continuativa, programmata. La lotta alla mafia, sia chiaro, non ha "colore" politico, e come tale deve restare al centro dell'agenda di qualsiasi governo, anche del più "bizzarro", perché figlio di un movimento - M5s - e di un partito - Lega - quantomai ideologicamente distanti. Che, nonostante ciò, si ritrovano oggi a capo di un Paese ormai, dal punto di vista della penetrazione delle organizzazioni criminali, quasi alla deriva.
Proprio perché contrastare la mafia non è prerogativa di destra, di centro o di sinistra, non possiamo che attendere le prossime mosse di questa coalizione giallo-verde che - è nostra speranza - sul punto sia fautrice di una vera presa di posizione. Ricordando che, a scrivere la storia della lotta alla mafia nelle aule di un Palazzo di Giustizia - stiamo parlando dello storico pool antimafia di Palermo - sono stati proprio due magistrati, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (insieme a Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello) le cui idee politiche opposte non ostacolarono un'azione giudiziaria d'avanguardia contro Cosa nostra e le sue ramificazioni con soggetti ad essa esterni.

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TUTTI GLI INTERVENTI DEI RELATORI NEL CONVEGNO

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IN COLLABORAZIONE CON LA TESTATA ANTIMAFIA DUEMILA ALLNEWS DI PALERMO.

 

Libro: Avanti Mafia! Perché le Mafie hanno vinto
Editore
: ACFB - Corsiero Editore
Pagine: 352
EAN: 9788898420865
Prezzo: € 15,00
Prenota il libro: ibs.it - amazon.it
Social: facebook.com/avantimafia

Da giugno in libreria

SINOSSI
2012-2018. Anni di fatti, inchieste, stravolgimenti politici, promesse, rivelazioni ed evoluzioni. Anni di mafia e di antimafia.
avanti mafia internaUn fenomeno quello della criminalità organizzata che, nonostante gli arresti continui, resiste da oltre centocinquant’anni di storia d’Italia. Un fenomeno che mostra sempre più quei sintomi, fino quasi a confondersi con quell’altra metastasi chiamata corruzione. Lo dicono gli addetti ai lavori e lo dimostrano i numeri. In questo spazio-tempo si inserisce l’occhio dell’osservatore esterno che si trova ad analizzare gli accadimenti.
La penna è quella di Saverio Lodato che di questi temi, con analisi spesso spietate, si è occupato a lungo nella propria carriera di giornalista e scrittore.
È così che nasce questa raccolta di articoli. È l’occasione per offrire un punto di vista ulteriore, magari “controcorrente” su argomenti sempre più spesso accantonati dal grande mainstream. Un modo per ribadire che ad oltre vent’anni dalle stragi che hanno insanguinato il Paese nei primi anni Novanta, c’è ancora molto da fare e che “antimafia” non è una parola morta. Perché, come spiega lo stesso Lodato “il bello non è scrivere per scrivere. Il bello è scrivere per scrivere ciò che si pensa”.

L'AUTORE
Saverio Lodato è tra le più autorevoli firme del giornalismo italiano in materia di mafia e di antimafia, ha iniziato a scrivere nel 1979 sul quotidiano “L’Ora”. Per trent’anni inviato de “l’Unità” a Palermo, oggi scrive sul sito www.antimafiaduemila.com.
È autore di articoli e saggi in cui affronta e sviluppa i temi e le connessioni della politica italiana, con particolare attenzione alla mafia. È autore di una cronaca del fenomeno mafioso, continuamente aggiornata; l’ultima edizione (Quarant’anni di mafia, Rizzoli) è stata pubblicata nel 2018. lodato saverio autore avanti mafiaTra le sue opere più note: I miei giorni a Palermo. Storie di mafia e di giustizia raccontate a Saverio Lodato (con Antonino Caponnetto, 1992, Garzanti), Potenti. Sicilia, anni Novanta (1992, Garzanti), Vademecum per l’aspirante detenuto (1993, Garzanti), Dall’altare contro la mafia (1994, Rizzoli), C’era una volta la lotta alla mafia (con Attilio Bolzoni, 1998, Garzanti), Ho ucciso Giovanni Falcone (con Giovanni Brusca, 1999, Mondadori), La mafia ha vinto (con Tommaso Buscetta, 1999, Mondadori), La Linea della Palma. Saverio Lodato fa raccontare Andrea Camilleri (con Andrea Camilleri, 2002, Rizzoli), Intoccabili (con Marco Travaglio, 2005, Rizzoli), Il ritorno del principe (con Roberto Scarpinato, 2008, Chiarelettere; 2012, Tea) Un inverno italiano (con Andrea Camilleri, 2009, Chiarelettere; 2011, Tea), Di testa nostra (con Andrea Camilleri, 2010, Chiarelettere).


GLI INTERVENTI DELL'ANTEPRIMA DEL LIBRO

Lodato: sentenza trattativa ''boiata pazzesca''? Se la sono dovuta rimangiare
lodato avanti mafia c paolo bassanidi AMDuemila

“La sentenza della corte d’assise” sulla trattativa Stato-mafia, ha detto Saverio Lodato alla presentazione del libro “Avanti Mafia!” scritto dal giornalista, scrittore ed editorialista di Antimafia Duemila, “ha messo nero su bianco quello che ormai sapevano e sappiamo tutti” e cioè “le complicità enormi dello Stato nella storia della mafia e viceversa. Forse che oggi con semplice sentenza crediamo di aver capito tutto? Ci mancherebbe, ma in un Paese in cui per cinquant’anni tutte le grandi stragi si sono concluse con decine e centinaia di processi che si concludevano con un nulla di fatto, finalmente abbiamo una sentenza che dice  che sì, dietro la mafia c’era lo Stato” mentre nel frattempo “c’era una parte pulita dello Stato che cadeva, e quella che rimaneva in piedi era la parte sporca che noi ci siamo tirati avanti fino ad oggi”.
“Sappiamo bene - ha proseguito Lodato - che questa è una sentenza di primo grado. Ma noi oggi questa sentenza di primo grado ce la godiamo” perché alla fine “non eravamo poi così visionari. E non erano visionari Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia, Vittorio Teresi e Nino Di Matteo che “si sono dovuti sentire dal fior fiore di studiosi e opinionisti che questo processo era una boiata pazzesca”. Certo, ha aggiunto Lodato, della sentenza “se ne è parlato solo due giorni” ma “in questi due giorni nessuno ha più adoperato le parole ‘boiata pazzesca’: se le sono dovute rimangiare”.
L’ultima lettura, a due voci, di Lunetta Savino e Carmelo Galati sulla sentenza trattativa Stato-mafia, ha concluso l’evento a Casa Professa: “Colpevoli. Colpevoli per essere scesi a patti con Cosa Nostra. Colpevoli per aver trattato in nome di uno Stato che mai avrebbe dovuto trattare. Colpevoli per aver creduto che la divisa che indossavano, gli alamari, le mostrine, gli alti gradi di comando che rappresentavano, li esentassero dal dovere istituzionale di non scendere a compromesso con chi stava riducendo l’Italia a un mattatoio. Colpevoli di avere fatto pervenire a Silvio Berlusconi e al suo governo le richieste avanzate dalla mafia per porre fine allo stragismo. Colpevoli, in altre parole, di intelligenza con il nemico. Le prove, dunque, c’erano. Le prove erano state raccolte e portate in dibattimento da un ristretto gruppo di PM che non si sono rivelati né visionari, né persecutori incattiviti: Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia. E non dimentichiamolo Antonio Ingroia, il quale, per aver creduto per primo da pubblico ministero in quello che sembrava un teorema impossibile, vide le pene dell’inferno. Le prove hanno retto al vaglio di un dibattimento durato oltre cinque anni”. Le considerazioni di Lodato sono datate 20 aprile, giorno in cui fu pronunciata la sentenza al processo trattativa.
“Si diceva, infine, che Lo Stato non avrebbe mai processato se stesso. - hanno continuato i due attori - Questo Stato - rappresentato dalla seconda corte d’assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto - non solo il processo lo ha celebrato. Ha avuto anche il coraggio, non da poco nell’Italia di oggi, di dire le parole più scomode che si potessero sentire sull’argomento: la verità su come andarono davvero le cose negli anni delle stragi; stragi in cui, ricordiamolo en passant, persero la vita, fra gli altri, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani, Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Agostino Catalano, per non parlare delle vittime civili di Roma, Firenze e Milano. Le pene sono ‘pesanti’. Ma questa non è una sentenza "pesante". È una sentenza ‘storica’, e non ci vuole molto a capire perché”.
Di Matteo: oggi c'è chi fa finta di onorare Falcone
dimatteo lodato c acfbdi AMDuemila
“Ho avuto l’onere e l’onore di occuparmi di molti delitti eccellenti: Pio La Torre, Chinnici, Saetta, Falcone e Borsellino. E, indirettamente, Cassarà, Montana, Mattarella, Reina”. Elencando i nomi delle vittime di mafia il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo, alla presentazione del libro “Avanti Mafia!” a Casa Professa, ha spiegato come ci sia “una costante” nelle vite di chi è stato ucciso da Cosa nostra: “Quegli uomini dello Stato costituivano rispettivamente un’anomalia rispetto ad una situazione in cui l’altra parte dello Stato tollerava il fenomeno mafioso”.
“E’ utile ed esaltante ricordare Falcone come vero eroe civile - ha quindi proseguito il magistrato -
però dobbiamo ricordare che la sua è stata una storia di sconfitte, di isolamenti, di delegittimazioni. Ogni volta che Falcone faceva domanda al Csm come dirigente dell’ufficio istruzione o procuratore aggiunto - ha ricordato Di Matteo - veniva bocciato. Quando si candidò al Csm non venne eletto.

Leggi tutto: TUTTI GLI INTERVENTI DEI RELATORI NEL CONVEGNO

   

IL LIBRO DI LODATO "AVANTI MAFIA!" : PAROLA ALLA STAMPA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

 

lodato saverio tg3 anteprima avanti mafiadi Giorgio Bongiovanni
Domenica scorsa, presso l’Atrio “Paolo Borsellino” della Biblioteca Casa Professa è stato presentato in anteprima nazionale il libro“Avanti Mafia! Perché le Mafie hanno vinto” (edizioni ACFB-Corsiero Ed.) a firma di Saverio Lodato, giornalista, scrittore ed editorialista per ANTIMAFIADuemila. Una pubblicazione che dalla prossima settimana sarà disponibile in tutte le librerie ed anche nelle edicole siciliane.
Dell'evento, a cui hanno partecipato oltre all'autore, l'attore e regista Pif, il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo, che firma la prefazione del libro e gli attori Lunetta Savino e Carmelo Galati, hanno parlato diverse testate giornalistiche, locali, nazionali ed internazionali. Tra questi anche lavocedinewyork.it, presente con l'inviata Laura Bercioux che ha dedicato uno speciale e l'approfondimento di Pianeta Oggi Tv, diretto da Massimo Bonella. Di seguito vogliamo riportare alcuni articoli dove è possibile vedere i servizi ed apprezzare nuovamente gli interventi.Avanti Mafia! Perché le Mafie hanno vinto, e cosa possiamo fare per sconfiggerle

Su TGR Sicilia il libro di Saverio Lodato


Mafia, antimafia e processo trattativa nel libro di Lodato


Presentazione su radiovocedellasperanza.it



Radio In 102 - trasmissione l'Altrastoria


Prenota il libro:ibs.it - amazon.it

 

  

   

IL LIBRO DI LODATO "AVANTI MAFIA!" : PAROLA ALLA STAMPA

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

di Giorgio Bongiovanni
Domenica scorsa, presso l’Atrio “Paolo Borsellino” della Biblioteca Casa Professa è stato presentato in anteprima nazionale il libro“Avanti Mafia! Perché le Mafie hanno vinto” (edizioni ACFB-Corsiero Ed.) a firma di Saverio Lodato, giornalista, scrittore ed editorialista per ANTIMAFIADuemila. Una pubblicazione che dalla prossima settimana sarà disponibile in tutte le librerie ed anche nelle edicole siciliane.
Dell'evento, a cui hanno partecipato oltre all'autore, l'attore e regista Pif, il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo, che firma la prefazione del libro e gli attori Lunetta Savino e Carmelo Galati, hanno parlato diverse testate giornalistiche, locali, nazionali ed internazionali. Tra questi anche lavocedinewyork.it, presente con l'inviata Laura Bercioux che ha dedicato uno speciale e l'approfondimento di Pianeta Oggi Tv, diretto da Massimo Bonella. Di seguito vogliamo riportare alcuni articoli dove è possibile vedere i servizi ed apprezzare nuovamente gli interventi.Avanti Mafia! Perché le Mafie hanno vinto, e cosa possiamo fare per sconfiggerle

Su TGR Sicilia il libro di Saverio Lodato


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LODATO: "SENTENZA TRATTATIVA "BOIATA PAZZESCA"? SE LA SONO DOVUTA RIMANGIARE

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

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di AMDuemila
“La sentenza della corte d’assise” sulla trattativa Stato-mafia, ha detto Saverio Lodato alla presentazione del libro “Avanti mafia!” scritto dal giornalista, scrittore ed editorialista di Antimafia Duemila, “ha messo nero su bianco quello che ormai sapevano e sappiamo tutti” e cioè “le complicità enormi dello Stato nella storia della mafia e viceversa. Forse che oggi con semplice sentenza crediamo di aver capito tutto? Ci mancherebbe, ma in un Paese in cui per cinquant’anni tutte le grandi stragi si sono concluse con decine e centinaia di processi che si concludevano con un nulla di fatto, finalmente abbiamo una sentenza che dice  che sì, dietro la mafia c’era lo Stato” mentre nel frattempo “c’era una parte pulita dello Stato che cadeva, e quella che rimaneva in piedi era la parte sporca che noi ci siamo tirati avanti fino ad oggi”.
“Sappiamo bene - ha proseguito Lodato - che questa è una sentenza di primo grado. Ma noi oggi questa sentenza di primo grado ce la godiamo” perchè alla fine “non eravamo poi così visionari. E non erano visionari Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia, Vittorio Teresi e Nino Di Matteo” che “si sono dovuti sentire dal fior fiore di studiosi e opinionisti che questo processo era una boiata pazzesca”. Certo, ha aggiunto Lodato, della sentenza “se ne è parlato solo due giorni” ma “in questi due giorni nessuno ha più adoperato le parole ‘boiata pazzesca’: se le sono dovute rimangiare”.
L’ultima lettura, a due voci, di Lunetta Savino e Carmelo Galati sulla sentenza trattativa Stato-mafia, ha concluso l’evento a Casa Professa: “Colpevoli. Colpevoli per essere scesi a patti con Cosa Nostra. Colpevoli per aver trattato in nome di uno Stato che mai avrebbe dovuto trattare. Colpevoli per aver creduto che la divisa che indossavano, gli alamari, le mostrine, gli alti gradi di comando che rappresentavano, li esentassero dal dovere istituzionale di non scendere a compromesso con chi stava riducendo l’Italia a un mattatoio. Colpevoli di avere fatto pervenire a Silvio Berlusconi e al suo governo le richieste avanzate dalla mafia per porre fine allo stragismo. Colpevoli, in altre parole, di intelligenza con il nemico. Le prove, dunque, c’erano. Le prove erano state raccolte e portate in dibattimento da un ristretto gruppo di PM che non si sono rivelati né visionari, né persecutori incattiviti: Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia. E non dimentichiamolo Antonio Ingroia, il quale, per aver creduto per primo da pubblico ministero in quello che sembrava un teorema impossibile, vide le pene dell’inferno. Le prove hanno retto al vaglio di un dibattimento durato oltre cinque anni”. Le considerazioni di Lodato sono datate 20 aprile, giorno in cui fu pronunciata la sentenza al processo trattativa.
“Si diceva, infine, che Lo Stato non avrebbe mai processato se stesso. - hanno continuato i due attori  - Questo Stato - rappresentato dalla seconda corte d’assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto - non solo il processo lo ha celebrato. Ha avuto anche il coraggio, non da poco nell’Italia di oggi, di dire le parole più scomode che si potessero sentire sull’argomento: la verità su come andarono davvero le cose negli anni delle stragi; stragi in cui, ricordiamolo en passant, persero la vita, fra gli altri, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani, Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Agostino Catalano, per non parlare delle vittime civili di Roma, Firenze e Milano. Le pene sono ‘pesanti’. Ma questa non è una sentenza "pesante". È una sentenza ‘storica’, e non ci vuole molto a capire perché”.Di Matteo: oggi c'è chi fa finta di onorare Falcone
dimatteo lodato c acfbdi AMDuemila
“Ho avuto l’onere e l’onore di occuparmi di molti delitti eccellenti: Pio La Torre, Chinnici, Saetta, Falcone e Borsellino. E, indirettamente, Cassarà, Montana, Mattarella, Reina”. Elencando i nomi delle vittime di mafia il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo, alla presentazione del libro “Avanti mafia!” a Casa Professa, ha spiegato come ci sia “una costante” nelle vite di chi è stato ucciso da Cosa nostra: “Quegli uomini dello Stato costituivano rispettivamente un’anomalia rispetto ad una situazione in cui l’altra parte dello Stato tollerava il fenomeno mafioso”.
“E’ utile ed esaltante ricordare Falcone come vero eroe civile - ha quindi proseguito il magistrato -
però dobbiamo ricordare che la sua è stata una storia di sconfitte, di isolamenti, di delegittimazioni. Ogni volta che Falcone faceva domanda al Csm come dirigente dell’ufficio istruzione o procuratore aggiunto - ha ricordato Di Matteo - veniva bocciato. Quando si candidò al Csm non venne eletto. Sono gli stessi che oggi, per contrapporre falsamente l’esempio dei morti all’azione dei vivi, dicono che Falcone quella cosa non l’avrebbe mai fatta: per questo sono stati organizzati convegni al Palazzo di Giustizia”, come ad esempio per dire “che non avrebbe mai indagato un politico per un reato inesistente. Eppure tutti fanno finta di onorarlo”. Di Matteo, nel corso del suo intervento, ha ringraziato i colleghi con i quali ha rappresentato la pubblica accusa del processo trattativa Stato-mafia, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, e l’ex pm Antonio Ingroia, per i loro “grandi sacrifici”.
Carmelo Galati legge: “Nino Di Matteo, che da solo scalò la montagna”
di AMDuemila

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DIRETTA DOMENICA ORE 18.00, PRESENTAZIONE DEL LIBRO "AVANTI MAFIA! PERCHE' LE MAFIE HANNO VINTO" DI SAVERIO LODATO

Antimafia Duemila & Terzo Millennio

Domenica 27 maggio ore 18, presso l’Atrio “Paolo Borsellino” della Biblioteca Casa Professa (piazza Casa Professa, 1) sarà presentato in anteprima nazionale il libro “Avanti Mafia! Perché le mafie hanno vinto (edizioni ACFB-Corsiero) a firma di Saverio Lodato, giornalista, scrittore ed editorialista per ANTIMAFIADuemila.

All'evento, organizzato dall'Associazione culturale Falcone e Borsellino, interverranno insieme all’autore,PIF, attore e regista, Nino DI MATTEO, sostituto procuratore nazionale antimafia, che firma la prefazione del libro, gli attori Lunetta SAVINO e Carmelo GALATI, il sindaco di Palermo Leoluca ORLANDO e Giorgio BONGIOVANNI, direttore di ANTIMAFIADuemila.Disponibile in libreria dalla prima settimana di Giugno
avanti mafia relatoriSINOSSI
2012-2018. Anni di fatti, inchieste, stravolgimenti politici, promesse, rivelazioni ed evoluzioni. Anni di mafia e di antimafia.
avanti mafia internaUn fenomeno quello della criminalità organizzata che, nonostante gli arresti continui, resiste da oltre centocinquant’anni di storia d’Italia. Un fenomeno che mostra sempre più quei sintomi, fino quasi a confondersi con quell’altra metastasi chiamata corruzione. Lo dicono gli addetti ai lavori e lo dimostrano i numeri. In questo spazio-tempo si inserisce l’occhio dell’osservatore esterno che si trova ad analizzare gli accadimenti.
La penna è quella di Saverio Lodato che di questi temi, con analisi spesso spietate, si è occupato a lungo nella propria carriera di giornalista e scrittore.
È così che nasce questa raccolta di articoli. È l’occasione per offrire un punto di vista ulteriore, magari “controcorrente” su argomenti sempre più spesso accantonati dal grande mainstream. Un modo per ribadire che ad oltre vent’anni dalle stragi che hanno insanguinato il Paese nei primi anni Novanta, c’è ancora molto da fare e che “antimafia” non è una parola morta. Perché, come spiega lo stesso Lodato “il bello non è scrivere per scrivere. Il bello è scrivere per scrivere ciò che si pensa”.L'AUTORE
Saverio Lodato è tra le più autorevoli firme del giornalismo italiano in materia di mafia e di antimafia, ha iniziato a scrivere nel 1979 sul quotidiano “L’Ora”. Per trent’anni inviato de “l’Unità” a Palermo, oggi scrive sul sito www.antimafiaduemila.com.
È autore di articoli e saggi in cui affronta e sviluppa i temi e le connessioni della politica italiana, con particolare attenzione alla mafia. È autore di una cronaca del fenomeno mafioso, continuamente aggiornata; l’ultima edizione (Quarant’anni di mafia, Rizzoli) è stata pubblicata nel 2018. lodato saverio autore avanti mafiaTra le sue opere più note: I miei giorni a Palermo. Storie di mafia e di giustizia raccontate a Saverio Lodato (con Antonino Caponnetto, 1992, Garzanti), Potenti. Sicilia, anni Novanta (1992, Garzanti), Vademecum per l’aspirante detenuto (1993, Garzanti), Dall’altare contro la mafia (1994, Rizzoli), C’era una volta la lotta alla mafia (con Attilio Bolzoni, 1998, Garzanti), Ho ucciso Giovanni Falcone (con Giovanni Brusca, 1999, Mondadori), La mafia ha vinto (con Tommaso Buscetta, 1999, Mondadori), La Linea della Palma. Saverio Lodato fa raccontare Andrea Camilleri (con Andrea Camilleri, 2002, Rizzoli), Intoccabili (con Marco Travaglio, 2005, Rizzoli), Il ritorno del principe (con Roberto Scarpinato, 2008, Chiarelettere; 2012, Tea) Un inverno italiano (con Andrea Camilleri, 2009, Chiarelettere; 2011, Tea), Di testa nostra (con Andrea Camilleri, 2010, Chiarelettere).
La presentazione sarà trasmessa in diretta streaming!
L'ingresso è libero.

 

   

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